Tu sei qui:HomeMagazineNumero 3Audio digitale ad alta risoluzione

Ora d'aria

di Igor Zamberlan
Ora d'aria

Introduzione

Come già premesso nella prima puntata, questa rubrica è soggetta alla direzione e alla forza dell’aria che tira sul mercato. Stavolta, la bava di vento che spirava nel mercato dei formati digitali ad alta risoluzione si è, d’improvviso, trasformata in un vero e proprio vento – molto più che una brezza primaverile, direi. Improvvisamente, e per una intelligente operazione di marketing, uno dei formati ad alta risoluzione è uscito dallo scaffale dei prodotti strettamente riservati agli audiofili e ai maniaci della tecnologia, per assumere il posto d’onore nei negozi mainstream. L’intelligente, magnifica operazione di marketing è stata messa a segno dal sistema che, solo quattro anni fa, era dato per nato morto, cioè l’SACD. Questa operazione ha un nome, The Dark Side of The Moon.

Temo che almeno tre dei miei quattro lettori non ne possano già più di sentir parlare di questa riedizione, ma, se vorranno seguirmi, dovranno godersi anche la mia opinione, dato che ho deciso di approfittare del mio pulpito elettronico per sbandierarla.

In realtà, non si tratta del primo caso in cui il SACD invade gli scaffali dei normali CD, dato che, l’anno scorso, la ABKCO ha immesso sul mercato una nuova riedizione di tutti i titoli dei Rolling Stones del suo catalogo su dischi ibridi; tuttavia due scelte fecero sì che l’impatto di queste riedizioni non fosse pari a quello del long seller dei Pink Floyd: non c’era (e non c’è) sulla copertina dei dischi nessuna menzione del fatto che si tratti di dischi ibridi e solo le versioni digipack (che qui da noi si sono viste pochino) sono ibride, quelle nel normale jewel-box sono normali CD.
E poi, c’è l’importanza commerciale del titolo: non ci sono dubbi sul fatto che The Dark Side… (che da qui in poi chiamerò familiarmente DSOTM) abbia potenzialità di vendita superiori a quelle di un qualsiasi titolo dei Rolling Stones del catalogo Decca/ABKCO; forse, addirittura, li supera tutti messi insieme.

L’oggetto

Per motivi che non mi sono del tutto chiari, la EMI ha deciso di rifare l’artwork del disco. Per me, sarebbe andata benissimo anche la vecchia copertina nera. La riedizione ha una copertina in cui brilla il familiare triangolo con diffrazione prismatica su sfondo blu e un lussuoso booklet che, oltre ai testi, riporta una trentina di foto e illustrazioni di repertorio, che ritraggono i componenti del gruppo, le copertine e le etichette delle precedenti riedizioni (inclusa quella della versione russa originale) e alcuni memorabilia (il manifestino di un concerto del periodo di Wish You Were Here, l’insegna col triangolo di un bar centroamericano). Il lato non “suonante” del disco riprende i colori del nuovo artwork. L’effetto complessivo è certamente accattivante, anche se i “puristi” possono avere più di qualcosa da dire.
Uno sticker tondo, attaccato al jewel-box normale (quindi non distinguibile dai suoi angoli smussati da quello di un normale CD come sono quelli degli ibridi finora apparsi) fa presente che si tratta di SACD ibrido con programma 5.1 e stereo, oltre che di normale CD; il fatto viene ripetuto anche sul lato posteriore della copertina.

Il disco

Devo, purtroppo, dire che non sono mai stato un grande fan di questo disco. Nella mia adolescenza ho passato un periodo in cui campavo a pane e Pink Floyd, ma della loro discografia, già allora, preferivo altri titoli (il primo, Meddle e Atom Heart Mother). In seguito, come ho già avuto modo di dire, sono diventato un piccolo snob della musica acustica, principalmente di tradizione eurocolta.
Così non mi sento troppo turbato da quanto sto per dire: il confronto che ho fatto tra la versione SACD e il vinile in mio possesso (una seconda stampa italiana) non è in grado, secondo me, di fornire (se non in misura abbastanza scarsa) risultati rappresentativi delle possibilità del sistema SACD, dato che si tratta di una registrazione fortemente manipolata, probabilmente volutamente distorta in alcuni punti e frutto di innumerevoli sovraincisioni effettuate con sistemi che, oggi, appaiono senz’altro primitivi. DSOTM è, insieme ad alcuni dei dischi dei Beatles, uno dei primi casi in cui la tecnica e la qualità della registrazione entrano a far parte di un unicum che include anche i contenuti musicali propriamente detti; i parametri valutativi della qualità della riproduzione, pertanto, sono diversi da quelli che si applicherebbero ad una registrazione di strumenti veri in un’ambienza realistica – si può solo cercare di estrapolare una serie di impressioni di massima. E’ per questo che vedo l’operazione di marketing del gruppo Sony/Philips (perché è a loro, e non a EMI, che penso vada attribuito il merito, vista la posizione ambivalente e la finora scarsa convinzione di cui EMI ha dato prova nei confronti dei nuovi formati digitali) come un tentativo di creare coscienza nei normali consumatori del fatto che è arrivato un nuovo, migliore, formato di riproduzione della musica, ma non come la prova definitiva della sua superiorità, che verrà probabilmente in seguito.

Ok, ma…

“E piantala con gli sproloqui”, mi direte, “come suona?”
Ho l’impressione che chi è interessato nei nuovi formati si sia già fatto una sua idea (il disco è finito, a trent’anni esatti dalla sua uscita, nelle prime posizioni delle classifiche di vendita). Come scrivevo sopra, ora vi sciroppate la mia.
Premetto che il mio sistema di riproduzione vinilica è senza dubbio superiore al lettore SACD che utilizzo (giradischi Scheu Premier con piatto da 42 cm, con braccio VPI JMW12, testina attualmente in uso Ortofon SPU, pre phono DACT CT100 con alimentazione induttiva autocostruita contro “semplice” Sony SCD-777ES), ma va anche riconosciuto che la mia copia “nera” del disco ha visto giorni migliori.
La cosa strana è che mi sono dovuto impegnare piuttosto per venire a capo delle differenze, anche per la buffa caratteristica della mia versione in vinile: il secondo lato suona più dinamico e pronto sui transienti rispetto al primo, e persino un po’ più naturale, se questa parola si può attagliare al disco in esame.
In definitiva, così, c’è una prevalenza del SACD sul primo lato un po’ su tutti i parametri, se si esclude un senso di “palpabilità” delle voci e una maggiore larghezza scenica. Il SACD stereo ha maggiore profondità, bassi più corposi ed estensione verso gli acuti che diventa sempre più preferibile man mano che la testina procede verso i solchi interni. E’ anche vero che, se avessi scelto una testina più adatta ai generi musicali di maggiore impatto, il risultato sui bassi sarebbe probabilmente stato più simile fra i due sistemi. I suoni delle pendole all’inizio di Time sono meglio discriminabili nell’edizione SACD.
Il secondo lato segna la riscossa del vecchio vinile, con un maggiore realismo nella riproposizione dei suoni all’inizio di Money, dei sax più… “saxosi” e, inopinatamente, una migliore dinamica complessiva, sia a livello micro che a livello macro. E’ un po’ come se si fosse scelto di normalizzare i livelli verso un ascolto più “dolce”, nel SACD. Anche qui devo tuttavia riscontrare una maggior costanza di prestazioni nel SACD verso gli ultimi brani – ho l’impressione che il mio vinile sia stato lievemente arato da ascolti effettuati con sistemi non perfettamente tarati. Altro punto che può essere considerato favorevole al SACD è il lavoro di ripulitura sui cori di Us and Them, più puliti e meno distorti, anche se sempre lievemente saturati.
L’unica cosa che non mi convince, nel complesso, del SACD, è il fatto che ho l’impressione che si sia voluto modernizzare il suono accentuando l’intervento dei piatti della batteria, che appaiono, a volte, un po’ scorporati dal resto del messaggio sonoro.

Non ho ancora avuto modo di sentire il programma multicanale, che, secondo alcuni, è una vera rivoluzione.

Bonus: Police

Il secondo caso di “SACD goes mainstream” di questi giorni, anzi, temporalmente il primo. Presentati come edizione limitata per il venticinquennale, sono usciti, a prezzo pieno e in confezione digipack, tutti i dischi dei Police su ibrido (per l’Europa), e sono anch’essi apparsi nei normali scaffali dei CD.
Questi dischi non hanno mai suonato particolarmente bene, soprattutto i primi due (il terzo, Zenyatta Mondatta, è, ahimè, proprio bruttino). Per quanto riguarda Outlandos D’Amour, rispetto al vinile tedesco nice price, il SACD vince perché è stato fatto un intelligente lavoro di riequalizzazione, con un tentativo, riuscito per quanto ho sentito, di bilanciamento del segnale, eccessivamente spostato verso l’acuto nel vinile, con sibilanti fuori controllo e piatti ridotti a splash un po’ informi. Su SACD non diventa certo una registrazione audiophile, ma è molto più godibile. Gli ultimi due dischi in studio erano un po’ meglio, in origine (le mie copie in vinile sono una prima stampa italiana per Ghost In The Machine e una prima olandese per Synchronicity). Qui è, soprattutto nel caso di Ghost, il vinile a vincere, anche se di un’incollatura: è un po’ più denso e naturale, e rende meglio l’idea che a suonare sia un gruppo e non una serie di strumentisti separati, anche se posso pensare che qualcuno preferisca il SACD dato il suo maggiore controllo delle sibilanti, sempre in agguato quando a cantare è Sting, e in particolare su Synchronicity, il più vicino, come impostazione sonora, ai suoi dischi solisti. Di nuovo, percepisco una lieve enfatizzazione innaturale dei piatti della batteria su SACD che non sento sul vinile. Comincio a pensare che, forse, con un diverso lettore SACD, questo non accadrebbe.

Prossimamente…
…arriva su queste pagine il catalogo di Peter Gabriel su SACD, che dovrebbe essere apparso nei negozi mentre mi leggete.