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L’ascolto di un impianto: istruzioni per l’uso.

di Paolo Di Marcoberardino
L’ascolto di un impianto: istruzioni per l’uso.

Prima puntata

La dinamica ed il volume sonoro: gemelli diversi o neanche lontanamente parenti ?

Quando mi capita di imbattermi in una discussione sul suono di un impianto o di un apparecchio, spesso sento considerazioni soggettive più o meno condivisibili, ma su categorie di giudizio per le quali manca una sorta di denominatore comune oggettivo, ossia si discute più o meno animatamente sul fatto che una elettronica possa essere più o meno trasparente, per esempio, laddove i due interlocutori hanno un concetto della trasparenza piuttosto diverso.

Un po’ come confrontarsi sul comportamento stradale di una vettura, quando uno si riferisce alla tenuta di strada mentre l’altro al comfort: la discussione perde di significato, perché il motivo del contendere è semplicemente diverso.

In poche parole, non si capisce di cosa si stia parlando.

Sarebbe utile, quindi, poter cercare di chiarirci alcuni concetti basilari, che possano dare dei principi comuni dai quali poter sviluppare ogni ulteriore esperienza e giudizio, come una sorta di glossario definito e non arbitrario, giacchè se arbitrari possono essere i giudizi, non lo siano anche le categorie di giudizio stesse.

Coloro che si ritengono già esperti, data la semplicità del presente articolo, possono tranquillamente passare oltre.

Bene, tutti esperti vedo, considerato che siete rimasti in tre.

Ovviamente il tutto può essere d’aiuto sia nella lettura delle recensioni, che come spunto per successivi approfondimenti, tenendo ben presente che è impossibile essere esaustivi in questa sede a meno che non ci venga in mente di fare un improbabile trattato, mentre invece vogliamo semplicemente chiarirci alcuni concetti.

In questa prima puntata, ci occuperemo di uno degli aspetti più importanti della riproduzione domestica della musica: la dinamica.

Per comprendere correttamente cosa è l’escursione dinamica di un programma musicale, possiamo dire che essa è la differenza misurabile in decibel tra il massimo picco musicale, come ad esempio un pieno orchestrale in piena regola, ed il rumore di fondo, sotto il quale non possiamo andare; ovviamente, in un auditorium, il picco espresso in decibel sarà un po’ diverso di intensità in relazione al nostro posizionamento: se abbiamo dei buoni biglietti e ci troveremo vicino all’orchestra, avremo una diversa intensità sonora rispetto a colui che non ha trovato di meglio dell’ultima fila.

Cominciamo con il dire quindi che anche ascoltando l’evento reale, ognuno ascolterà una cosa differente, o quasi.

Questa escursione dinamica presente dal vivo, e parlo di concerti non amplificati, ovviamente, è impossibile riprodurla nella sua interezza in una esecuzione domestica, poiché la forchetta di cui sopra si riduce, essenzialmente per due motivi.

Il primo è che il rumore di fondo indotto a casa nostra dalle elettroniche, dal vivo non c’è perché non ci sono le elettroniche, ed anche il rumore ambientale, che c’è in entrambi i casi, normalmente fatti salvi colpi di tosse e telefonini vari, difficilmente a casa nostra potrà essere più basso, a meno che non si abiti sul monte Athos o non ci venga in aiuto una delibera comunale di blocco totale del traffico.

Il secondo, è che il supporto che stiamo ascoltando, qualunque esso sia, è stato vittima di una inevitabile compressione dinamica, sia voluta da chi lo ha prodotto, sia naturale.

Ma tutto sommato, questo discorso del rumore non è cosi importante, se non altro perché quando ascoltiamo la musica, il nostro cervello, come è giusto che sia, fa una sorta di scelta selettiva privilegiando la sua attenzione sul segnale musicale piuttosto che sul molto meno piacevole rumore di fondo.

Peraltro, chi mette un disco solo per ascoltare quanto rumore di fondo c’è, dovrebbe senz’altro riconsiderare le proprie facoltà mentali.

Ciò che è molto importante, è come il nostro impianto riproduce quel picco dinamico del pieno orchestrale, più che il quanto.

Sul quanto, infatti, abbiamo risolto da molti decenni il problema, poiché disponiamo di amplificatori abbastanza potenti da poter riprodurre volumi sonori realistici a livelli indistorti.

Se un picco orchestrale raggiunge le nostre orecchie, che so, con 100 decibel, basterà avere un normale diffusore da 90 db/watt/metro ed una amplificazione da 10 watt per avere i nostri 100 db ad un metro, e quindi in una normale situazione domestica saranno grosso modo sufficienti una trentina di buoni watt per stare più che a posto in situazioni medie.

Ma la dinamica è tutt’altra cosa, i wat non bastano, anzi, forse neanche contano, visto che possiamo “acquistarne” altri con l’efficienza dei diffusori.

E qui per capirci dovremo andare su un caso concreto.

Prima di tutto bisogna conoscere come si comporta dinamicamente uno strumento musicale o un insieme di strumenti musicali: insomma bisogna ascoltare la musica dal vivo.

Se non l’avete mai fatto cominciate da ora; se non vi va di spendere soldi in biglietti fate un sacrificio, o vendete il cavo da duemila euro che avete appena acquistato; al limite, se proprio non riuscite, venite a Roma e prendete la metropolitana, cosi potrete ascoltare una simpatica sequela di suonatori di variegata tipologia brandeggiare i loro strumenti per i vagoni: violini, sassofoni, fisarmoniche e trombette varie.

Faremo ora una dimostrazione concreta confrontando il comportamento dinamico di due finali che sono riuscito a mettere insieme scomodando amici vari: due mono Klimo Beltaine, ed un Mark Levinson 23.5.

Se non li avete, dovrete andare ad acquistarli.

Fatto ?

Bene, ora piazzateli come potete, pronti a sostituirli di volta in volta, lasciando il resto dell’impianto ovviamente cosi com’è; non dovremo cercare di farli suonare al meglio, ma semplicemente capire se un finale da 7 watt possa competere in comportamento dinamico con un finale da molte centinaia di watt su carico reale.

Non è una dimostrazione scientifica, o un evento catartico da effettuare in una notte di luna piena, è un tentativo di carpire delle differenze con un minimo di buona volontà, senza dover stilare classifiche o anatemi, semplicemente tentando di comprendere dove e cosa dobbiamo ascoltare quando si tratta di dinamica.

Avendo il Klimo delle limitazioni in termini di potenza che il Mark Levinson non ha, dovremo utilizzare un paio di casse che non scendano sotto i 90 db/watt/metro; se non le avete, andate ad acquistare anche quelle.

Io la prova l’ho fatta con dei diffusori JM LAB, di efficienza sulla carta lievemente superiore.

Il confronto tra questi due stadi finali non è casuale, perché essi rappresentano gli opposti dell’universo amplificazione, essendo accomunati solamente da un particolare: entrambi adottano una alimentazione allo stato dell’arte, sia per dimensionamento che per finezza progettuale; per il resto, l’uno è l’opposto dell’altro.

Degli altri componenti dell’impianto non farò menzione, poiché inutile; è sufficiente sapere che è un impianto adatto e congruo ai finali in questione.

Cominciamo.

Prenderemo in esame una riproduzione che tutti dovrebbero avere in casa, ossia il concerto n° 2 per pianoforte ed orchestra di Sergei Vasilievich Rachmaninoff: se non l’avete andate a comprare anche questo, a prescindere dalle prove vi ritroverete comunque un’opera dalla bellezza sconvolgente.
2008 videohifi

Io ne ho diverse versioni, tra le quali un cd della DG con l’orchestra dei Philharmoniker di Berlino diretta da Abbado e con il piano suonato dall’ottima Lilya Zilberstein, e l’ho usata perché nella stanza della prova non era disponibile una sorgente analogica, peraltro poco adatta laddove si renda utile ripetere molti passaggi del medesimo brano musicale in breve tempo.

Il terzo movimento, l’allegro scherzando, inizia con dei pieni orchestrali di rara intensità (parapara parapà, parapara parapà, parapara zuumm, tazuumm, tazutazu tazummm !!), e poi ve ne sono altri più o meno al quarto, al sesto ed al decimo minuto, con una partitura ricca nel susseguirsi di variazioni dinamiche di grande entità.

Qui si vede la differenza tra un impianto dinamicamente corretto ed uno che tenta di esserlo.

Innanzi tutto, partiamo da un mio personale principio: per saggiare le doti di un impianto, dovremo per prima cosa ascoltarlo a basso volume, quando senza il doping dei tanti watt, la musica deve fluire già chiara e leggibile, dobbiamo essere in grado di sentire già tutto, ma semplicemente ad un volume insufficiente.

La riproduzione dovrà essere viva, non piatta; il crescendo dovrà essere perfettamente concreto, perché un impianto realmente dinamico lo deve essere prima di tutto a questi livelli di ascolto.

I due finali già cosi manifestano le loro differenze: bellissimi, materici i Klimo, per nulla lenti, riescono a seguire il messaggio musicale con molta naturalezza, e soprattutto anche a questo livello di ascolto possono riprodurre il pieno orchestrale in modo molto completo.

Anche a basso volume, il suono è in poche parole vivo.

Con il Mark Levinson (spero l’avrete fatto scaldare almeno un’oretta), siamo molto vicini, ma già si nota una piccola differenza nel pieno iniziale, poiché il tutto sembra più tirato e grande, facendo come crescere le dimensioni dell’orchestra, dandogli più immanenza, con un basso orchestrale che esce già bello pieno.

Tralascio le non indifferenti differenze tra il timbro, la completezza armonica e via dicendo: qui si parla di dinamica.

Adesso dobbiamo provare a volume realistico, alziamo la manetta (in modo differente data la diversa sensibilità dei due finali) e vediamo che succede.

I Klimo sono dei prima versione, e vengono utilizzati con l’alimentazione a valvole (poi proveremo anche quella a stato solido) e con l’opzione che prevede un modesto uso di controreazione, per meglio interfacciarli con i diffusori, che hanno un basso appena poco frenato (ma potrebbe essere un problema ambientale e di gusti personali).

Per volume realistico, intendo un volume allineato con quanto ci è dato ascoltare in una sala concerti in una posizione intermedia, e qui ognuno gioca le sue carte delle esperienze avute in simili occasioni.

Le cose non cambiano, nella sostanza.

I Beltaine si dimostrano i fuoriclasse che sono, sfoderando una dinamica che non sta né sopra né sotto la velocità ritenibile naturale, ed al momento del pieno rispondono in modo molto corretto.

Cosa significa molto corretto ? Significa che al crescere del segnale musicale l’orchestra non cambia timbro, non varia di grandezza, lasciando inalterate le proporzioni non diventando essa piatta e bidimensionale ovvero più profonda e larga; in poche parole, è la stessa orchestra che semplicemente suona con maggiore intensità, perché i singoli strumentisti mettono più energia nei loro strumenti.

Nessun indurimento, nessuna fatica.

Il Mark Levinson fa il tutto in maniera un po’ diversa.

La velocità sembra maggiore, la grandezza dell’evento rimane più alta, più spettacolare, ma ho l’impressione che nel picco orchestrale cambi qualcosa: l’orchestra sembra crescere di dimensioni e di componenti, e varia l’equilibrio timbrico, seppure di poco, con un basso più pronunciato, come se arrivasse prima del resto.

Anche qui non c’è nessuna compressione dinamica, ma il Mark Levinson sembra avere più fretta di finire il pieno orchestrale, di impressionarci.

Se immaginiamo un paragone con un tizio che sale le scale, i Klimo sembrano salire facendo uno scalino per volta, rapidi e senza troppo fiatone, mentre il Mark Levinson ad un certo punto fa tre scale alla volta, con un incedere appena meno regolare ma forse più sollecito.

Se non avessi alcuna esperienza di ascolti dal vivo, direi che il Mark Levinson è più dinamico, mentre in realtà è solo più irruento.

Qui spesso entrano in gioco molti equivoci, perché avviene che amplificatori molto veloci e sbrigativi (e non è il caso del nostro Levinson), soprattutto se con una gamma media poco controllata, vengano spacciati a torto per molto dinamici, mentre in realtà sono semplicemente poco fedeli, proponendo una riproduzione forzata, innaturale.

Utilizzando l’alimentazione a stato solido nei Klimo, possibilità ora non più offerta dall’ultimo modello che la prevede solo a valvole, le prestazioni sembrano perdere un filo di naturalezza, sembrando il finale come impercettibilmente meno concreto, forse anche più lento, rispetto a prima.

I due finali in questione sono due eccellenti esponenti di due scuole differenti, è chiaro che scendendo di qualità, fino ad arrivare a prodotti economici, i difetti veri si odono chiaramente, e quindi il suono diventerebbe meno vitale, più piatto, avvicinandosi sempre di più, purtroppo, al suono di una radio portatile.

Un prodotto mal riuscito, o comunque con limiti intrinseci dovuti alla economicità dello stesso, potrà suonare benino un duo flauto e voce, ma un pieno orchestrale lo riprodurrà in modo confuso e faticoso: sintomo di scarse doti dinamiche.

Ora qui dovremmo fare una considerazione che io ritengo importante: in caso di compressione dinamica, dobbiamo stare attenti a distinguere quella dovuta alla saturazione degli stadi finali, che comporta elevati tassi di distorsione e di appiattimento sonoro e che riguarda la totalità degli amplificatori esistenti (ognuno avrà il suo limite, ovviamente), da quella intrinsecamente dovuta alle caratteristiche dell’amplificatore.

In questo secondo caso, che non riguarda gli eccellenti finali utilizzati, la compressione sarà presente anche ad ascolti ben al di sotto della soglia del clipping, e sarà pertanto addebitabile ad un comportamento troppo lento e poco vitale dell’ampli a prescindere dal suo utilizzo più o meno intensivo, anzi a basso volume essa darà l’impressione di essere maggiore poiché non beneficerà dei watt per imbrogliare l’ascoltatore.

Tutto questo, per comprendere che le doti dinamiche di un impianto esulano dal semplice esibire il crescendo con vigore, poiché ciò si deve sempre accompagnare con il preservare le caratteristiche di ambienza, timbrica e tutto il resto, ossia il segnale musicale deve essere riprodotto tale e quale, soltanto in modo più intenso, esattamente come fa un’orchestra dal vivo, dove la timbrica degli strumenti e il posizionamento degli esecutori rimane sempre quello, perché un violino o una tromba suonano in modo naturale sia che lo facciano forte che piano.

Pochi, pochissimi impianti riescono a farlo in modo completo.

Vi è poi da dire su una questione importante anch’essa, ossia sul fatto che un finale di potenza deve essere in grado di esprimere l’intensità del segnale al di sotto dei propri limiti massimi, e qui ovviamente si deve fare i conti con i numeri.

Il Mark Levinson sarà in grado di pilotare a volumi realistici qualunque diffusore, i Klimo no, per quanto ovvio, rendendo pertanto necessaria la dovuta attenzione ad interfacciarli con altoparlanti efficienti quanto basta.

Personalmente, non ho mai amato i diffusori a bassa efficienza (con una o due eccezioni), proprio perché li ritengo dinamicamente poco corretti; in tal senso consiglio a tutti di provare almeno una volta nella vita ad ascoltare un sistema a tromba ad elevata efficienza, tipo gli Avantgarde, per esempio, o comunque sistemi che si avvicinano ai 100 db/watt/metro: potreste rimanere turbati, oltre che spettinati.

Io non li ho perché non ho i soldi né lo spazio per averli, altrimenti quasi non avrei dubbi.

Per tornare al nostro confronto, credo che la prima cosa da dire sia che un finale da una manciata di watt, ha saputo confrontarsi sul terreno della dinamica con un mostro che vanta la stessa potenza alla ennesima, con risultati che possono sorprendere.

Facciamo attenzione a non confondere, quindi, un amplificatore dinamico da uno solo violento, un suono dinamico da uno solo intenso.

La dinamica si misura in qualità, mai solo in quantità.

Un ultimo spunto vorrei darlo riguardo il volume di ascolto, dicendo che teoricamente ogni programma musicale ha un suo volume “giusto”, ossia un valore verosimile all’evento reale.

Ascoltare un live degli AC/DC significa sentire il pugno nello stomaco (chi c’è stato ed è sopravvissuto come me all’evento sa di cosa parlo), mentre per un quartetto d’archi dovremo semplicemente tarare l’intensità sonora rispetto al posizionamento virtuale degli strumentisti cosi come l’impianto (e l’incisione ovviamente) ce lo lascia immaginare.

Nessuno ovviamente ci impedisce di alzare o abbassare il volume rispetto quello ritenuto ottimale, ma in tal caso ci allontaneremo dalla fedeltà dell’evento reale; ad ogni modo, ricordiamo che quando non si riesce facilmente ad individuare un volume corretto, giocando di continuo con la manopola dello stesso, il motivo risiede proprio nel comportamento dinamico non corretto dell’impianto, con la conseguenza che quando la musica è lieve alzeremo mentre quando spinge forte dovremo abbassare, come a limitare con il nostro intervento forzato ancora di più quella forchetta di cui parlavamo all’inizio, per l’incapacità del sistema di riprodurla bene.

Spero di essere stato chiaro, e di aver fornito a qualcuno dei tre qualche spunto di riflessione ed approfondimento.

La prossima volta parleremo di definizione e trasparenza, due concetti non solo molto diversi, ma anche talvolta molto lontani tra loro.


P.S. Non vendete i finali, ci serviranno ancora.