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Viola Cadenza

di Igor Zamberlan
Viola Cadenza



Come cominciare a parlare della migliore elettronica che abbia mai graziato il mio impianto con la sua presenza? Forse dicendo che la sua permanenza qui, nella mia sala d’’ascolto, è stata troppo breve. E che sarebbe stata troppo breve anche se fosse durata dieci volte tanto. Purtroppo, oltre alla coscienza, anche l’incoscienza alla fine mi ha detto che non c’era modo in cui me la potessi permettere. Eh, già, il Cadenza è uno di quei componenti che, una volta sperimentati e ascoltati, spingono a fantasie di rapimento, di richiesta di finanziamenti, di rimpianto per non essere imprenditori o manager di successo. Ma non c’è niente da fare, resto un normale impiegato e il Cadenza rimarrà, per me, un ricordo — sconvolgente, ma un ricordo.

E cosa può avere di così sconvolgente un pezzo di metallo e silicio? L’esperienza di qualcosa che, per me, rappresenta un punto di rottura con ciò che ho sentito prima, uno di quegli eventi che spostano il confine di quel che pensavo fosse possibile da una riproduzione nella mia stanza di ascolto.


Viola…



Viola è una delle aziende (un paio) uscite dalla diaspora Cello. Cello — l’originale, sull’azienda erede che ora ne porta il nome, degnamente per quanto ho sentito, probabilmente avremo occasione di riparlare — è uno dei rari marchi che, pur essendo di fatto scomparsi, vedono i loro apparecchi non perdere più di tanto valore nel tempo (non è successo nemmeno nei momenti in cui le possibilità di esistenza di eredi sul mercato sembravano nebulose, mettendo quindi in forse la disponibilità di assistenza, per così dire, ufficiale.

La storia del marchio Cello è abbastanza nota: Mark Levinson, la persona e non il costruttore, dopo la vicenda che lo portò a perdere il possesso dell’azienda che portava il suo nome, fu apparentemente costretto da una clausola di non concorrenza a ritirarsi completamente da qualsiasi attività nel campo dell’alta fedeltà. Tuttavia, consapevole del fatto di avere appigli legali per ignorare quella clausola (e tempo e tribunali gli diedero ragione), Levinson presto aprì, all’inizio in sordina, proprio Cello. Nel volgere di pochi anni, attorno al marchio si creò un’aura di leggenda, grazie ad una serie di progetti e oggetti di livello stratosferico, innovativi per l’epoca e ancora attuali, per molti versi. Dai diffusori (in parte riattualizzazioni di progetti storici, in parte originali), alle elettroniche, non c’è pezzo della produzione Cello del periodo Levinson che si riesca, ancor oggi, a distanza di quasi tre lustri dalla loro introduzione sul mercato, ad acquistare a prezzi decenti (fa eccezione il pre passivo Etude, forse, ma è sempre stato il prodotto "economico" di Cello). Poi accadde che l’azienda tentò un’espansione, con la creazione di una serie di "atelier" del suono in giro per gli Stati Uniti; purtroppo la scelta coincise con uno dei momenti di contrazione economica di questi ultimi anni (e fu forse troppo ambiziosa in primo luogo) e Cello si ritrovò, poco tempo dopo, e fuoriuscito Levinson prima del tracollo, a dover cessare ogni attività. Cello trovò — almeno per la parte di magazzino e produzione — un acquirente, Matthew-James, che in qualche anno è riuscito a riorganizzare la produzione di nuovi modelli basati sui progetti storici e di upgrade per i progetti originali, oltre a una rete di vendita e distribuzione. Ma due dei principali progettisti di Cello, Tom Colangelo e Paul Jayson, hanno nel frattempo fondato Viola Audio Labs, la quale, vista la loro presenza (Jayson è progettista di diffusori, autore dei progetti "originali" di Cello, e di elettroniche; Colangelo è progettista di elettroniche e autore delle circuitazioni di buona parte degli amplificatori e preamplificatori di Cello, nonché di alcuni fra i prodotti della prima Mark Levinson Audio Systems), può autorevolmente rivendicare un posto da erede di quella leggenda. E Levinson? Nel frattempo ha fondato una terza azienda, Red Rose Music, ma quella è tutt’altra storia, che ha avuto a che fare con tubi a vuoto e Cina. Magari se ne parlerà un’altra volta.



Viola ha scelto di porsi sul mercato all’incirca allo stesso livello della Cello originale. La produzione si articola in due livelli, uno top e l’altro estremo top, direi. Quello top include questo Cadenza, un finale e una coppia di finalini mono; quello top contempla un finale stereo a due telai e un preamplificatore modulare erede dell’Audio Suite. C’è, inoltre, anche un diffusore. I prodotti dal prezzo più basso sono i finali mono da 75 watt, che costano 10.000 Euro in Italia. Ah, il distributore italiano ha una politica piuttosto innovativa. Non ha costituito una rete di vendita nei negozi, dimostra i suoi oggetti (che includono anche EgglestoneWorks e German Physics) nella sua showroom. Questa politica, che ha senso per dei prodotti raffinatissimi e costosi, per i quali il potenziale acquirente non ha particolari problemi a farsi un viaggio, anche lungo, allo scopo di "assaggiarli", permette al distributore di mantenere dei prezzi che, tenendo conto di tasse e trasporto, sono praticamente equivalenti a quelli dei paesi di origine.

Sì, il Cadenza è il preamplificatore entry level di Viola. E costa sedicimila Euro.


…Cadenza


Il Cadenza si avvicina molto al mio ideale di preamplificatore, dal punto di vista delle caratteristiche. Manca il telecomando, è vero. Ma personalmente non lo uso quasi mai. E manca la possibilità di invertire la polarità assoluta del segnale — strano, sarebbe venuta quasi gratis in un oggetto che è intrinsecamente bilanciato, ma evidentemente i progettisti hanno scelto la minimizzazione delle interruzioni del segnale. I progettisti? Ero convinto che il pre fosse parto di Colangelo, ma almeno una fonte autorevole sostiene che il progettista principale del Cadenza è Paul Jayson. Non ha, in realtà, molta importanza.

Il Cadenza è costituito da due telai, uno per l’alimentazione, di larghezza limitata, ma di peso consistente, e uno per il trattamento del segnale, i controlli, gli ingressi e le uscite (e la regolazione locale dell’alimentazione). L’alimentazione è particolare, essendo a ingresso induttivo e non capacitivo (strano in generale, ancora di più per un apparecchio a stato solido: sono solo il nostro Aloia, vero pioniere in questo campo, e l’americana Ayre di Charles Hansen a commercializzare apparecchi simili per questa caratteristica). Le tensioni di alimentazione vengono trasmesse al telaio di preamplificazione attraverso un cavo che somiglia a quelli utilizzati per i computer (il connettore è un multipolare D-SUB). Il pre ha sette ingressi, due XLR, quattro RCA e un Fischer. Due ingressi sono configurabili internamente per il guadagno unitario, in modo da poter inserire il pre in una catena multifunzione audio-video. C’è spazio per una scheda opzionale, all’interno; in futuro dovrebbe arrivare uno stadio phono interno. Le uscite sono su RCA, su XLR e su Fischer. La presenza dei Fischer si spiega con una scelta di continuità con la storia di Levinson e Cello; le elettroniche di ambedue i costruttori utilizzavano questi connettori.



L’interno del pre non ci dice molto. Il trattamento del segnale è, infatti, svolto da dei moduli sigillati proprietari. Dobbiamo fidarci della descrizione del costruttore, che ci dice che si tratta di moduli a discreti, differenziali, che impiegano componenti a stato solido, e che si approssimano molto all’amplificatore di tensione bilanciato ideale (beh, questo credo lo pensino in molti, dei propri progetti…).

Il frontale presenta quattro bellissime manopole, dedicate rispettivamente al controllo del volume, alla selezione degli ingressi e alla regolazione del guadagno, che, essendo indipendente per ciascun canale, fa da bilanciamento, anche se un po’ grossolano, dato che gli step sono di 1 dB. Il controllo di guadagno lo è in senso proprio, dato che, dalle informazioni a mia disposizione, agisce sulla controreazione.

Un’ulteriore segno di continuità con Cello è dato dall’impedenza di ingresso, che è di un megaohm. Un’impedenza così alta è gradita alle sorgenti, che si trovano a funzionare, in pratica, puramente in tensione, senza rischiare di andare in crisi per la necessità di erogare corrente e senza incorrere in problemi di estensione della risposta in frequenza. Viola sostiene anche che un’impedenza così alta assicura la massima reiezione ai disturbi sugli ingressi bilanciati.

E poi c’è quel controllo del volume. Un pezzo che, probabilmente, ha un costo industriale pari a quelli di qualche preamplificatore completo. E’ un dispositivo a passi con contatti in lega di oro e altre materie preziose, costruito con resistenze precisissime (anche le resistenze utilizzate negli stadi di guadagno sono selezionate per una tolleranza dello 0.1%), montato direttamente dietro il pannello frontale. Azionarlo è già, di per sé, motivo di soddisfazione. Libidinoso, se una cosa simile lo può essere.


Utilizzo e suono

Ho inserito il Cadenza nel sistema di cui disponevo al momento, con le sorgenti Kuzma/Alphason/Lyra e Pioneer/DVDUpgrades/Lector o Altmann, pre phono Mad For Music o Lehmann Black Cube SE 2006, finali Pass Aleph 5 o Spectral DMA50, diffusori Quad ESL988, cablaggi vari (perlopiù White Gold e van den Hul). I pre a cui il Cadenza ha rubato il posto sono il Tom Evans Vibe e il Cello Palette Preamp, con una breve apparizione del Klimo Merlino Plus. Il pre ha funzionato senza alcun problema per tutto il periodo di prova; è stato, su consiglio del distributore e dopo aver letto fra le righe del manuale, tenuto sempre acceso. Ho sperimentato un po’ coi cavi di alimentazione, per attestarmi sul classico cavo Klimo, che mi ha dato il giusto mix fra dinamica e raffinatezza. Il distributore mi dice che un’eccellente scelta è l’Audio Tekne — il pre non ha, quindi, bisogno di cavi di alimentazione da mille e una notte per rendere al meglio. Certo, andava molto bene anche con il White Gold di cui vi parlo altrove, ma dopo un po’ di prove incrociate ho preferito tenere il cavo italiano sul finale di turno.



Le prime impressioni, a pre freddo, sono state leggermente disorientanti. Pareva quasi che mancasse un po’ di dinamica, pur in una prestazione, sotto la maggioranza degli altri aspetti, meravigliosa. Ma un minimo di analisi e di "correzione" delle mie abitudini, nonché il riscaldamento del pre, mi hanno illuminato sul singolo aspetto che considero di rottura di questo oggetto, che è la sua abilità nella restituzione degli attacchi. Il Cadenza ha gli attacchi più naturali che abbia mai sentito. Parlando poi con Bebo di queste mie impressioni, mi ha confermato che la naturalezza degli attacchi è una delle critiche che Tom Colangelo, persona di grande cultura musicale e familiarità con il suono degli strumenti reali, fa all’hi-end classicamente intesa.

Prendete un preamplificatore considerato unanimemente molto dinamico e molto autorevole. Non faccio nomi, ce ne sono alcuni, di marchi diversi, di provenienze diverse. Se fate caso agli attacchi, ai "fronti" dei suoni, e fate riferimento a quel che sentite dal vivo, potreste, alla lunga, accorgervi che c’è qualcosa di sistematico in quella sorta di ipercinesi, in quella volontà di essere addosso ai suoni, quasi di sottolineare l’energia all’inizio di un suono. Se ascoltate, per esempio, un grande pianista dal vivo, vi accorgete del fatto che una parte della sua grandezza sta anche nella capacità di differenziare espressivamente gli attacchi; che, anzi, le sue capacità interpretative stanno anche in quello, nella capacità di sfumare anche gli attacchi, per ottenere un suono più liquido o più incisivo. Gli attacchi, insomma, non sono sempre perentori, brutali, ad alto impatto come quelli del nostro ipotetico preamplificatore. Ma non sono neanche sempre dolci e misurati, come sono invece in oggetti che fanno della bellezza (non oggettiva) e della liquidità la loro bandiera.

Ecco, il Cadenza fa venire in mente queste osservazioni, mentre lo si ascolta. I suoi fronti di attacco sono fulminei e la sua dinamica al primo grado è folgorante, però solo quando deve esserlo. Si scopre, insomma, che non c’è un fronte di attacco uguale al precedente, che esiste una capacità di diversificazione della dinamica di altra specie rispetto a quella che conoscevamo nell’alta fedeltà, più vicina a quella della musica dal vivo. Per me è quasi un cambio di paradigma. In retrospettiva, e riascoltandolo poi, il Tom Evans indica quella strada, pur non percorrendola con altrettanta compiutezza.

Il motivo per cui il Tom Evans riesce solo a indicare la via e non ad arrivare alla rivelazione sta in un altro dei punti di forza di questo Cadenza, cioè nella sua consistenza armonica, da riferimento per uno stato solido nell’omogeneità rispetto alla frequenza. Non sono del parere che gli apparecchi a stato solido non siano in grado di riproporre un suono armonicamente ricco; tuttavia, mi pare che, quasi sempre, negli amplificatori al silicio, ci siano una o più zone che predominano rispetto alle altre (ad esempio, un’enfasi sul medioalto a correggere soggettivamente un’oscurità complessiva del suono da armoniche leggermente stoppate, o un eccesso sul mediobasso che fa violento e autorevole). L’Evans tende, al contrario del Viola, ad un certo impoverimento — è un oggetto più "strutturale", che tende ad enfatizzare la struttura della musica più che la sua sensualità, che per me è associata al timbro. Il Cadenza raggiunge un punto di equilibrio fra struttura e sensualità, cosa che sposta l’attenzione proprio su quegli attacchi, che si trovano ad avere la differenziazione accompagnata dalla "polpa".

Polpa che sarebbe uno sbrodolo se non fosse accompagnata da autorevolezza e presenza. Ecco, l’autorevolezza: i miei lettori — ne avrò pure, credo, anche se magari solo per consuetudine e per (sovra)esposizione in questo settore — sanno che è un concetto che mi è molto caro. Ci sono diverse maniere per raggiungere un senso di autorevolezza nel suono, che vanno dal controllo alla solidità del basso e del mediobasso, alla spinta in avanti di questi ultimi. Il Cadenza raggiunge l’autorevolezza attraverso la presenza. Strumenti e voci si presentano scolpiti a tutto tondo, con il loro spazio intorno, spazio condiviso con quello degli altri strumenti e delle altre voci, quando lo è nella registrazione (non aspettatevelo nel pop contemporaneo…); sono davanti a voi, si impongono con la forza dell’evidenza, senza però (vedere al capitolo attacchi) che, per ottenere questo, si ricorra qui alla compressione dinamica. Né alla riduzione delle dimensioni della scena acustica, anzi. Per questa, è come se il Cadenza, con la sua linea degli esecutori a sbalzo davanti ai diffusori guadagnasse, rispetto ad altri apparecchi, dello spazio utile, che rende la sua scena più ampia, dato che in profondità, dietro i diffusori, sembra non avere confine che non sia quello dettato dal disco o dalle limitazioni dell’ambiente.

Il senso del ritmo trasmesso dal Cadenza è degno di un’amplificazione british; e questo non grazie ad una limitazione in banda, ma — credo — grazie all’abilità negli attacchi di cui sopra.

La trasparenza e il dettaglio non sono secondi a nessun oggetto che mi sia passato tra le mani. L’impressione persistente è che il limite del sistema sia altrove, nell’amplificazione, nella sorgente, non nel pre. La neutralità della risposta in frequenza mi pare pressoché perfetta.



Sento una vocina dal fondo che dice che ho ritratto un apparecchio bellissimo, ma impossibile: potrei, in effetti, fin qui, aver dato l’impressione che il Cadenza sia l’apoteosi dell’hi-end "tecnica", trascendendone parte dei limiti, ma portando a compimento quella strada. E forse questa seconda parte è vera (la porta a compimento per quel che ne so ora: ogni apparecchio che causi la mia meraviglia per un certo parametro è, probabilmente, prima o poi, destinato ad essere superato su quel parametro da un altro apparecchio, e solo allora saranno rivelati i limiti del primo). Ma sulla freddezza no, sull’impossibilità no. Perché il Cadenza ha, dalla sua, una grande, come dire, intensità. Non è romantico, certamente no, non potrebbe esserlo con quella definizione e con quella lucida trasparenza — ma suona con e per la musica, la fa entrare dentro, la impone all’attenzione. E’ impossibile, col Cadenza, ascoltare in sottofondo, facendo altro. E’ un po’ come dal vivo, l’evento musicale richiama tutta la coscienza di chi ascolta: non si può ignorare, non è concesso abbassare la guardia. E l’alchimia è che non c’è traccia di affaticamento — si viene attratti, per ore e ore, dalla musica. Posto che il disco sia bello, beninteso. E attenzione, non è che queste qualità portino alla necessità di registrazioni perfette; a me è anzi capitato di voler sentire delle cose che mi ricordavo come belle, ma non particolarmente ben registrate, e di scoprire che le registrazioni non erano poi così male. Razionalmente rimanevano non fantastiche, ma la scoperta di nuovi dettagli e, soprattutto, la musica che si imponeva col suo flusso e col suo senso facevano dimenticare i limiti di quelle registrazioni.


L’eredità

Uno dei miei motivi di interesse verso il Cadenza era la voglia di scoprire quanto il Viola fosse un’evoluzione tecnica e sonora del mio Cello Palette Preamp. Beh, devo chiudere la partita con un nulla di fatto. In primo luogo perché il Cadenza è un apparecchio nettamente superiore; in secondo luogo perché credo che un confronto più adeguato sarebbe stato con l’Encore (l’attuale Cello ha a catalogo un pre che ne dovrebbe rappresentare l’evoluzione, il discendente diretto) e non con il Palette. Il Palette era il pre "piccolo" della "vecchia" Cello; è in realtà una versione semplificata dell’Audio Palette, l’equalizzatore (a proposito, nessuno degli eredi Cello ha attualmente a catalogo un equalizzatore analogico; Red Rose aveva un apparecchio di provenienza Weiss, un po’ come i DAC di Cello erano di provenienza Apogee, ma non so di preciso che fine abbia fatto, nei cambiamenti di catalogo del marchio di Levinson) unita ad un preamplificatore linea implementato ad operazionali. L’Encore era il pre a discreti "entry", superato dall’Audio Suite, il pre modulare. Il Palette Preamp, quello che ho io, ha un suono di impostazione piuttosto diversa rispetto a quello del Cadenza. E’ più "maestoso", ha una certa enfasi sul basso e sul mediobasso che lo rende leggermente opulento, senza farlo diventare in alcun modo poco agile. Ha una scena acustica più rilassata (e sicuramente meno delineata con assoluta certezza e precisione), è meno (micro)dinamico e può sembrare, per questo e per quanto scritto all’inizio delle impressioni di ascolto, più macrodinamico (anche se in assoluto non lo è); ed è sicuramente meno lucido e trasparente.

Se devo trovare dei punti in comune, sono più sul piano "olistico" che su quello dell’analisi: da ambedue i preamplificatori non si smetterebbe mai di ascoltare musica, e ambedue servono, pur se passando da vie diverse, il messaggio musicale.

Ma non sono riuscito ad ascoltare il Palette per qualche giorno dopo la partenza del Cadenza. Troppa la distanza. Ho dovuto fare reset e ripartire dal Merlino Plus, che è ancora un’altra storia.


Se n’è andato

E’ ormai un po’ di tempo, mentre scrivo queste note, che il Cadenza se n’è andato. Il suo ricordo rimane vivido e mi fa ancora un po’ male essere stato costretto a rispedire tanto apparecchio. Eh, non si può proprio avere tutto, nella vita.