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Il Rito della Musica

di Bebo Moroni:
Il Rito della Musica

Ebbene si, c’è il Rito del The, come c’è il Rito della Musica, come ci sono tante altre forme rituali che accompagnano gli aspetti esteticamente più significativi della vita. L’amore ha una sua ritualità che dev’essere rispettata, il buon mangiare e il buon bere hanno una loro ritualità senza cui il gusto e il piacere vengono depauperati.

Fumare un sigaro serio, bere un buon cognac, persino apprestarsi a leggere un libro desiderato o atteso, hanno una loro, precisa, immancabile ritualità.

Qualcuno potrà considerare questi aspetti di una semplice azione, marginali, se non inutili manfrine od orpelli, o addirittura elementi psicotici o di nevrosi. Sbagliando clamorosamente e riducendo la vita ad un continuum di gesti e sentimenti meccanici.

Si potrà obiettare che se c’è qualcosa di ripetitivo e meccanico è proprio la ritualità. Sbagliato: il rito è apparentemente uguale a se stesso ( e torno all’esempio del bellissimo Rito del the Giapponese), in realtà muta, corpo e sostanza, ogni qual volta lo si ripete. E’ preparazione, spirituale ma anche sensuale, al piacere o alla meditazione, è la consacrazione del buon vivere, che non può essere semplicemente, e almeno in presenza di eventi di alto valore estetico e spirituale, semplice e brutale azione.

Questa società, questa società che consuma digerisce e sparge in giro le sue scorie, avanza nel costante tentativo di ridurre tutto ad una semplice equazione consumo+azione=sopravvivenza, più o meno piacevole, più o meno felice. E anche quando l’equazione suddetta viene svolta ( per possibilità economiche, per assiduità, per diritto più o meno legittimamente acquisito) ai più alti livelli, essa non fornisce che piaceri effimeri e meccanici, la cui intensità è destinata a diminuire man mano che le azioni si ripetono sino a diventare abitudine.
Avendone la possibilità, in fondo, che fatica, che preparazione ci vuole a stappare una bottiglia di Chateau Margoux e a trangugiarne il contenuto? Ovviamente nessuna, basta essere nella condizione di poter acquistare e disprezzare quella bottiglia di prezioso vino d’annata. Certamente, perché riducendo ad azione gastro-meccanica quel rito antico che richiederebbe tempo, reale desiderio, capacità di apprezzare profumi ( il desiderio, e dunque il rito, parte da ben prima, dalla bottiglia vista ed amata in quella data enoteca, o che giace in cantina per essere apprezzata solo quando sarà, indiscutibilmente il suo momento, quel momento, unico e irripetibile), nuances, bouquets, e poi lentamente di assaporare l’universo di sapori, aromi, reminescenze che ogni sorso di quel liquido offre, saperne apprezzare il colore e la sua mutevolezza al varare della luce, della posizione del bicchiere ( che deve essere "quel" bicchiere e non altro)…

Ultimamente, anzi, da un po’ più di tempo che ultimamente, se dovessi dire con esattezza da quando è stato presentato il "disco compatto" con la sua tecmologia "easy" ( che poi si scoprirà così easy non essere) che sento parlare di come la musica, nel futuro, un futuro che è divenuto un oggi incombente, sarà fruibile attraverso pillole di vario genere e forma. Senza più orpelli, senza più inutili riti, senza più la noia della ricerca, delle azioni "agite" del cercarla, dello spostarsi per trovarla, e magari anche del pagarla ( troppo no, ma persino l’azione del pagare per avere fa parte del rito). Inanemente collegati ad un terminale, senza più nemmeno doversi, non dico spostare da casa, ma dalla sedia sulla quale si passa la giornata a lavorare, a dialogare attraverso la rete, ad ammuffire senza accorgersene.

Hard Disc che possono, e sempre più potranno, magari con eccellenti risultati all’ascolto, contenere migliaia e migliaia di brani. Di brani anonimi, orfani. Orfani del loro supporto, della loro copertina, del loro ambito che è l’intero di un album, persino con le sue parti meno riuscite o noiose. Orfani di quel piacere della scoperta, di quella dolcissima fatica del rito. Del rito di desiderare, di —finalmente- acquistare, un oggetto, un oggetto pieno di dignità, dignità che non è data solo dal suo contenuto ( ovviamente indispensabile) ma anche, e in maniera determinante, dalla sua confezione, dal suo peso, dalla sua concretezza. E ancora dal rito, dal rito di aprire il cellophane del disco, dall’osservarne immagini, colori, note della copertina, dal rito di estrarre con delicatezza il disco dal suo involucro, posarlo con altrettanta cura sul giradischi, componente di quella catena che è anch’essa parte del rito, che è stata fatta preventivamente scaldare, per ascoltare la quale, assieme al disco che si è acquistato ( o che è stato donato, con altrettanta ritualità) si è scelto, nel corso del tempo, un posto, un posto privilegiato ed amato, che è il "posto della musica", per raggiungere il quale occorre staccare le natiche da quella odiosa sedia che ci aiuta a stare inanemente collegati a quel terminale che dovrebbe fornirci, in forma confortevole ed automatica, la vita.

Prendere, dunque, delicatamente il disco, toccandolo esclusivamente sul bordo esterno, facendo bene attenzione che i polpastrelli non ne tocchino, ingrassandola, la delicata eppure resistentissima superficie. Appoggiarlo sul piatto, con calma spolverarlo. Muovere quel complesso meccanismo, che deve essere sempre appunto, fatto di cuscinetti e leveraggi, che è il braccio, così complicato perché deve ospitare e guidare al meglio quell’ancor più minuscolo, ma preziosissimo, dispositivo che è la testina di lettura, con il suo diamante, che grazie ai precisi leveraggi del braccio, scenderà dolcemente sino a raggiungere il solco d’introduzione del disco. E nel tempo che intercorre tra lo scorrere della puntina dal solco "morto" al primo brano, comunque con misurata lentezza ( quella che basta a non perdere l’attacco del brano), regolare il volume, e se la manopola offre le giuste resistenza e cedevolezza al tatto, è un piacere che si aggiunge al piacere…piccolo- ma è un insieme di piaceri piccoli che fanno un grande piacere, non un orgasmo precoce, feroce e fugace- tornare a sedere al proprio posto "preferito" e finalmente iniziare la seconda parte del rito: l’ascolto. La cui, appunto, ritualità differirà per ciascuno di noi, per ciascun brano o per ciascun genere: c’è chi immaginariamente dirigerà l’orchestra con le mani, chi chiuderà gli occhi perché nessun’ altra sensazione venga a disturbare quella pura dell’ascolto, chi si alzerà in piedi e ballerà.

Ma comunque il rito è rispettato, il prezzo è pagato, e in cambio di questa piccola, piacevolissima fatica, si otterrà quella soddisfazione che nessun "mordi e fuggi" potrà mai offrire.

Ci sono e sempre più massicciamente arriveranno gli hard disk, o qualsiasi altro marchingegno potrà essere inventato per limitare lo spazio occupato dalla musica, e la fatica nel fruirla ( e per illudere i discografici che si possa vendere ciò che non si vende più) ma come nessuna grande orchestra in jeans e t-shirt, in un palco in un luogo qualunque della città, potrà mai regalarci il piacere di un concerto offerto da un’orchestra in abito scuro, da un direttore in frack sul suo podio, in una bella sala da concerto, con il rito del silenzio, del rispetto dell’ascolto dei propri vicini di poltrona, dell’aver desiderato e raggiunto,magari in un luogo lontano da quella dannata sedia e da quel dannato terminale, nessun dannato terminale, fisso o portatile, ci potrà mai restituire il piacere di quella esperienza di ascolto riprodotto, rituale e persino un po’ sacra.

In fondo, in quel terminale, si può trovare, e scaricare, facilmente anche la pornografia, che è un succedaneo virtuale, e che per moltissimi potrà anche risultare divertente, del sesso ( che ha - accipicchia se li ha!- i suoi riti, i suoi tempi e le sue innegabili fatiche). Ma vuoi mettere i tepori, i profumi, i suoni, le morbidezze e le spigolosità, i velluti e le ruvidezze, gli anfratti e le evidenze del corpo della tua donna (o del tuo uomo)?