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Miles
Davis: Kind of Blue
Columbia
CS8163, Classic Recordings reissue , 200g. virgin vinyl edition

Cosa
si può dire, che non sia stato già detto e stra-ripetuto,
su Kind of Blues? Cosa si può dire di un disco che
Jimmy Cobb ( uno se ne intendeva
) affermava essere stato
"registrato in Paradiso" ? Non lo so, so solo quanta
fatica mi costa, paradossalmente, questa, in fondo breve,
recensione. Come fai a dire quanto ami la tua donna o tuo
figlio? O meglio, come fai a dire come li ami e a spiegare
l'intensità di questo amore, dettagliarne la qualità,
lo svolgimento, gli elementi che lo compongono ? Difficile,
difficile davvero. Ci sono cose, e sono poche, che nemmeno
i nostri vocabolari affollati da migliaia di parole riescono
a descrivere. Una di queste, per me, è Kind of Blue.
Posso elencare la formazione che lo ha suonato, e già
quest'elencazione basterebbe a molti come recensione: James
"palla di cannone" Adderley al sax alto, John "sua
Santità" Coltrane al sax tenore, Bill Evans al
piano ( sostituito solo un attimo, da un "poveraccio"
come Wyn Kelly in "Freddie Freeloader") Paul Chambers
al contrabasso e James Cobb alla batteria. Ora, dico, vorrei
che qualcuno avesse il coraggio di elencarmi una formazione
migliore. Nemmeno tirando giù dai campi elisi i migliori
di tutti i tempi se ne potrebbe assortire una altrettanto
magnifica. Posso dire che Kind of Blue è il disco più
venduto nella storia del jazz, e posso anche azzardare oltre.
Ma prima devo aprire una parentesi: qualche anno fa ( più
di qualche ahimé) ero un brillante giovane insegnante
di Storia dell'Arte, in un certo Liceo Artistico della capitale,
ed avevo la fortuna, oltreché di aver avuto ( ancora
era possibile) una "cattedra"- si chiamavano così
le scrivanie del Liceo Artistico, con questa pomposa forma
universitaria- per "chiara fama", di poter lavorare
assieme a colui che era stato non solo il mio professore di
Storia dell'Arte, ma in assoluto il più grande ed amato
tra i miei maestri di vita. Quest'uomo straordinario si chiamava
e, Dio lo benedica e lo faccia vivere in eterno, si chiama,
Aurelio Fruzzetti, mi piace ricordarlo ogni volta che posso
forzando la sua naturale schivezza e la sua incomensurabile
onestà, un'onestà totale, un'onestà talmente
impensabilmente totale, che aveva fatto sì che un grande
pittore, quale Fruzzetti era ed è ( e quando dico grande
intendo dire Grande) nascondesse per sempre e a tutti la sua
infaticabile opera ( che io ho sbirciato ogni volta che ho
potuto), scegliendo di guadagnare un modesto stipendio da
insegnante pur di non assecondare quella vergogna che è
il mercato dell'arte. Cosa c'entra Fruzzetti con Miles? C'entra,
c'entra. Accidenti se c'entra! Vedete, c'è un termine
desueto e da molti detestato, un termine che io da buon bastian
contrario amo, ma non riesco a vedere applicato - se non in
sempre più rari, anzi rarefatti casi- nell'attuale
andamento del mondo. Il termine è "rigore".
E per essere artisti ( è uno dei motivi per i quali
non lo sarò mai) occorre essere rigorosi, estremamente
rigorosi. Miles lo era, e Kind of Blue, nella sua meraviglia,
nella sua magica fascinazione, nell'amore che contiene e diffonde,
è opera di rigore paragonabile soltanto alle più
rigorose tra le opere sacre di Bach. C'è rigore, accidenti
se ce n'è, nell'amore. C'è rigore, oppure non
c'è amore, ci può essere un pizzico di passione,
ci può essere incanto e batticuore, ma non ci può
essere amore.
Torniamo al Professor Fruzzetti: un giorno, durante una delle
nostre interminabili chiacchierate vertenti su cielo e terra,
acqua e fuoco, amore e psiche e chi più ne ha più
ne metta, ci ritrovammo a parlare, come spesso ci capitava,
dei nostri amatissimi impressionisti. E in particolare del
più amato tra gli amati, Paul Cezanne. Qualche mese
prima ero stato a Parigi ed avevo mandato una cartolina al
Professore. Era una delle innumerevoli Montagne St.Victoire
che Cezanne aveva dipinto, nel tentativo eroico e disperato
di capire l'essenza finale di quella montagna che si stagliava
di fronte alla sua casa di Aix (morì, vecchio e assorto
sino all'incoscienza nell'ennesimo faccia a faccia con la
sua montagna, portato via dalla tempesta assieme a tela e
cavalletto. Lo trovarono agonizzante a un centinaio di metri
dal suo punto d'osservazione preferito). Sul retro della cartolina,
folgorato dal mio primo incontro col Museo d'Orsay, scrissi
" lo so, non si può dire, ma gli impressionisti,
e Cezanne su tutti, sono stati i più grandi artisti
della storia". Quel giorno parlando di Cezanne, il Professore
( come vorrei che lo conosceste tutti!) mi guardò negli
occhi, e abbandonando per un attimo il suo rigore che - in
tutta evidenza- impediva improbabili classifiche di merito
dell'Arte, mi disse: "si può dire, si può
dire. Sono stati i più grandi artisti della storia,
e Cezanne su tutti".
Fatto questo lungo giro giustificatorio, ora posso dirlo:
Kind of Blue è il più grande, inarrivabile,
disco nella storia del jazz. Ma non lo posso descrivere, posso
solo dire ai più giovani dei lettori: "ascoltatelo,
non potete farne a meno" e ai meno giovani " abbiatelo
sempre a mente, non lasciate che riposi mai troppo tempo in
uno scaffale". Questo è per me Kind of Blue.
Questa strepitosa "replica" della Classic Recordings,
etichetta specializzata unicamente in vinile, tanto accurata
e preziosa da esser stata scelta persino da Peter Gabriel
per la versione in vinile del suo recente "Up",
rappresenta un'occasione ghiottissima sia per i più
giovani, per avere questa meraviglia in discoteca, e per averla
nella sua edizione "più meravigliosa" sia
per chi già possiede l'album, per ascoltarlo al massimo
del suo fulgore.
Rigorosissima nella sua assoluta fedeltà all'originale
-in nessun punto della copertina o del disco troverete né
il marchio "Classic Recordings" né alcunché
d'altro che differisca dall'emissione originale, tranne la
purezza assoluta del vinile vergine utilizzato, il suo peso
record di 220g, ed il fatto che ciascun disco è stampato
partendo dal master originale e da matrici da prima stampa-
La "replica" offre un suono semplicemente strepitoso.
Credetemi non c'è alternativa che tenga. Dopo l'ascolto
di questo vinile, l'edizione giapponese in CD rimasterizzata
a 24bit, pagata comunque un occhio della testa, sembra una
cassetta registrata dalla radio. E non sto eccessivamente
iperbolizzando. Ascoltate la voce argentina della tromba,
i soffiati dei sax, l'incredibile solidità e ampiezza
armonica del contrabbasso, la lucidità del piano. Beh,
se qualcuno voleva avere una riprova della superiorità
del vinile, del miglior vinile, eccola, "pret a sonner".
Costa caro questo disco? Si, costa caro, ma costa caro il
vinile, costa caro stampare il vinile oggi, costa caro soprattutto
stamparlo così. Il prezzo è allineato in tutto
il mondo ( anzi forse in Italia è persino un po' più
basso della media). E comunque costa come un paio di CD di
musicaccia da basso consumo o come un DVD . Qui non c'è
da vendere la Mercedes o la pelliccia della moglie (come recitava
il famoso incipit di una famosa recensione di un famoso preamplificatore
in due telai). Rinunciate a due CD che possono risultare superflui,
non comprate quel DVD, oppure saltate un paio di pizze con
gli amici, ma non privatevi, per nessuna ragione al mondo,
di questa meraviglia. Non avete il giradischi? Allora è
proprio arrivato il momento di comprarlo.
Distributore
per l'Italia: Sound & Music- Lucca
www.soundandmusic.com
prezzo € 41
Nina
Simone :Sings
the Blues;
RCA
Victor LSP-3789;Replica Speaker Corners,Vinile Vergine 180g.

Mi
dispiace, forse in questo fascicolo risulterò un po'
noioso (ove non lo risulti in generale) ma devo tornare a
parlare di emozioni, anziché di descrizioni.
Francamente sino a quel momento avevo pensato che nulla mi
avrebbe mai - musicalmente e dal vivo parlando- emozionato
più dell'attacco di Thick As a Brick nel tour '74 dei
Jethro Tull. O meglio c'era una piccola gara tra questo e
una John Barleycorn inserita dai Traffic, a sorpresa, nel
mezzo della suite di Glad in un concerto del '75. Qualche
anno dopo ero in fila davanti all'Olympia di Parigi per entrare
a sentire il concerto di Nina Simone. Vabbé, insomma,
vai a sentire Nina Simone, all'Olympia, come dire
Risultato
garantito, c'è poco di che filosofeggiare o fantasticare.
Ebbene quando si aprì il sipario, e a passettini quella
piccola grande donna si avvicinò al piano, quando posò
le mani sulla tastiera ed attaccò Real Real, io ebbi
un sussulto che quasi mi fece cadere dalla poltrona (due volte
già la usurata metafora s'era concretizzata, ma erano
due occasioni d'ilarità, la prima volta che vidi "Ciao
Pussycat" e durante un duetto esilarante nel concerto
dell'Incredible String Band all'indimenticabile - "quod
non fecerunt barbari
"- Teatro Goldoni di Roma).
Nina, grande Nina, indimenticabile ( non è un sospiro,
è un'imperativo!) Nina.
Nina Simone Sings The Blues è un po' la summa ( ma
non l'unicum) dell'opera di questa straordinaria artista con
la "A" maiuscola e sottolineata. Undici blues, cinque
scritti dalla stessa Nina e sei di altri autori, undici standards,
perché anche quelli che non lo erano, nella fattispecie
le canzoni della stessa Simone, lo sarebbero immediatamente
diventati.
Adesso (ma succede, singolarmente, sempre dopo che le persone
che avrebbero potuto anche godere di tanto successo se ne
sono andate), I Want a Little Sugar in My Bowl ce la trapanano
in testa sin dalle prime ore del mattino, nella pubblicità,
una pubblicità di famiglie che, incredibilmente belle
e riposate ( e truccate e pettinate) la mattina si svegliano
e croccano biscotti che le rendono ancora più felici
e perfette ( naturalmente vivono in un mondo in cui non si
pagano le bollette, non esistono malattie, colleghi di lavoro
infami, boss prepotenti, governanti inetti e quant'altro:
immagino sempre che nelle loro case, per quanto appaiono linde,
profumate e incorruttibili, non esista nemmeno il WC nella
stanza da bagno). Ma la vita della Simone fu tutto il contrario
della vita delle famiglie mangiabiscotti e I Want a Sugar
in my Bowl ("Vorrei dello Zucchero nella mia Ciotola")
è proprio il manifesto di questa "vita difficile",
ed è inutile che tentino d'ingannarci facendocela passare
per una canzoncella scacciapensieri.
Mi piace qui trascrivere una nota di copertina scritta dal
suo produttore, Sid McCoy: " Nota del Produttore: My
Man's Gone Now è stata l'ultima canzone registrata
in questa session. La Signora Simone era, fisicamente e psicologicamente,
esausta dalle precedenti registrazioni, ma nonostante ciò
si sedette al piano ed iniziò a cantare e suonare questo
famoso brano da Porgy and Bess. Il contrabasso la seguì.
Da qualche recondito angolo Nina tirò fuori l'energia
per offrirci una performance rara, perfetta, isprirata, con
persino più intensità di quanta ne avesse sino
a quel punto espressa. Fu un buona la prima, non era proprio
possibile migliorarla ulteriormente." Ecco, queste parole,
sicuramente sentite, di McCoy, uno che a Nina ha voluto bene
davvero, forse uno dei pochi uomini che non l'abbiano sfruttata,
strizzata e gettata in un angolo, raccontano meglio di qualsiasi
altra possibile espressione verbale ( oltre c'è la
sua musica) Nina Simone, la grande Nina Simone, quella straordinaria
Artista con la A maiuscola e doppiamente sottolineata, che
era Nina Simone.
Il disco era e rimane bellissimo, l'incisione, eseguita dalla
RCA con il celeberrimo metodo Dynagroove, era già di
un livello davvero notevole (la registrazione fu interamente
effettuata nel mitico "Studio B" di New York) purtroppo
penalizzata, nelle stampe successive alla prima, da matrici
non perfette, e quasi mortificata nelle stampe europee. La
riedizione, anche qui in forma di perfetta replica, da parte
delle Speaker Corner, rende finalmente piena giustizia ad
un disco che merita molta giustizia, e ad un artista che ha
faticato ad ottenerne ( se non, e tardivamente, per un brano
che, più volte confessò, un po' odiava, "My
Babe Don't Care 'Bout Me"). Voce piena, perfettamente
al centro della scena, pianoforte di grande luminosità
e dimensioni credibili, contrabbasso vivo e corposo, pecussioni
nette ed efficacissime, pitch perfetto. Insomma un lavoro
splendido, su un supporto vinilico silenziosissimo. Anche
in questo caso valgono le considerazioni fatte per Kind of
Blue: costa molto (un pochino meno del disco di Miles), vale
tutto quel che costa e anche di più. Ascoltatelo e
non potrete più farne a meno. Il buon vinile è
una droga potentissima. Dà, è vero, assuefazione,
ma in compenso fa un gran bene alla salute.
Distributore
per l'Italia: Sound & Music- Lucca
www.soundandmusic.com
Prezzo
EU 39
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