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L’ascolto di un impianto: istruzioni per l’uso.

di Paolo Di Marcoberardino
L’ascolto di un impianto: istruzioni per l’uso.

Seconda puntata

La trasparenza ed il dettaglio sonoro: ci sono o ci fanno ?

La scorsa volta ci lasciammo con alcuni spunti di riflessione ed una conclusione, ossia che la dinamica di un programma musicale non ha alcuna connessione diretta con il volume sonoro che un impianto è in grado di rappresentare, essendo quest’ultimo solo il mezzo per ricostruire il grado di intensità sonora dell’evento reale, non certo di come lo conosciamo (accertato che nessuno era presente nel luogo di incisione) ma di come lo possiamo immaginare, mentre la prima non è altro che la capacità dell’impianto stesso di rispettare e riprodurre in modo fedele le escursioni di intensità sonora che il programma musicale presenta.

In modo fedele, non spettacolare.

Anche un singolo strumento può essere riprodotto in modo più o meno dinamico, e qui è sufficiente andare a sentirlo dal vivo per capire a che punto siamo con il nostro impianto.

Siamo dunque nel campo dell’immaginazione, elemento che laddove carente rende sempre molto difficile valutare ed apprezzare la musica, essendo essa stessa prima di tutto immaginazione allo stato puro.

Un terreno di confronto dove spessissimo si sente dissertare, è quello del dettaglio musicale e della trasparenza, aggettivi che talvolta sento utilizzare in modo opinabile, con evidenti rischi di equivoci di vario genere.

Cominciamo con il dire che non sono affatto la stessa cosa, e che può capitare tranquillamente che l’uno sia presente in dosi massiccie in carenza dell’altro, e viceversa.

Anche in questa occasione dovremo, come è normale che sia, avere ben presente come suona l’evento dal vivo, poiché esso rappresenta il giusto riferimento a cui tendere, ancorchè come già avevamo detto in precedenza, esso sia una pura astrazione, in quanto ogni evento musicale reale vive di vita propria ed unica, ed è relativizzato esso stesso in base all’ambiente ove avviene, al posto in cui saremo situati ad ascoltare, al tipo di strumenti utilizzati, oltre a tante altre piccole variabili in gioco.

Sappiamo bene, poi, che l’incisione stessa è una forte reinterpretazione di tale evento, poiché gli interventi sia dell’uomo che delle macchine dallo stesso utilizzate influenzano questo processo in modo assai pesante (a volte ahinoi con risultati poco fedeli).

Il dettaglio sonoro, altri non è che un "modo" in cui l’impianto ci porge gli strumenti e la voce umana: tanto più avremo dettaglio tanto più questi somiglieranno agli originali.

Prima di tutto, però, questo dettaglio dovrà essere presente nell’incisione, e perché no nell’evento reale, e qui iniziano i problemi.

Se andiamo in una sala concerti, ed assistiamo ad una rappresentazione strumentale, non potremo percepire l’aria che fluisce negli strumenti a fiato, a meno che non ci sediamo a fianco degli esecutori, mentre riusciremo tranquillamente a sentirlo se assistiamo in una fumosa sala ad una esecuzione di un quartetto jazz a portata di qualche metro.

In una riproduzione casalinga del primo evento, non avrà senso ascoltare alcune cose, nel secondo si.

Tutto è dunque relativo, ancora una volta.

Molte incisioni, purtroppo, ci evidenziano una attenzione pedissequa al dettaglio sonoro laddove nell’evento dal vivo non lo sentiremmo mai: ciò dipende dal fatto che il tecnico del suono ha posizionato uno o più microfoni nei pressi dello strumento, perché egli sa benissimo che se non lo facesse la sua incisione non potrebbe piacere agli audiofili che ascoltano il proprio impianto e non la musica.

Questo è il primo punto di confusione.

Il secondo, è ancora più pericoloso, poiché è costituito dal fatto che molti confondono il dettaglio sonoro con la asciuttezza timbrica, e qui facciamo la nostra prima prova.

Dovete avere per forza un diffusore con il collegamento biwiring, ossia connettori separati per la via bassa e quella medioalta: se non lo avete andate ad acquistarlo.

Ora ascoltatelo normalmente collegando tutti e quattro i connettori ai vostri cavi di potenza, dopodichè staccate quelli relativi alla via bassa, ossia senza ascoltare con i woofer.

Alcuni, non pochi purtroppo, avranno la sensazione di ascoltare in modo si inascoltabile, ma più dettagliato, mentre ovviamente il dettaglio è esattamente quello di prima, con l’unica differenza che la secchezza timbrica dovuta al fatto di non ascoltare le frequenze più basse da l’impressione di percepire in modo più dettagliato gli strumenti.

Impressione pericolosamente errata, poiché essa è spesso alla base di equivoci ed errori che molti inconsciamente commettono nel giudicare il suono di un impianto.

Compreso ciò, ci pare evidente che un impianto timbricamente caldo (che è il contrario di freddo, ma il termometro non c’entra nulla) può essere al contempo molto dettagliato, riuscendo benissimo a riprodurre uno strumento in tutta la sua chiarezza e definizione, cosi come un impianto tendenzialmente freddo ed asciutto potrà avere un dose di definizione inferiore.

Un po’ la differenza tra una foto fatta in piena luce del sole con una compatta di pessima qualità, ed una fatta all’imbrunire con una medio formato di qualità estrema.

Dal vivo, nessuno strumento suona opaco e poco definito, in quelli a fiato sentiamo l’aria soffiata dentro di essi trasformarsi in suono, in quelli a corda sentiremo lo sfregamento dell’archetto o il pulsare dei polpastrelli, nel pianoforte sentiremo distintamente il rumore del martelletto poi amplificato naturalmente dal mobile, nelle percussioni sentiremo la pelle percossa.

Nella voce umana sentiremo il respiro, l’aria emessa dal diaframma, il rumore delle labbra.

Sentire tutto ciò significa avere un impianto molto dettagliato, e tutto ciò è anche figlio del contenuto armonico completamente riprodotto, del quale parleremo in altra puntata.

Il concetto di trasparenza è più semplice, ma forse più subdolo, anche se il termine ci aiuta non poco.

Dobbiamo immaginare il nostro impianto come un telo, che ci impedisce di vedere ciò che c’è dietro con la stessa facilità che avremmo se non ci fosse; ovviamente, tanto più questo telo tenderà ad essere trasparente, tanto meglio vedremo ciò che copre alla nostra vista.

Partiamo subito da una seconda prova.

Utilizzeremo una eccezionale incisione, che io posseggo in CD, del grandissimo artista che fu Charles Mingus, ossia "Mingus, Mingus, Mingus, Mingus, Mingus" (altresì chiamato, appunto, Five Mingus).

Se non ce l’avete, chiedete perdono a voi stessi ed andate subito ad acquistarlo.

Il primo brano, "II B.S.", è uno di quei brani nei quali è impossibile restare impassibili: se vi scoprite a non battere il tempo, potreste essere deceduti da tempo senza saperlo.

Inizia con un giro di basso, suonato appunto dall’artista, posizionato idealmente al centro un po’ spostato sulla sinistra, cosi come il tecnico del suono ce lo ha voluto far sentire, nel mio impianto circa tre o quattro metri dietro la linea ideale dei diffusori.

Du, du, dudundum, du, du, dudundum, du, du, dudundum, dudum dum dum dum …., poi entrano i fiati, in un attacco formidabile, con un senso del tempo eccezionale, sono tanti, un po’ a destra un po’ a sinistra …. Ta, tatatta tata ra ta tataaaa ….

E cosa succede ?

Succede che se il vostro impianto è abbastanza trasparente, il giro di basso sotto quel popò di sezione fiati si deve continuare a sentire benissimo ed in modo ben distinto, non dovrete perderne neanche una nota, se invece non lo sentite più, perché sopraffatto dagli altri strumenti, ebbene il vostro impianto non è trasparente a sufficienza, perché Mingus è sempre li che suona il suo contrabbasso con la medesima energia, non è andato a bersi un suo amato bourbon.

E qui dobbiamo per forza tornare a parlare di come suona la musica dal vivo.

Quando ascoltiamo in un auditorium un brano di musica sinfonica, se l’acustica è ottima potremo riuscire a concentrarci su una singola sezione di strumenti, o addirittura su uno strumento solo, senza che gli altri (gli strumenti non le persone) ci possano impedire di farlo; il tutto, però, in una amalgama ben precisa e tanto più gradevole quanto saranno bravi gli esecutori ed il maestro d’orchestra.

Sentiremo quindi il tutto omogeneo, ma con la possibilità di poterci concentrare su un particolare per scelta nostra, non perché quel particolare si fa notare in modo anomalo, sempre che lo spartito non lo preveda, ovviamente.

Molti impianti piuttosto trasparenti e molto dettagliati, fanno ciò nel modo sbagliato, mettendo in evidenza particolari in modo un po’ innaturale, come se li facessero avanzare con una sorta di lente di ingrandimento spostata ora qui ora lì, che può farci gridare al miracolo, ma che come tutti i miracoli sono poco attinenti alla realtà.

Per mia esperienza, e qui faccio un tipo di affermazione che non amo fare ma che qualche volta nella vita bisogna pur provare a fare, tale tipo di "trasparenza miracolosa molto hiend ma un po’ finta" è appannaggio più di apparecchi a stato solido che a valvole, queste ultime in genere più fedeli ad un concetto di trasparenza magari meno spinto (ma fino ad un certo punto, oddio mi sto ingineprando su un sentiero senza uscita …) ma forse più realistico.

La trasparenza, dunque, ci consente di "vedere" con le orecchie tutto ciò che c’è davanti a noi, con chiarezza, ma senza alterazioni prospettiche o avanzamenti fisici di strumenti, in modo omogeneo e concreto: in poche parole naturale.

Ecco dunque che un impianto dettagliato, potrebbe non essere cosi trasparente come pensiamo, facendoci sentire alcune cose si con estremo dettaglio, senza riuscire a farcele sentire tutte, o potrebbe non esserlo nel modo più corretto possibile: potrebbe addirittura essere dettagliato in alcuni ambiti di frequenze e non esserlo in altre, rivelandosi magari dettagliato sul medio alto ma poi impastare il medio basso.

Quindi il dettaglio è un "modo" di sentire, ossia un aspetto meramente qualitativo, mentre la trasparenza è un "quanto" sentire, e pertanto un aspetto quantitativo: tanto più avremo il primo, tanto più fedelmente sentiremo gli strumenti (con una incisione corretta), tanto più ne abbiamo della seconda, più strumenti sentiremo.

Anche qui conta il programma musicale, ovviamente, poiché se ascoltando un duo flauto e voce bianca della trasparenza non sapremo che farcene, al contrario del dettaglio, con una sinfonia di Bruckner più che il dettaglio ci servirà una dose scandalosa di trasparenza per poter sentire tutto ciò che Bruckner ha inteso mettere nell’orchestra, che non dovrà apparire al nostro orecchio come una amalgama indistinta di strumenti, ma come una precisa e distinguibile composizione degli stessi.

La trasparenza, proprio per la sua valenza meramente quantitativa, è una caratteristica di immediata percezione e che quindi ci consente facilmente di comprendere un miglioramento oggettivo del nostro impianto: nel momento in cui sostituiamo qualcosa, sia esso una sorgente, un finale o un semplice cavo, e sentiamo oggettivamente più cose, avremo maggiore trasparenza ed il nostro impianto sarà oggettivamente migliore.

Ciò in genere è anche piuttosto emozionante, nel momento in cui ci accorgiamo che quel brano, tanto amato e magari ascoltato da un paio di decenni e che pensavamo quindi di conoscere meglio di noi stessi, ha un particolare mai sentito, un giro di chitarra con più note, uno strumento di contorno solo accennato ed ora affiorato come dal nulla.

E’ come riscoprire un’amante più bella o bello di come la conoscevamo.

In particolare, avviene spesso che all’aumentare della trasparenza siano percepibili più note di quante pensavamo ci fossero in un assolo o in una base ritmica, o quanto sia possibile comprendere con più facilità la composizione musicale, l’arrangiamento di un brano leggero.

Con alcuni generi musicali più di altri il parametro trasparenza è fondamentale, a testimonianza a mio parere che chi ascolta con impianti di qualità minima, magari vantandosi con un’aria un po’ snob di prestare più cura alla musica che agli oggetti che la riproducono, in realtà ascolta solo una parziale e povera visione della musica stessa, come se andasse ad ascoltare un concerto con i tappi alle orecchie.

Con la musica classica concertistica, in particolare, è molto importante avere l’esatta percezione del movimento seguito dalle varie sezioni strumentali e riconoscerne il senso, senza la quale il tutto si perde in un marasma omogeneizzato senza motivo, cosi come importante nella musica da camera comprendere i vari contrappunti creati dall'interazione melodica, che se non ben distinti e comprensibili finiscono per infastidirci anziché deliziarci.

Provate a sentire i "concerti Brandeburghesi" di Bach, se non li avete andate immediatamente ad acquistarli con il capo cosparso di cenere, con un impianto dotato della sufficiente trasparenza da consentire la naturale distinzione dei vari contrappunti strumentali e poi fatelo con un impianto mediocre: sarà semplicemente un’altra musica.

Chissà cosa ne penserebbe J.S. Bach.

Qui l’impianto è veramente la servizio della musica, altrochè.

Anche nel jazz, perlomeno nel classico bebop, sarà fondamentale avere un impianto trasparente, che ci consenta di riconoscere le singole linee strumentali come il frutto della capacità artistica e dell’improvvisazione dei singoli interpreti, che costituiscono l’ossatura di questo tipo di musica: se l’impianto ci consente di ascoltare solo il solista che suona il sassofono, mettendo in secondo piano cosa sta facendo il batterista od il pianista, stiamo semplicemente "non ascoltando" un brano jazz.

Sfatiamo dunque il mito che musica ed impianto siano in antitesi: senza un ottimo impianto potremo ascoltare solo una pessima idea della musica contenuta nel supporto, che già di suo, perbacco, è una idea più o meno felice dell’evento sonoro vero.

Personalmente, ritengo la trasparenza di un impianto fondamentale, mentre posso soprassedere anche se malvolentieri ad un dettaglio meno che sfrenato; molti si concentrano invece su di esso, restando colpiti da una definizione che però spesso nell’evento dal vivo non c’è, perché artificiosamente indotta dal tecnico del suono.

In questo caso possiamo invece dire che l’impianto non è più al servizio della musica ma solo di se stesso.

Nella prossima puntata parleremo di immagine e ricostruzione prospettica dell’evento sonoro, ossia di come cercare di avere l’illusione, ascoltando musica sul nostro divano, di stare in un posto in cui non siamo, sempre sperando che tutti prima o poi ci siano stati.