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M2tech Young DSD

di Emiliano Lugli
M2tech Young DSD

M2tech Young DSD

Premessa

Curioso mondo quello dei convertitori audio digitali. In un universo di forme diverse, si aggirano audiofili più o meno incalliti alla ricerca dell’ammazzagiganti, del sacro graal della sfumatura, del santuario dell’iperdettaglio, o soggetti molto più concreti, rottamatori di lettori cd e amanti del pc come sorgente di riproduzione. In questo regno esteriormente fatto di scatole e scatolette, ritroviamo una vecchia conoscenza, per noi che questo mondo lo seguiamo al pari dei sogni, tutti i santi giorni (e notti).

M2tech è azienda assai nota alle cronache degli appassionati di musica riprodotta, per aver letteralmente spopolato con la conosciutissima  pennetta USB, capace di fornire ad un comune pc un’uscita digitale coassiale a basso jitter, e trasformare il mezzo informatico in una meccanica da collegare al dac, nuovo o datato che sia. La naturale evoluzione è quindi diventata quella di avere un dac che incorporasse questa tecnologia (ovvero il ricevitore usb) e qui venne lo young, fratello minore, forse più cugino, dello young dsd oggetto di questa prova.

1. Design e Costruzione

Esteriormente si tratta di un contenitore squadrato di alluminio di ridotte dimensioni (200 x 50 x 200mm per 1.7 kg di peso) con un frontale in materiale plastico (a vista, policarbonato) scuro che ospita il piccolo display e la manopola per il volume che fa anche la selezione degli ingressi, nonché il piccolo pulsante di accensione e led di stand-by. Bello ed essenziale da vedere, è sostanzialmente grande quanto un mac mini. Intrigante il contrasto tra l’alluminio e il nero del frontale, che rimane tale a display spento. Gli ingressi sono tanti: coassiale, ottico, la porta usb, AES/EBU e BNC. Le uscite sono solo bilanciate, ma viene fornita di serie una coppia di adattatori single ended. E poi, ultimo ma non ultimo, il telecomando, nero, di ridotte dimensioni, non retroilluminato ma abbastanza istintivo. Come avrete notato, ho parlato di volume e di telecomando, poiché lo young dsd non è solo un versatile DAC, ma anche un versatile pre, con controllo del volume analogico (in pratica un chip che contiene una rete di resistenze - niente problemi di risoluzione) e livello di uscita selezionabile (5-10v, la metà in single ended). Il volume è poi escludibile in toto (ricordatevi però di metterlo al massimo).  L’alimentatore è a muro, e fornisce direttamente corrente continua. L’oggetto poggia su quattro piedini adesivi in gomma, volendo sostituibili in pochi secondi, che nascondono le viti di assemblaggio. Lo chassis è fatto sostanzialmente da un blocco unico di alluminio in cui scorre un controtelaio che ospita l’elettronica e funge da plancia per gli ingressi. Il frontale è invece fissato da quattro brugole a vista. L’imballo è ben fatto e piuttosto grande rispetto al contenuto, contiene la manualistica e il richiamo alla possibilità di una copia gratuita del software di riproduzione j-river, registrandosi sul sito della casa. Il listino è di € 1.200. All’interno troviamo uno schema piuttosto diffuso nei dac moderni, in cui il ricevitore USB è costituito da un xmos, il dac un burr-brown 1795 affiancato da una FPGA Spartan, a cui sono demandate le operazioni di filtraggio che quindi non vengono svolte dal 1795. La scheda interna occupa circa la metà del contenitore e fa ampio uso di componenti a montaggio superficiale così come di operazionali a basso rumore. Non aspettatevi di trovare immensi trasformatori toroidali, ma se ci tenete è sempre possibile affiancare una alimentazione esterna opzionale.

2. Ascolto

Per testare l’adattabilità dello young si è provveduto ad inserirlo in impianti diversi, con budget diversi e filosofie sonore diverse. Si va dall’impianto full a stato solido (audiolab) o con pre a valvole (condrad johnson, xindak) e vari diffusori, dagli opera grand mezza a B&W (dalle CM1 alla serie 800) ad un paio di magneplanar. Sono stati utilizzati anche vari finali Krell, cavi di tutti i tipi (VDH, Kimber, i turchi TTAF, QED per il digitale e un cavo USB Nordost). E’ stato utilizzato sia il collegamento sbilanciato che bilanciato. Insomma un’ampia varietà che ha confermato una buona interfacciabilità del prodotto in impianti dal costo diverso e buona universalità di carattere con alcune costanti. Lo young è stato utilizzato anche come pre con risultati, che vi dirò poi, per certi versi sorprendenti. Sono stati utlizzati files a varie risluzioni sia flac che dsd.

La prima domanda che vi state facendo se siete arrivati sin qui non è, probabilmente, come suona in assoluto, ma come suona rispetto al suo predecessore, lo young liscio. La risposta che si sarebbe portati a dare a livello logico è che “suona uguale, salvo l’aggiunta del dsd”. Ebbene non è assolutamente vero. Il pur gradevole predecessore suona (molto) diverso anche con files a definizione standard. L’impatto tra le due macchine vede la versione liscia con un suono più frontale, più avanti, con una scena inferiore e minore microdinamica. La versione dsd ha una presentazione più rilassata se vogliamo più audiophile nel senso ammiccante del termine, con un suono più lucido, levigato, maggiore scena e una migliore collocazione spaziale degli strumenti. Lo scotto, se così si può dire, è un minore senso del ritmo nella nuova versione, che pare evidente solo con molti confronti. La versione dsd tende un po’ a perdonare, ha meno sibilanti, risulta in generale assecondare certi generi (uno tra tutti il jazz) senza scomporsi però con le grandi masse orchestrali. Il suono di quest’oggetto ha una particolarità, tende leggermente a mettere in secondo piano la gamma bassa, senza nasconderla, a favore di quella media, cosa che risulta evidente con manopola del volume in alto. Se il vostro impianto tende a portare avanti la gamma media, la dolcezza generale viene un po’ penalizzata da notevoli “schitarrate in prima fila” che rendono più aspra la presentazione. La gamma alta è di tutto rispetto, estesa quanto basta ma soprattutto con tutte le armoniche al suo posto, mai metallica e secca. Della gamma bassa abbiamo accennato, meno presente di altre realizzazioni, ma comunque all’altezza. Soprattutto le pelli dei tamburi sono seguite nelle loro oscillazioni, con una ottima articolazione. Quello che si potrebbe rimproverare, forse, è una maggiore carnosità del mediobasso, piaccia o meno questa impostazione. La scena è, non esagero, fenomenale per un oggetto di questa categoria, senza le esaltazioni da iperspazio che pure furono criticate su alcune realizzazioni. Molto buona anche la collocazione spaziale degli strumenti. Le voci femminili sono ottime, quelle maschili buone, alcune forse un po’ smagrite.

Le cose cambiano con il variare della definizione: la gamma alta acquista, se possibile, maggiore dettaglio, ma soprattutto i segnali complessi (ad esempio la grande orchestra) ne beneficiano. Ci sono delle differenze, sottili, tra la il collegamento in coassiale e la porta usb a favore di quest’ultima, in particolare ho notato una maggiore velocità e maggior corpo delle voci maschili. Non ho notato particolari differenze tra bilanciato e sbilanciato, che non fossero quelle relative all’apparecchio a valle.

E veniamo alla prestazione dsd. Qui il confronto si fa difficile. Separare la bontà della registrazione dal formato a questi livelli è veramente arduo. Con alcuni files di test ho notato una presentazione più liquida, ma si tratta di sfumature. Quello che conta, semmai, è la definizione, e qui, quelli che non sentono differenze, per lo meno con lo young, o sono distratti o in malafede. Intendiamoci: lo young è una bella macchina a definizione standard, ma il massimo lo raggiunge con files ad alta risoluzione.

3. Interfacciabilità

Al contrario di alcune voci sentite sulla versione “liscia” non ho notato particolari problemi di interfacciabilità in termini di pilotaggio. Anzi, usato come pre lo young provoca più di un grattacapo a interfacciamenti blasonati con una trasparenza veramente notevole. E’ evidente come il controllo di volume non intervenga sul suono. Semmai, in funzione delle caratteristiche, si inserisce meglio in un impianto con la gamma bassa non timida, ma ha avuto una performance eccellente con dei mini come le CM1 di B&W. Un oggetto così versatile può costituire la base di un impianto ultra minimale, collegando allo young dei diffusori amplificati e persino un cellulare o tablet con interfaccia usb otg possiamo avere tantissimo in poco spazio e con qualità. La mia configurazione preferita vede i files su un nas e un mediaplayer o un pc. Se poi si tratta di un mac, come sperimentato, la configurazione è plug & play, Per il pc dobbiamo scaricare i driver, ma in meno di due minuti siamo pronti. Un po’ più complesso è il dsd, ma io ho utilizzato foobar che non è proprio user friendly.

4. Valore

Non conosco lo street price dello young, ma immagino un minimo di sconto si possa ottenere. Indipendentemente da questo, i suoi agguerriti avversari sono il ps audio nu wave, prodotti della north star, wyred for sound e audiolab. Ognuno di questi oggetti ha una sua caratterizzazione, ma mi azzardo a dire che rientra tra i mie due preferiti (e non vi dico qual’è il secondo). Si inserisce in catene mid-budget (sopra i duemila € faccio fatica a chiamarle entry) così come si accomoda negli “impiantoni” in cui è stato inserito senza alcun complesso di inferiorità, anzi, ho visto i volti scuri di proprietari di sorgenti di altro prezzo guardare di traverso, corrucciati, l’oggetto.

Conslusioni

Si tratta in sostanza di un oggetto versatile, dal giusto prezzo, capace di sostituire in toto un lettore cd ma anche un pre se non avete sorgenti analogiche, dal suono decisamente audiophile, si trova a suo agio con jazz, classica, con le voci femminili garantisce un’introspezione a tratti commovente. Ha qualche difetto in gamma bassa, se avete bisogno di spingere su questo parametro. E’ un oggetto che se mi dovessi rivolgere a questa fascia di prezzo consiglierei sicuramente di provare, non fa dell’iperdettaglio la sua bandiera ma con files ad alta definizione garantisce una resa liquida e “analogica” senza particolari ammiccamenti, da usare nel primo come nel secondo impianto, magari collegato al pc da cui vi collegate a videohifi e due diffusori attivi, avreste risolto il problema dell’audio nel vostro studio. Last but not least, si tratta di un prodotto pensato e realizzato in Italia.

PagellaVoto
Design e  Costruzione4Oggetto solido e ingegneristicamente minimale. Bello da vedere e di ridotte dimensioni. Un po’ delicata la manopola del volume.
Universalità4

Nessun problema di interfacciamento, risultati diversi a seconda della timbrica dei resto dell’impianto.

Suono4

Convincente e delicato, impressivo con l’alta risoluzione. Tende a perdonare certi difetti. Scena eccellente. Gamma bassa un po’ arretrata.

Valore4

Value for money decisamente sopra la media. Versatilità assicurata

Concretezza5Fa decisamente tutto e lo fa piuttosto bene, E’ telecomandabile, e si interfaccia volendo con il player del pc che controlla a sua volta. Una sorgente attorno a cui volendo far l’impianto. Le dimensioni ridotte permettono anche l’uso in una seconda casa