Tu sei qui:HomeMagazineNumero 40L'editoriale

Io faccio un lavoro bellissimo

Di Bebo Moroni
Io faccio un lavoro bellissimo

Che è quello di ascoltare la musica, di sceglierla, di cercare di capirla, di capire i suoni, la loro sostanza, la loro concretezza e la loro astrazione, e di cercare di raccontare sensazioni molto profonde ma anche molto sfuggenti, di tradurre in parole, nitide o evocative, dei sentimenti, delle emozioni, dei moti dell’anima, di dare forma a quello che comprendiamo con le orecchie e con la mente, di fornire un vocabolario alla percezione, di animare, come il Dr Frankenstein, oggetti che si animano con la corrente elettrica o comunque con un segnale elettrico, che altrimenti sarebbero inanimati, e che inanimati possono essere anche belli, ma alla fine sono parallelepipedi di legno o di acciaio, riempiti di carta, di ferrofluido, di silicio, di vetronite, di rame… E’, senza volermi minimamente paragonare a una persona tanto alta che ho pudore nel nominarla, il mio piccolo “Sistema Periodico”, chimica, fisica, meccanica, cose apparentemente fredde, e invece piene di calore e di vita. Io apro il cammino, io ho avuto questo dono (che è anche tanto allenamento) di comprendere piccole sfumature che diventano importantissime, che spesso le misure non sapevano rilevare, ma le misure poi si adeguano, si adeguano gli strumenti di misurazione, la risoluzione delle misurazioni…Grazie a persone che hanno dato fiducia alle mie piccole follie, come quando dicevo che due lettori di CD identici suonavano differenti (per poi scoprire che non erano identici e che avevano una piccolissima differenza che si trasformava in una piccolissima, irrilevabile se non attentamente cercata, variazione in una misurazione) o quando impudicamente dicevo ai responsabili mondiali della Philips che, appunto ci proponevano questo miracolo tecnologico che era il DAD (poi CD solo in seguito, prima Digita Audio Disc) affermando che non ci sarebbero state differenze tra una macchina e l’altra “ma allora perché dovrei comprare il vostro”, continuando a insistere per anni, di fronte a questa meraviglia priva di difetti, che il vecchio disco di vinile suonava meglio. Poi ha suonato meglio anche il CD, mica per mio merito, però era bello capire che non era follia o passatismo, era quell’interpretazione della realtà che si ottiene affrontandola senza pregiudizi e senza paura di dire assurdità.

Non crediate però che sia un lavoro leggero, non pensate “beato lui che bel lavoro, si guadagna ascotando musica”. Si guadagna poco, in certe stagioni nulla, si fatica, primo perché è faticoso scrivere, secondo perché queste macchine sono pesanti e se questo lavoro lo si fa coscienziosamente (ma se non lo si fa coscienziosamente non si dura, il giudizio del pubblico è senza appelli, se sbagli paghi e non ti rifai nessuna verginità…Beh,in verità, anche la verginità si può pagare, ma io non ho i mezzi) scaricarle, sballarle, metterle a confronto, spostare cassoni, scambiare apparecchi, torcersi per arrivare a quel cavo, a quella spina, tenere la valigia sempre pronta, sorbirsi insopportabili conferenze tecniche in cui qualcuno ha un programma e una lezione da svolgere, mentre tu hai sonno e cerchi di capire da quell’inglese stentato cosa diavolo c’è in quell’affare nero con le luci gialle e perché dovrebbe cambiare la vita di tante persone, e quando pensi che quelle interminabili ore di parole spesso inutili, di affetti lontani, di alberghi in cui non prendi sonno, di cene indigeribili e di “no grazie non bevo” e di “quanto vorrei fumarmi una sigaretta” siano finite, c’è sempre qualcuno che chiede “avete domande”, tu guardi i tuoi colleghi di tutto il mondo e tutti fate i distratti, ma c’è sempre un tedesco che si alza e vuol sapere qualcosa di insopportabilmente tecnico e accessorio.

Però questo è lo stesso lavoro che mi ha permesso di conoscere persone straordinarie, che si chiamassero Wayne Shorter o Mario Rossi, Christopher Hogwwod o Luigi Neri. Che fa si che ancora io mi stupisca di quanta gente venga ad ascoltare le mie piccole conferenze, di quanta gente mi scriva e mi voglia –stupefacentemente-bene.

Ecco questa è l’unica celebrazione che mi sentivo di fare per i dieci anni di videohifi.com, non alla mia persona, per carità di Dio, al mio lavoro, al mio pubblico, ai miei collaboratori, a tutti voi cari amici.

Dieci anni che purtroppo sono volati, purtroppo perché invece di avere 45 anni ora ne ho 55, ma se i capelli sono ingrigiti (quelli che rimangono) e qualche volta immagino ancora, e la mia schiena mi dice “ma chi diavolo ti credi di essere?” , di avere 45 anni e di poter sollevare a strappo quei 45 chili di amplificatore, nel frattempo ho visto mio figlio maggiore laurearsi e incidere un disco, ho visto nascere un altro figlio, anche morire persone care, chiudere situazioni, aprirne altre, riscoprire sensazioni che credevo perdute, soffrire, gioire, lettere e testamento… E veder crescere a dismisura questa rivista, questo sito, questa follia pensata da Sergio Vitangeli in primis, quando internet e l’Italia ancora collidevano e nessuno credeva a questa idea bislacca. Certo Zukemberg ha visto più lontano di noi, ma a noi questo piaceva ( e comunque Zukemberg era più giovane, era a contatto con ragazzi della sua età, e aveva più mezzi, e poi io c’avevo pensato ma poi mi sono scordato…perché ci sto a essere più povero di Zukemberg ma meno intelligente, eh no no)!

Dieci anni che sono passati e volati grazie a voi, grazie al vostro entusiasmo, e anche alle cose che mi fanno imbestialire, ma che fanno parte di questa parte di realtà, che poi tanto virtuale non è.

Ma soprattutto, e lo devo dire, grazie ad amici e collaboratori straordinari, a redazioni di primissimo ordine, a uno staff tecnico e organizzativo senza pari. Ecco gli interventi delle redazioni, dei personaggi che collaborano, hanno collaborato, continueranno a collaborare a videohifi, li potete leggere di seguito (volevo dire qui sotto, ma dimentico sempre che per quanto abbiamo impostato videohifi volutamente come una rivista tradizionale, non ci sono la carta e le pagine ma questo spazio che io ancora non comprendo bene, da buon figlio del secolo scorso), il geniale disegnatore Matteo Lupatelli è come sempre in copertina, mentre ci sono altre persone che rimangono in silenzio ma delle quali ho ben presenti la voce e la faccia, e allora non posso fare a meno di ringraziarli: grazie Bruno, grazie Giovanna, grazie Stanislao, grazie Rosario, grazie Rino, grazie Nunzio, grazie Ilenia, grazie Stefania.

La redazione attuale e gli attuali moderatori e amministratori li abbraccerò uno a uno di persona.

Tanti auguri a noi.