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Marco Lincetto, Velut Luna

di Alberto O.
Marco Lincetto, Velut Luna

Eccomi di nuovo a voi con un’altra delle mie interviste annuali.

Come l’anno scorso ebbi l’occasione d’intervistare Giulio Cesare Ricci, incontrandolo al Top Audio 2006, quest’anno, nel medesimo contesto, ho fatto una bella chiacchierata con l’altro famoso tecnico del suono italiano, nonché proprietario dell’etichetta discografica Velut Luna: Marco Lincetto.

Ne è venuto fuori un uomo in alcuni aspetti diverso da come appare nei suoi contributi in Rete, e soprattutto in quelli sul Forum di Videohifi. Una persona che si è dannata l’anima per riuscire in ciò che voleva intraprendere, che ha dovuto superare molte difficoltà e che ha dovuto accettare più d’una sconfitta. Ne è venuto fuori anche un grande appassionato del proprio lavoro, un discepolo fedele vorrei spingermi ad affermare, un personaggio da romanzo cavalleresco, coraggioso ma anche un po’ matto.

Ecco, l’Hi-Fi che piace a me, quella da cui traspaia qualcosa d’altro dei soliti discorsi sui condensatori tedeschi che suonerebbero meglio di quelli della Nuova Zelanda.

Buona lettura.


INTERVISTA A MARCO LINCETTO

Di Alberto O. — Top Audio - 15 Settembre 2007


a. Tu Marco sei nato a Padova, vero?

M.L. Sono nato a Padova sì, il 26 Giugno 1961.

a. Nella mia città natale, quando ero un bambino, c’erano un sacco di cose che ora non ci sono più, a cominciare dai tram con relative rotaie. C’è qualche cosa di Padova che, presente in passato, ora non c’è più e ne hai particolare nostalgia?

M.L. Le caldarroste l’undici di Novembre in Piazza Delle Erbe, nel centro di Padova. Il centro di Padova è formato di tre piazze: Piazza Delle Erbe, Piazza Della Frutta e Piazza Dei Signori.

Le caldarroste, per la verità, esistono ancora, ma sono circondate dalle sovrastrutture attuali, per cui finiscono per essere una sorta di reperto archeologico in un contesto di modernismo stridente.

a. Be’, ma se ci sono ancora, per quale ragione ne dovresti avere nostalgia?

M.L. Perché non sono più quelle! Manca la Millecento nera a coda di rondine, mancano tutti gli altri banchetti con le ruote di legno che sono stati sostituiti da piccoli trattori con le ruote di gomma, ma soprattutto ci sono i bar di tendenza. Quindi non è che manchi qualcosa, c’è qualcosa in più ed è qualcosa di troppo, a confondere la memoria…

a. C’è qualche aspetto nel carattere dei padovani che cambieresti all’istante?

M.L. Faccio fatica a dirlo, poiché io mi ritengo un padovano d.o.c.; in ogni caso direi…un certo rifiuto ad accettare il terzo, l’estraneo; i padovani sono un po’ chiusi, ma è una caratteristica dei veneti in generale. E’ comunque un difetto che non mi appartiene, essendo io molto proiettato verso l’esterno: mi sento bene quando vado a Roma, mi sento ancora meglio quando vado a Napoli, sono a mio perfetto agio a Catania o a Palermo. Non vivo nemmeno più a Padova, ma in un paese nelle vicinanze.
2007 videohifi copyrights

a. Breve escursus scolastico di Marco Lincetto.

M.L. Dunque, ho fatto il Liceo Classico ed in seguito non, sottolineo non mi sono laureato in Giurisprudenza. Sono arrivato a sei esami dalla laurea, avviato ad una carriera nell’ambito della magistratura, quando successe un episodio che ti voglio raccontare. Nel 1982 mi capitò di fare un incidente con la moto, abbastanza grave; mi distrussi la gamba destra e restai bloccato tra ospedale, operazioni e qualt’altro, quasi un anno. Hai ventidue anni, sei lanciato verso un brillante percorso di studi e professionale, e di colpo ti fermi per un lungo periodo; bene, sai cosa succede? Succede che cominci a farti delle domande ed una di queste è, ma sto facendo quello che m’interessa o no? Nel mio caso la risposta fu: no. E da quel momento iniziò per me una profonda crisi, sicché, una volta ripresa l’università, procedetti in modo disastroso, trascinandomi per i successivi tre anni.

a. Ti ho fatto la domanda a proposito degli studi, poiché in realtà vorrei sapere se la tua formazione scolastica ha rappresentato un aiuto nell’esercizio della professione di discografico e tecnico del suono, oppure se avresti tranquillamente potuto farne a meno.

M.L. Certamente che mi è stata di aiuto. E’ stata fondamentale, per lo meno il periodo sino alla maturità classica. Mentre trovo sia stato del tutto inutile il percorso universitario.

a. In che modo hai attinto da quella esperienza scolastica?

M.L. Il substrato, l’humus di fondo: un certo tipo di elasticità mentale. Io devo letteralmente inchinarmi a ringraziare i miei insegnanti di liceo, il cui grande risultato è stato quello d’insegnarci ad imparare. Quindi nozioni, erudizione senz’altro, ma soprattutto un metodo ed una disciplina di studio.

a. Parliamo della tua famiglia. Tuo padre, Adriano Lincetto, è stato pianista, compositore ed insegnante di musica. In che modo l’atteggiamento di tuo padre verso il lavoro, ed il suo carattere, hanno influito sul professionista Marco Lincetto.

M.L. Guarda: io sono lo specchio fedele di mio padre.

a. Significa che anche tuo padre si arrabbiava facilmente, come ti arrabbi tu?

M.L. Era esattamente come me nel Forum di Videohifi. La prima cosa che lui diceva era: no, non si può fare. Mio padre era severo, era strutturato, era una persona molto rigida; sebbene fosse dotato di tanta umanità; difatti lui era odiato da chi non lo conosceva e molto amato di chi invece riusciva ad entrare in confidenza con lui. Mio padre fu condirettore del Conservatorio Di Musica di Padova "Cesare Pollini", il cui Direttore, all’epoca, era il suo amico di sempre e compagno di studi Claudio Scimone, mitico fondatore dei Solisti Veneti, il quale a causa dei suoi continui impegni artistici, qualcosa come duecentocinquanta concerti l’anno, fu poco presente alla sua carica di primo responsabile del Conservatorio di Padova. A causa di ciò mio padre dovette sobbarcarsi una serie di responsabilità supplementari e non indifferenti, in quanto a tutti gli effetti svolgeva anche la funzione di Direttore operativo, in assenza, come ho detto, del titolare. Ed essendo papà una persona intransigente, onesta ed integerrima, la cosa si ripercosse alla lunga anche sulla sua salute, che ne risentì fino a portarlo, secondo me, alla morte.

a. E invece cos’hai preso da tua madre?

M.L. Da mia madre ho preso una certa logorrea. Io voglio portare a tutti i costi mia madre negli Stati Uniti, ove lei non è mai stata, solo per vedere sei riesce ad attaccare bottone anche con gli americani, non conoscendo mia madre una parola d’Inglese. Secondo me ci riesce.

Le tue scelte professionali hanno soddisfatto le aspettative dei tuoi genitori verso il loro figlio Marco, oppure essi avrebbero preferito che tu ti fossi dedicato ad altro?

M.L. Il bello dei miei genitori è che hanno sempre cercato di assecondare le inclinazioni mie e di mio fratello. Diciamo che nel periodo in cui ho abbandonato l’università, da parte loro c’è sicuramente stata qualche preoccupazione, poiché in quel momento, durato un paio d’anni, io mi sono trovato un po’ allo sbando, senza una direzione precisa.

Però nessun attrito…

M.L. Attriti no. Non in quel periodo per lo meno. Vi sono stati atriti con mio padre, quando ero più giovane, ma si trattò del classico scontro generazionale. A me piacevano i Pink Floyd, ad esempio, e lui diceva che di quel gruppo non sarebbe rimasto nulla. Sebbene fosse capace di mostrare grande apertura mentale, come quando gli feci ascoltare la colonna sonora di Jesus Christ Superstar ed egli definì un genio il compositore di quelle musiche (Andrew Lloyd Webber — Ndr).

Comunque i nostri contrasti, alla fine, derivavano dal fatto di avere entrambi l’identico carattere.

Purtroppo io e mio padre ci siamo riuniti, abbiamo trovato un motivo d’incontro, poco prima che lui morisse e cioè quando io fondai la Velut Luna, per la quale lo volli a tutti i costi nel ruolo di Direttore Artistico. Otto mesi dopo, mio padre morì.

E’ venuto il momento di parlare del tuo lavoro. Le condizioni che ti hanno portato ad intraprendere la carriera di discografico e tecnico del suono, sono casuali oppure sono state cercate e perseguite?

M.L. Sono state fortemente perseguite. Vedi, il mio è un lavoro difficile ed è ancora più difficile riuscire a vivere di questo lavoro; in Italia non saremo più di venti a campare di questo lavoro.

Quindi tu non hai avuto il classico colpo di fortuna?

M.L. No, non l’ho avuto. Se togliamo l’aiuto materiale da parte dei miei genitori, per l’acquisto delle prime attrezzature. Se non ricordo male furono un paio di milioni di Lire.

a. Ti sentiresti di assumere su di te una parte delle responsabilità nella crisi che oramai da anni segna il settore della discografia internazionale? Ti prenderesti anche tu un po’ della colpa?

M.L. Manco per niente. Intanto io ho iniziato la mia attività quando la crisi era già piena e conclamata; inoltre io ho perseguito una strada che potrei riassumere nella parola: cultura. La mia etichetta fino a due anni fa era in perdita, e ciò si deve al fatto che scelsi di promuovere artisti giovani, ed ho cercato anche di sostituirmi alle carenze della scuola…ho fatto tutta una serie di scelte che di solito non fa nessuno, in ambito discografico. Poi finalmente, nel 2004, ho imparato come funzionano le cose, mi sono sganciato da tutti i rapporti di distribuzione, ho tirato i remi in barca, e con l’apporto determinante, sottolineo determinante, di Francesco Pesavento e Grazia Ludomentis, con l’apertura del Sito Internet e la gestione in proprio, c’è stato un decollo vertiginoso e le cose hanno preso ben altra piega.

a. Potendo disporre di una bacchetta magica, quale aspetto del tuo settore professionale cambieresti all’istante?

M.L. Posso pensarci un attimo?

a. Sì ma non troppo. Ci sarà una tara che potendo eliminare all’istante elimineresti volentieri!

M.L. Sì c’è, ma la risposta rischia di essere molto polemica.

a. Meglio!

M.L. Bisognerebbe cancellare Silvio Berlusconi e tutti quelli come lui. Quantomeno il Silvio Berlusconi imprenditore televisivo.

a. Quindi una certa cultura di massa…

M.L. Esatto. Il declino della cultura musicale, in Italia, coincide con l’avvento della televisione commerciale.

a. Tu non sei anziano, anzi sei piuttosto giovane e magari non ti sei ancora posto il problema relativo alla prossima domanda. Ti farebbe piacere trasmettere le conoscenze acquisite in anni di lavoro o sei piuttosto geloso dei tuoi segreti? Hai mai pensato, in questo senso, di formare qualcuno che possa continuare l’opera, nel momento in cui decidessi di andare in pensione (fra molti anni)?

M.L. Già adesso mi sarebbe utile poter contare su di un aiuto, nel mio lavoro. Il problema è che io purtroppo sono un lupo solitario, e per giunta sono un pessimo insegnante. Se vuoi ti racconto a questo proposito un episodio, che potrai anche non inserire nella versione definitiva dell’intervista…

[Non ci penso nemmeno]

Non ricordo più quale di questi recenti ed inutili governi, introdusse i corsi sperimentali all’interno dei conservatori di musica, che hanno interessato le materie più varie tra cui il lavoro del tecnico del suono. Il Conservatorio di Padova nel 2001, anno in cui i predetti corsi furono istituiti per la prima volta, era guidato dall’attuale Direttore, Leopoldo Armellini, mio caro amico. La prima cosa che Leopoldo fece fu di telefonarmi e propormi la cattedra di docente per ciò che concerneva i corsi di tecnico del suono; "Te lo scordi", gli dissi. Io non sono un insegnante, non ne ho la struttura, la mentalità. E non ho nemmeno la voglia di mettermi ad insegnare.

Alla fine gli consigliai di chiamare l’Ingegner Matteo Costa, che per quel compito era la persona più adatta.

a. Questa cosa mi sorprende un po’, per il fatto che tu sei sempre disponibile nel dare consigli e suggerimenti a chiunque te ne chieda. Così mi è sembrato di capire attraverso le tue risposte sul forum di Videohifi.

M.L. Sì, il consiglio, il suggerimento, senz’altro. Ma insegnare è ben altra cosa ed è una cosa drammaticamente importante; non ci si può improvvisare, voglio dire.

a. In effetti insegnare è una missione…

M.L. Non solo è una missione ma bisogna anche avere talento e preparazione all’insegnamento ed io non avevo nessuna delle due caratteristiche. Mi sembrava disonesto accettare.

a. Interessante punto di vista. Comunque, sai dove volevo arrivare? Ora te lo dico.

Io sono un giovane interessato ad iniziare l’attività di tecnico del suono ed a fondare una nuova etichetta discografica. Qual è il primo consiglio che mi dai?

M.L. Per fare il produttore discografico ci vuole una certa disponibilità economica.

a. Sarebbe che il primo consiglio che mi dai è: trova l’argent? E’ una cosa tristissima!

M.L. Sarà triste, ma è così.

a. Ciò per quanto riguarda quel che bisognerebbe fare. E invece cos’è che mi consiglieresti di non fare?

M.L. Stiamo sempre parlando del produttore discografico vero? Bene. Il consiglio è quello di non farsi abbagliare dal canto delle sirene, poiché questo è un settore che più sprofonda nella crisi e più produce nuove pericolose sirene. Ad esempio il distributore che vede un business, capisce di avere di fronte una persona poco esperta e ti dice di produrre dieci registrazioni, promettendoti la vendita di migliaia di copie per ognuno di quei lavori, ma intanto sei tu che rischi ed in seguito quelle promesse grandi vendite non si verificano. Racconto questo perché è esattamente ciò che è successo a me all’inizio.

a. Quindi non bisogna farsi facili illusioni. Veniamo ora al tuo carattere: Marco Lincetto si stizzisce facilmente; ciò è chiaramente emerso leggendo alcuni tuoi interventi polemici in Rete. C’è chi vede nei temperamenti collerici e biliosi un sintomo d’insicurezza. Tu cosa ne pensi? Se vuoi, come risposta, puoi anche mandarmi a quel paese.

M.L. No, anche perché la descrizione è perfetta. E’ la conclusione ad essere sbagliata; non si trattta di un sintomo d’insicurezza, bensì della manifestazione di un’ansia. Cerco di spiegarmi meglio: il mio carattere è evidentemente un carattere rigido, squadrato, bianco e nero con pochi grigi. Io so di sapere quello che so e mi arrabbio se viene messo in discussione proprio ciò che so. Quando vengo attaccato su argomenti di cui non so nulla, difatti, non mi arrabbio. Quindi si tratta della manifestazione di un’ansia di spiegare ciò che so a chi sta dicendo una cosa sbagliata.

a. Questo carattere scontroso ti è stato mai di ostacolo nel lavoro? E’ stato mai causa di occasioni perse, di possibilità mancate?

M.L. Sì.

a. Ti ha danneggiato anche economicamente?

M.L. Non in modo grave, però un po’ sì.

a. Parliamo degli altri signori Velut Luna. Quanto il successo delle tue produzioni discografiche, quanta parte dei denari guadagnati e del benessere conquistato, in che misura tutto ciò, se dovessi definirne la percentuale, si può ascrivere all’opera del tuo collaboratore e socio Francesco Pesavento?

M.L. Senz’altro per il cinquanta per cento. Ma ciò vale anche per gli altri miei compagni di ventura, Emanuela Dalla Valle che è la responsabile del coordinamento, spedizioni, ufficio stampa ed è anche la moglie di Francesco, Moreno Danieli che è il responsabile commerciale ed è colui che ha raddrizzato i miei disastrati conti, e Cristiana Dalla Valle che è la nostra inglesista, responsabile dei contatti con l’estero e si occupa delle traduzioni.

Ed ovviamente mia moglie Patrizia, che mi sopporta dalla mattina ala sera, che rinuncia a parte delle sue ferie dal suo lavoro per seguirmi alle Fiere di settore e sostenere tutto il peso dello stand, che si occupa della mia posta e della mia agenda, della mia molto trascurata salute...

a. Pensi che senza tutte queste persone avresti raggiunto lo stesso i medesimi traguardi?

M.L. No, io penso che senza tutte queste persone Velut Luna oggi non esisterebbe semplicemente più.

a. M’interessa il tuo rapporto con Francesco Pesavento, in particolare. Di solito, tra te e Francesco, chi è che nella maggioranza dei casi finisce per avere ragione?

M.L. Discussioni da che ci conosciamo ce ne sono state solamente due…

a. Ma dai, non ci credo. Così poche?

M.L. Davvero, solo due. Ed in entrambi i casi ognuno si è tenuto la sua opinione, ed abbiamo alla fine superato la cosa.

a. Francesco Pesavento sarebbe in grado di sostituirti in tutte le fasi della registrazione o in qualcuna di esse?

M.L. Attualmente no.

a. Proseguiamo a parlare del tuo lavoro, sebbene sempre alla mia maniera, cioè prendendola un po’ di traverso. Mi puoi rivelare un segreto del mestiere di tecnico del suono?

M.L. Direi…cogliere nel tempo più breve possibile le caratteristiche sonore salienti dell’ambiente in cui dovrà essere fatta la registrazione. Ciò significa capire in fretta dove si dovrà collocare la coppia di microfoni stereo di riferimento. In base alla corretta collocazione della coppia stereo di riferimento, che è responsabile del settantacinque per cento del suono…

a. Ah, però…

M.L. Sì, è così. Allora anche se successivamente io aggiungo ventiquattro microfoni, il resto sono puri dettagli, fisime, ricerca di perfezionismo.

a. E tu quanto tempo impieghi a collocare in maniera perfetta la coppia stereo di riferimento?

M.L. Un’ora, un’ora e mezza. Se ho fortuna anche dieci minuti. Naturalmente si parla di una sala che non ho mai visto in vita mia. Se è una sala conosciuta il problema non si pone.

a. Ti va di parlare di Giulio Cesare Ricci?

M.L. Certamente.

a. Puoi citare una registrazione del tuo illustre collega Giulio Cesare che avresti voluto tanto fare tu?

M.L. Certo: il ciclo dedicato ad Astor Piazzolla, con Salvatore Accardo. Quello è veramente un gran bel disco, a tutti i livelli, artistico e tecnico.

a. Vorrei evitare a questo punto di dire scemenze, ma mi sembra che tu e Giulio Cesare Ricci abbiate uno stile di registrazione completamente diverso.

M.L. E’ vero.

a. Ecco. E allora come mai riuscite entrambi a produrre ottime registrazioni, nonostante l’approccio tecnico tanto differente?

M.L. Io e Matteo Costa, il mio alter ego tecnico in Velut Luna, controlliamo le registrazioni con due cuffie dal suono molto diverso: lui con una Sony ed io con una Beyer. Eppure perveniamo immancabilmente agli stessi risultati. Perché i canoni sono i medesimi e le linee fondamentali pure. Io penso che quello che accomuni il sottoscritto e Giulio Cesare Ricci sia un certo substrato, un certo humus culturale, la stessa base umanistica…

a. E chi vende più dischi, tu o lui?

M.L. Senz’altro lui. In Italia probabilmente siamo allo stesso livello di vendite, però lui è molto più radicato sul mercato estero rispetto a noi. Noi ci stiamo arrivando, piano, piano.

a. Qualche rimpianto Signor Lincetto?

M.L. Tanti. Ce n’è uno in particolare, sebbene con gli anni abbia imparato a superarlo, in qualche modo: è la mancata laurea. Ci tengo che questo sia scritto nell’intervista: non per la laurea in sé, che non mi sarebbe servita e tuttora non mi servirebbe a nulla, ma perché è l’unico traguardo che io ho mancato. E ciò per lungo tempo ha causato in me un senso di angoscia e di malessere.

a. L’ultima domanda. Il mio capolavoro, del quale vado giustamente orgoglioso.

Non credi, come io credo, che il Compact Disc sia l’invenzione più inutile e cretina della storia dell’umanità?

(Marco non si scompone minimamente e con un sorriso indulgente risponde).

M.L. Che sia un’invenzione afflitta da un peccato originale per cui si possa catalogare come invenzione stupida, sì, penso di sì.

a. Ma dai!

M.L. Sì, perché il Compact Disc è stato lanciato sul mercato in un momento in cui era un oggetto ancora troppo immaturo. Bastava aspettare un po’, che la tecnologia evolvesse verso un digitale appena un poco più sofisticato e ci saremmo risparmiati vent’anni di bestemmie all’indirizzo di un suono imperfetto.

a. Ho mentito, l’ultima domanda è la seguente: tu hai stima degli audiofili? Devi dire la verità però!

M.L. Sì, perché l’audiofilo è una persona curiosa, senza le barriere culturali di alcuni musicofili e melomani. Poi certo gli audiofili hanno vari difetti che mi fanno anche stizzire.

a. Ho mentito di nuovo. L’ultimissima domanda deve ancora venire: quando ti ho proposto l’intervista, mi hai scritto quanto segue: "Spero che tu non mi faccia la stessa domanda che mi sento rivolgere da dieci anni". Ora ti chiedo, quale sarebbe questa domanda?

M.L. Non me lo ricordo.

a. Sei un mito davvero. Grazie e buona fortuna.

Alberto O.