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Ci sei o ci aifai: Bonus track

di Pasquale Santoiemma Giacoia
Ci sei o ci aifai: Bonus track

Può accadere di sera, talvolta intorno a mezzanotte, senza neppure una scarpina di vetro da poter perdere o da poter lasciare.

Soprattutto in una festa, l’ospite può inesorabilmente perdere quel ritmo incalzante d’allegria scandito, come metronomo nascosto in un impianto aifai, dal padrone di casa al suo invitato. Come un rintocco di campanile che si può solo udire: si sente, ma non si può vedere neppure affacciandosi alla finestra. La speranza è infame.

In certe feste ti assale la speranza come una macchia dolce sul calzone nuovo nuovo, improvvisa come un rutto, come un singhiozzo che non sai più come arrestare. Ti assale, non voluto, un ricordo riaffiorato, rinvenuto. Delle persone noti così l’assenza in quella festa come quel chitarrista ascoltando il disco. L’assenza ingiustificata per morte improvvisa sopraggiunta troppo presto in vita; l’assenza che hai giustificato per sopraggiunta vecchiaia evidente. La vita che scrive assente, promosso, bocciato, rimandato, e tu, foglio di registro in classe all’appello, tocca a te rispondere sono presente sì, ma gli altri alunni in classe e tutti questi banchi vuoti signor maestro? Sale su così dal profondo una tristezza fina fina e lieve, come borotalco che t’imbianca. Senti dolciastro e amaro un sapore strano in bocca, quasi fosse una panna che mancasse, pure lei, in quel cabarè di cartone, vassoio colmo in un vuoto. Tante, tutte, ma non proprio quelle pastarelle. Proprio quelle, quelli. La speranza assopita si risveglia e non la trattieni più la tua voglia. È la voglia infame, il desiderio di riabbracciare, di parlare ancora una volta almeno, di discutere, di litigare, di chiedere un consiglio, un perdono, di ridere e scherzare, proprio con loro, solo con loro, solo con gli assenti che tu vedi e non li vedi solo tu, tremendamente solo. Più la senti quella voglia inconfessabile di persone morte e più ti paiono innaturali, di quella festa, pure le valvole e gli schiamazzi. Persone, fantasmi grandi, enormi spiriti che ami ancora, che hai amato, che riami. Stupito, cerchi. Sorpreso ti spaventi di come quella scialuppa apparsa possa galleggiare sopra quel mare di musica e voci spumeggianti in festa. Noti quel foro circolare, ma non è un disco, quel buco vuoto nel salvagente che galleggia alla risacca. Il tuo vuoto lo rivedi improvviso, osservi spaesato l’onda e il suo riflusso intorno e ti manca il naufrago che non vi appare dentro, che non ti corre incontro tanto da poterlo toccare e tocchi solo sabbia e sale con il tuo dito. Ti manca tuo padre, l’amico, il fratello e quello e quell’altra anche. Gli assenti, le persone morte. Tante. Ti mancano persino quelle loro scemenze, quelle loro abitudini che pure odiavi e le ultime parole che ricordi bene bene, fino al litigio che pure un giorno disgraziato avvenne, manca, e quella telefonata, e quel numero che hai ancora impresso da qualche parte in testa ma che non girava mai nel tuo giovane dito indice in quella maledetta rotella numerata. E la musica non la smette e ti circonda e ti assedia il caldo come fossi proprio tu la fiamma delle candeline sulla torta ma non ti riscalda. Torta e panna. Bicchieri di carta e palline di vetro, caos, regali, comete filanti. Stelle. Lucidezza ovunque intorno, fino all’innocenza vera, sorridente dei bambini e dello spaghetto che fuma ancora, almeno lui in silenzio, spaghetto muto, adagiato nel piatto fondo del servizio buono appena spolverato. In silenzio con la pasta e il sugo ci sono anch’io. È strano il sentirsi sudato senza aver mosso quasi nulla, neppure la lucida posata. L’aria fuori, sul balcone, è tiepida e il corpo e le sue parti ti ricordano di esserci anche loro in momenti ove la mente vorrebbe dimenticarne l’esistenza di quel sacco che il tempo ti consuma. Affiora e affonda su un balcone persino il ricordo di una ruvidezza di una barba come juta, un profumo di pelle donna, sigari, sorrisi, dialetti, voci, occhi bocche e mani che accarezzavano i tuoi capelli, pettine e brillantina, dischi fonit cetra, il formaggio da grattuggiare.

Auguri. Felicità. Cin cin, arrivederci, ma no, ma si. Ma no, ma dai suvvia... Si, ho deciso, torno a casa, rimani tu, io torno a casa a piedi, non preoccupatevi, ciao a tutti di nuovo, grazie, bella festa. Niente, ho solo mal di testa amici, scusate ma io scappo, si è già sciolta anche l’ultima aspirina in questa mia vecchia e stupida capoccia! Ho tutto, tranquilli amici, arrivederci.

In strada, un marciapiede deserto, le cartacce. Ai lati, alle finestre, la solita luce azzurrina continua ad illuminare parole e parole, musica e soliti applausi scroscianti e solite risate accomodanti. Tutto pareva voler somigliare dannatamente a quella festa appena abbandonata, pure questa strada così illuminata, troppo lampeggiante di luci accese e spente, strada intermittente è l’allegria. Quanto avrei voluto poter cambiare subito almeno la canottiera. La rugiada sopra l’erba, più sotto la frescura le formiche, più giù ancora, fresca terra e il giovane seme che qui un giorno ritornerà.

Tutto pareva desiderabile in quella notte stanca come può essere una cravatta estrosa stanca della sua camicia da troppo tempo sempre più stirata e bianca.

Sembrò, perciò, come una visione televisiva, strana, sentire quasi la musichetta antica dell’eurovisione nelle mie orecchie e poi quel cavallo grigio scuro, altissimo, fermo al semaforo, in pieno centro, in via Roma, asfalto e cavallo vivo in apposita corsia di marcia. Quadrupede bellissimo, lucido, senza cavaliere, senza sella né traino, le fasce muscolari ben visibili, tese in rilievo, pronte allo scatto, lo scalpitio nervoso degli zoccoli sul posto. Fermato da un semaforo rosso un cavallo nel centro di Torino, sorridevo. Un alito bianco fuoriusciva ritmicamente dalle sue narici a testimoniarne la vita possente che sapeva scorrere in quelle viscere d’animale. Non saprò mai chi fu davvero, se fu una voce viva o solo il suo televisore e chi fu poi quel presentatore che urlò quel comando: "Ehi tu sali! Si tu! Si, dico proprio a te! Sali! Ma che aspetti? Avanti in fretta che qui scatta!" Ed io salii. Con un balzo salii in groppa nell’attimo preciso che scattò il colore verde. Le facciate delle case e i monumenti e i bidoni della spazzatura, i chioschi dei giornalai chiusi, le piazze, i lampioni accesi, le panchine vuote, i viali, persino le aiuole senza fiori si incurvarono improvvisamente come fossero volta celeste, calotta lassù accartocciata, elmetto di trincea, cupola di chiesa, cappella Sistina ripulita, alta impalcatura, gru e braccio ferroso, legno, steccato, vaso di geranio, croce, campanile, furgone, orologio, tombino, striscia pedonale, freccia, cancello, cartellone, sorta di gigantesca galleria lunga, volta celeste sospesa in aria su di noi due, su due teste come un cielo spiegazzato in carta da presepe. L’ebrezza di un giostra, la gioia da bambino, la forza animalesca di quella velocità, il rimbalzo al culo, la frescura improvvisa, la criniera al vento tagliente sbattere come schiaffo dolce sulla faccia, le mie mani aggrappate, le braccia avvinghiate, abbracciate strette strette a quel collo equino, tutto sapeva di zucchero filato prima, di zolla poi, di terra acre, di terra bagnata, terra umida, mosto e fango e vino, speranza semplice di aratro, aria di festa, aria di partita di pallone, vento al sole caldo e pioggia agognata e neve e gelo e disgelo e lentamente l’oleoso rantolante rumble della città, in una dissolvenza lunga di chissà quale sopraffino tecnico del suono, lasciò il posto al silenzio piano, al ritmato suono dello zoccolo da solo, come un rataplan su un tamburo, il canto alle cicale, alle lucciole quella luce, l’acqua alle rane, alla pietra il muschio e poi l’odore.

Manca solo la classica luna e la sua falce, pensai …ma …toh! C’è la solita mosca che, per fortuna, gira qua intorno, sssss ssssss, quella stronza ronza sempre sul rigo dello scrivano quando diventa quel rigo un po’ troppo decadente. C’è una mosca, o altro microbo aeroplano, a disturbare la scrittura quando appare troppo invernale; avrebbe quindi la zanzara, quella scrittura, se fosse lei scrittura estiva?! Pare giusto che ci sia la mosca qui, e allora viva la mosca in questa stupenda notte d’avventura! Sorridevo sereno agli insetti, ai poeti, alla calma ed al tepore caldo intorno.



Che tranquillità c’è qui, perbacco, ma dove sono?! Il galoppo era ormai tranquillo trotto e ovatta. La serenità confina con l’asta abbassata sul confine dove inizia o finisce la stupida realtà? Iniziai a pensare oltre, a quando, a come e a dove fossimo giunti assieme, noi due, davanti a quel confine, l’animale ed io, il pensante uomo civile in groppa all’animale. Il cavallo, lui, invece, nitrì che pareva una lamentazione, una risata stridula. Nitrì due sole volte e si fermò di colpo. Frenò così, impennandosi appena appena sulle zampe anteriori, scartando poi lento lento come in sorta di composto dressage olimpico. Verso la destra scartò, quasi fosse lui un braccio a esse che cerchi l’appiglio, il suo sostegno, il meritato riposo, scorrendo a lato su di un piatto di giradischi dopo aver percorso lui tutto il solco, tutto il disco, tutto d’un fiato. Sorta di ricerca di riposo pareva quello scartare laterale lento, lento per la fatica sua e per quella mia, puntina non più vibrante in groppa e ormai come una vite, chiodo piantatp a quel braccio o solo più appesa.

Ancora oggi quando lo racconto il fatto, chi l’ascolta fa solo finta di credere e si vede. Però è verità che il quadrupede, poi, immobile sul posto, scrutando prima fisso il terreno poi… poi scosse mesto a destra e a sinistra la grande testa ed insieme a lei la criniera folta e poi sbuffando forte egli parlò. Parlò con voce umana ferma, calma, seriosa, ben impostata che pareva un Carmelo Bene giovanile, sprezzante quasi la cadenza e il tono austero della voce, scandì così proprio queste parole, proprio così, ad una ad una, proprio queste parole declamò:

"Giro giro tondo (pausa)

casca il mondo (pausa)

casca la terra (lunga pausa)

tutti giù per terra! (pausa).

Testa vuota scendi! (pausa).

Laggiù ci deve essere la fermata di un autobus.

La vedi laggiù la palina illuminata? (pausa).

Non ricordo quale sia il numero ma (pausa)

un autobus passerà a riportarti a casa.

Scendi giù, amico mio scendi.

Avanti scendi. Ah! Dimenticavo, Auguri!"

Bisogna credere, se non al cavallo, almeno a me che ora vi racconto il seguito. Posso assicurare che non aspettai poi molto che quell’autobus, puntualmente, effettivamente passò. Apparve da lontano improvviso, bucando la nebbia con i suoi due fari, si fermò stridendo alla fermata e ripartì rombando allegro il suo motore come fosse motivetto di canzonetta estiva, come quel vecchio disco per l’estate sulla spiaggia ed io seduto come sotto l’ombrellone, seduto su quel sedile ad ascoltare l’allegro cantante del quarantacinque giri in quell’enorme mangiadischi arancione andante avanti con il solito sistema dello scossone. Così viaggiai sereno su quell’automezzo interurbano ed era ancora inverno o era estate ed albeggiava appena quando discesi alla fermata sotto casa mia, al mese illuminato di questo dormitorio che è Torino. Mare senza montagna, montagna senza mare, senza neppure un sogno che non sia solito vecchio sogno da svegliare. Tutta pianura e polvere, senza musica pare come un cimitero.