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Convertitore D/A WBE Interpreter n 72

di Igor Zamberlan
Convertitore D/A WBE Interpreter n 72

Questa recensione doveva essere pubblicata sul numero uscito, ehm, a dicembre di questa rivista; poi, per una serie di motivi miei e poi di opportunità, è slittata fino ad ora. Diciamo che ho avuto tutto il tempo di pensarci e di riflettere sul suono dell’oggetto… e sulla filosofia costruttiva di WBE. Mi pare necessario cominciare da quest’ultima, visto che l’azienda è piccola, sconosciuta ai più e poco presente sulla stampa (carta o web: mi pare sia stata pubblicata una recensione di un’amplificazione in Italia, e nient’altro; ringrazio qui il distributore per la fiducia accordata alla nostra rivista e a me – e per la sua pazienza…).

WBE, quindi: si tratta, in pratica, di una specie di one man band, che si vanta di essere “il più piccolo costruttore hi-fi del mondo”. Non so se il proprietario/progettista abbia altre attività; so per certo che ha un laboratorio di misura di assoluta eccellenza, che fa da servizio di misurazione per alcune riviste audio tedesche. Non direi, quindi, che si tratti di un audio guru che giustifica le sue scelte ricorrendo alla mistica. Peraltro, di mistica, nella letteratura WBE, non ne ho vista.
Comunque, una volta tanto, per cercare di indovinare insieme a voi cosa sia WBE partirò dall’analisi dell’oggetto in prova.


Il DAC 72



Il DAC ha un fratello gemello: l’unica differenza (oltre a qualche spicciolo sul prezzo) è che il fratello gemello ha un solo ingresso. Mi si dice che il costruttore usi quello, nel suo impianto. WBE ha in catalogo anche un preamplificatore con un singolo ingresso, senza il selettore degli ingressi. Prendiamo nota: a WBE non piacciono i selettori degli ingressi, o meglio, cerca di farne a meno, quando possibile.

Il ricevitore di ingresso pare essere un CS8412. Era il ricevitore allo stato dell’arte nel 1995, circa. Prendiamo nota: WBE non rincorre l’ultimo modello di chip. Vediamo se troviamo conferme: proseguendo sul percorso del segnale troviamo un filtro digitale con scritto NPC, non riesco a leggere altro. Cosa potrebbe essere? Ho idea che sia un 5842 – potrebbe essere anche più antico, ma da qualche parte nelle specifiche si parla di ingresso a 24 bit, il vecchio 5813 non supportava i 24 bit, se non ricordo male (non trovo il datasheet, in questo momento). Diciamo che potrebbe anche essere un 5847 – ma mi si dice che il DAC potrebbe andare fuori catalogo da un momento all’altro perché non si trova più il filtro digitale, il 5847 si trova, il ’42 molto meno. O magari c’è un errore in quel che mi si dice: il CS8412 è pochissimo reperibile (però basta spulciare eBay, quelli che ho io vengono da lì), ma certamente sono praticamente irreperibili i DAC utilizzati, i PCM63 (ovviamente selezione massima: nota collaterale, con la quale WBE non c’entra assolutamente nulla: ma qualcuno ha utilizzato anche gli altri? Non ricordo di averli mai visti, se non magari in qualche macchina molto entry…). Quelli non si trovano del tutto, già un costruttore in passato mi ha detto di rimpiangerli rispetto ai 1704… in ogni caso, direi che abbiamo trovato tutte le conferme che volevamo: nessuna rincorsa all’ultimo chip, anzi, il calendario sembra tornato al 1995.

Proseguendo sul percorso del segnale, c’è un’uscita ad operazionali – nella fattispecie, degli OPA627, certo, ma sempre operazionali monolitici. Abbiamo trovato un altro elemento: WBE usa ciò che reputa necessario, non bada alle mode e alle fissazioni degli audiofili.
Penso si possa notare anche dal fatto che non c’è nessun reclocker, upsampler, antijitter nella macchina. Quantomeno, io non ne ho visti – non ci sono clock. Il jitter sarà un problema? Vedremo ascoltando.



Mi rendo conto di aver cominciato a parlarvi dell’interno della macchina prima di descrivere l’esterno che è, ehm, anche lui peculiare. I telai sembrano piuttosto ordinari, hanno un aspetto utilitario (come dire, nulla più di quello che serve). E però sono tre; è la prima volta che mi capita un convertitore a tre telai. Due sono per l’alimentazione e uno per il DAC vero e proprio, ovviamente -.sono separate le alimentazioni analogiche da quelle digitali. I due telai di alimentazione sono collegati a quello principale attraverso dei cavi decisamente corti, che costringono a posizionare le alimentazioni in modo obbligato rispetto ad esso. Pare che si possano ottenere cavi di connessione più lunghi, ma che la richiesta sia accolta con un certo disappunto da WBE: la lunghezza die cavi “giusta” è quella standard (possibile che i parametri elettrici siano calcolati in modo preciso anche per i cavi? Mi pare un po’ eccessivo, ma non credo di poterlo escludere a priori).

I due cavi di alimentazione veri e propri, quelli dagli alimentatori alle prese, sono saldati all’interno degli apparecchi, non sostituibili. Si potrebbe pensare che WBE non creda, quindi, alla rilevanza sonora dei cavi di alimentazione, anche perché quelli utilizzati hanno un aspetto abbastanza convenzionale. Ho chiesto lumi in merito al distributore (persona che mi è parsa corretta e cordiale); non sembra essere così. Il costruttore crede nei cavi, ma è assolutamente certo che quelli, di quella lunghezza e di quel tipo, siano quelli giusti per il suo apparecchio. Va bene. Un po’ di soldi e di prove risparmiati (da tener presente quando si fanno i conti alla fine: non ci saranno da spendere alcune centinaia di euro in cavi di alimentazione “speciali”…).



Capite, comunque, quanto scrivevo nella preview relativamente all’interesse di questa macchina (e al fatto che ce ne saranno poche in giro)? Tuttavia, probabilmente questo sarebbe nulla se l’oggetto non suonasse in modo interessante. Pure un po’ sorprendente, direi.


Attacchiamolo, allora!

Poco divertente attaccare due Schuko angolari in una normale ciabatta, poco divertente avere a che fare con dei cavi fra alimentazioni e telaio principale così corte (e per fortuna i connettori sono diversi fra loro, così non si rischiano frittate, o fumate). Il resto è stato piuttosto tranquillo: il DAC ha funzionato correttamente con tutte le meccaniche che gli ho attaccato, non ha mai fatto rumori strani, non ha mai dato segni di inaffidabilità o di bizzosità (si dice? Boh. Però si capisce).

Meccaniche che poi sono state vari lettori modificati (i miei due multiformato Pioneer con schede Audiopraise e DVDUpgrades), un vecchio Marantz 57 e, new entry, un Marantz CD10 con un clock nuovo e uscita S/PDIF diretta (credo sia quella di Tent, non lo so perché l’ho preso così e la verifica rischia di essere distruttiva, visto l’uso di cianoacrilato nell’installazione – vabbe’). Con nessuna, posto di entrare a 44.1 kHz nel DAC, ci sono stati problemi di sorta.

Come pre ho usato perlopiù lo Uesugi U-Bros 18, come finali varia roba (new entry una coppia di Graaf GM20 in mono). Come diffusori le Merlin VSM MXe e, per un periodo di transizione, le LS5/12 Dynaudio Acoustics che tengo come backup, visto che per un po’ di tempo le Merlin sono rimaste nella mia vecchia sala d’ascolto, mentre tutto il resto era nella nuova – sì, nel corso di questa prova ho cambiato sala, ora ho una sala dedicata (piccola, ma correttamente proporzionata) che ho trattato con correttori e diffrattori Astri (con soddisfazione, direi).



La prima nota interessante è che, pur avendo l’apparenza tecnica di un oggetto degli anni ’90, il WBE non suona come tale. Cioè, per esempio, ancora negli anni ’90 trovavo difficile, col digitale, riscontrare un reale senso di silenzio in mezzo alla musica, di calma, di assenza di quella sorta di fastidio da rumore bianco che so che anche altri sentono nel digitale (chi non lo sente pensa che io sia matto, è una di quelle cose che non si spiegano, o si percepiscono o no); così come trovavo sempre che il suono avesse un che di affrettato, di troppo tirato via, uno spegnimento (in quel rumore, non nel silenzio, che sarebbe stato solo un sovrasmorzamento) troppo rapido a cui corrispondeva un attacco troppo “sul limite”, più di qualche volta. Questo tipo di suono era allora superato solo da poche macchine, ahimè quasi sempre molto costose (mi viene in mente il Naim CDS come prima macchina che mi ha dato la speranza che quel suono non fosse intrinseco al processo di registrazione e riproduzione del digitale) e quasi sempre a singolo telaio. Poi son passati gli anni e, in tutta evidenza, qualcosa è cambiato – prima nei lettori SACD, che erano in grado di, diciamo, stare zitti in mezzo alle note anche a livelli di prezzo umani, poi in DAC e lettori non oversampling anche economici (anche se a costo di altri problemi, praticamente sempre), poi via via quasi in tutto il digitale (quasi). Cosa sia cambiato di preciso non lo so, penso un insieme di cose (maggior attenzione a masse, clock ed emissioni elettromagnetiche, miglior layout, miglior architettura – magari semplicemente si è diffusa la capacità progettuale a tutti i livelli). Non ci metto più il miglioramento dei componenti digitali, non dopo l’esperienza del WBE. Non suona, appunto, come un oggetto degli anni ’90: avevo e ho in casa un Audio Synthesis DAX con HDCD e convertitori PCM63, stesso tipo di selezione, oggetto che avrebbe pure la possibilità teorica di essere, per la parte digitale, superiore al WBE (il filtro HDCD e il PLL di riduzione del jitter), almeno stando alla conoscenza comune, che però suona, appunto, come un (buon) oggetto degli anni ’90, sempre un po’, come dire, indaffarato, leggermente affrettato, con quella forma di rumore di cui parlavo sopra.

Se dovessi dare una descrizione generale del suono del WBE, parlerei di un suono il cui fondamento è leggeremente spostato verso il mediobasso, con un tocco di velluto, appena un po’ brunito (questo certamente rispetto al riferimento con cui l’ho confrontato, il Bel Canto PL-1a, un multiformato di fascia alta, che non è mai stato distribuito, che io sappia, in Italia, ma che probabilmente avrebbe avuto un listino di 7/8000 Euro se lo fosse stato, assai quotato in USA anche per la sua neutralità). La risoluzione del dettaglio del WBE è, secondo me, eccellente; non è ottenuta a scapito della dinamica (non c’è appiattimento), che resta davvero ottima. Lo scatto, a causa dell’impostazione timbrica, non è da primato, ma è un tipo di suono – comunque influenzato dalla qualità della meccanica – che pare molto realistico, pare di percepire un po’ più del solito, diciamo, la sensazione fisica del live, l’idea subliminale di essere davanti o in mezzo ad altri esseri umani, non di essere all’ascolto di un evento artificiale com’è la riproduzione.

Forse questa sensazione dipende anche da una notevole abilità del WBE nella riproduzione del colore timbrico, denso e saturo al punto giusto, mai slavato od omogeneizzato; forse questa è la caratteristica che mi mancherà di più di questo DAC.



Tornando un attimo agli anni ’90, la presenza di quel ricevitore ormai obsoleto mi ha spinto a cercare di vedere se il suono del WBE fosse influenzato dalla presenza di un reclocker di qualità com’è l’Apogee Big Ben. In tutti i casi precedenti, l’interposizione del Big Ben fra le meccaniche DVD e i DAC che ho avuto in giro ha sortito effetti positivi (quelli che ci si aspettano dalla riduzione del jitter, in genere). Con il WBE la differenza c’è stata, ma nei termini di un netto, inaccettabile peggioramento: maggior indeterminazione della focalizzazione, tendenza all’artificiosità, mediobasso e basso meno fermi, alte frequenze con una maggior tendenza al rumore. Non so che fare di un risultato simile, non so che conclusioni cercare di trarne, anche perché utilizzando una meccanica a jitter più basso (il Marantz di cui sopra, non hp misure specifiche, ma ho una ragionevole certezza) il suono migliora.

Per parlare della scena mi rifaccio al confronto con il Bel Canto di cui sopra, che, come dicevo, è un lettore di qualità elevata. Il Bel Canto presenta sicuramente una scena più ampia, con esecutori meglio staccati fra loro, una focalizzazione forse un po’ più diffusa, ma che pare essere all’interno di uno spazio complessivo maggiore, anche in profondità. La differenza però è che, con alcuni dischi, anche il WBE sembra arrivare a dimensioni della scena abbastanza simili; mentre il Bel Canto pare imporre una certa maestosità, il WBE è apparentemente più trasparente. (Poi, se vogliamo dire che il Bel Canto ha una serie di caratteristiche che forse possono essere ricondotte alla tipologia di DAC utilizzati, possiamo anche provarci, ma non mi spingerei a tanto). Un’ulteriore tratto affascinante del WBE è il fatto che mi è parso esaltare la capacità delle mie Merlin di ritrarre la “rotondità” delle sorgenti sonore, la loro dimensione, il loro corpo – col digitale non è facile.

Nella recensione del DAC AYA II di Audial ci sono un paio di altre note su questo oggetto, se volete avere invece un’idea di quanto si discosti da un (buon, anche se molto più economico) convertitore non oversampling progettato con criterio.

Sintetizzando all’estremo, comunque, questo DAC mi mancherà. Se non fosse strettamente limitato al CD, ci avrei seriamente pensato. Però per molti questa non è una limitazione (e personalmente sto giungendo un po’ per volta all’idea di avere un sistema dedicato al CD, magari di impostazione diversa rispetto alla macchina ad alta risoluzione che comunque voglio avere in giro). Né credo che la vendita di file ad alta risoluzione su Internet decollerà in tempi brevi, penso che rimarrà un fenomeno marginale, al momento. Se non avete una collezione significativa di dischi ad alta risoluzione, il WBE e una meccanica CD – a prescindere dalla sensatezza tecnica della separazione meccanica/convertitore e dai problemi dell’interfaccia S/PDIF, che non voglio affrontare qui, e che comunque potrebbero essere stati sopravvalutati, quantomeno rispetto a quelli di altre interfacce che oggi, secondo alcuni, risolvono tutti i nostri problemi e guariscono pure dalla scrofola – mi sembrano un’eccellente idea, qui e  ora.


Costruttore: WBE Audioelektronik, www.wbe-audio.de
Distributore: Audiomondo,  www.audiomondo.com
Prezzo: Euro 4130