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Rifacciamo il Punto (brevi lezioni di alta fedeltà e considerazioni sparse sull’ascolto) I PUNTATA

di Bebo Moroni
Rifacciamo il Punto (brevi lezioni di alta fedeltà e considerazioni sparse sull’ascolto) I PUNTATA

L'estetica dell'ascolto come fattore di crescita culturale

Indubbiamente pochi campi sono stati esplorati in lungo e in largo quanto quello musicale. Eppure in tutto questo affannarsi ad esplorare, studiare e ricercare, scarso, scarsissimo spazio è stato riservato ad uno degli aspetti, a mio modesto parere fondamentali, dell'elaborazione musicale: la sua percezione.

Intendiamoci, anche da questo punto di vista la letteratura è amplissima, ma è come se nel nobile anélito di affermare una teoria scientifica della percezione dei fenomeni sonori si fosse, costantemente, dimenticato il legame inscindibile, direi fondamentale, tra fisica dell'evento, psicologia e sentimento dell'esecutore da una parte, fisica della percezione, psicologia e sentimento dell'utente dall'altra. E' quella che i tecnici del settore definiscono come "soggettività dell'ascolto" e il termine, per quanto schematico, è felice perché compendia efficacemente una serie praticamente infinita di variabili che comportano il rapporto multiforme e sempre differente del singolo soggetto con l'apparente oggettività dell'evento.

Se consideriamo il brano musicale come una sequenza matematica di segni che corrispondono ad altrettanti modi e tempi di vibrazione dell'aria spostata da determinati elementi solidi, abbiamo definito la consistenza fisica dell'evento musicale, ma abbiamo anche ottenuto una definizione assai poco significativa di questo. Certo, poi sappiamo che tale sequenza matematica pur nella stringente logica interna che la struttura, ha ben poco di matematicamente logico nel suo svolgimento. E questa "costante deviazione" dalla logica matematica che è alla base della scrittura musicale, è ciò che definiamo sentimento e che la caratterizza come opera d'arte. Ma anche questa definizione è insufficiente e univoca perché presuppone, comunque, un'unitarietà di comunicazione che sarebbe, appunto, la risultante tra fisica dell'evento e sentimento del compositore, a cui può essere ulteriormente aggiunto il sentimento dell'esecutore. Ebbene anche se riuscissimo a fornire una connotazione certa dell'evento fisico ( e anche in questo campo siamo ben lungi dal capire cosa effettivamente accada, ovvero la fisica non riesce tutt'ora a dare una spiegazione anche parzialmente esauriente della fenomenologia acustica) e, per assurdo, del sentimento del compositore e dell'eventuale "plus-valore sentimentale" aggiunto dall'esecutore, ancora non potremmo spiegarci il perché degli atteggiamenti tanto simili e allo stesso tempo tanto differenziati, rispetto all'evento musicale, che contraddistinguono da una parte la massa dei fruitori che decreta il successo di una determinata partitura, dall'altra l'infinità di sfumature del sentimento dei singoli utenti, i quali stabiliscono una relazione assolutamente univoca, appunto soggettiva, con quella massa di suoni in forma organizzata.

Si è esplorato ancora, in maniera tutto sommato esauriente, il difficile campo del rapporto psicologico con il rumore e con quella conseguenza del suo ordinamento che è la musica. Sappiamo molte cose, ad esempio, sui meccanismi che quasi infallibilmente legano le differenti tonalità ai differenti stati dell'animo. Da questo punto di vista si possono stabilire delle consequenzialità praticamente inoppugnabili: ai toni minori corrispondono stati d'animo di tipo introspettivo o depressivo, ai toni maggiori, al contrario, stati d'animo di tipo proiettivo o gioioso; agli accordi aumentati stati di serenità interiore o letizia, a quelli diminuiti stati di inquietudine o malinconia. Le differenti sequenze, sapientemente o istintivamente dosate dei singoli accordi, riescono a produrre un complesso "sentimentale" che ne comprende infinite qualità , offrendo l'opportunità al musicista di comunicare attraverso l'organizzazione dei timbri e degli amalgama tra di essi, una varietà di espressioni e sensazioni.

Ma anche questa spiegazione lascia insoddisfatti una serie di quesìti che riguardano un rapporto ancor più intimo e personale con la musica , rapporto che peraltro si svolge secondo modalità sempre differenti. E' proprio questo rapporto che si deve intendere come "soggettività" dell'ascolto. Soggettività che non dipende dunque unicamente dalla partitura, dalla natura fisica dei suoni al suo interno e dalla sensibilità dell'esecutore bensì, aumentando all'infinito il numero delle variabili in campo, dall'insieme di tutti gli elementi sinora accennati e dei modi di propagazione del suono nello spazio e nel tempo nonché dalla qualità di fruizione e dal grado di accettazione di tali dati da parte di ogni singolo individuo, accettazione che può differire per cause estetiche, fisiche, culturali, psicologiche.

Da anni chi si occupa di questo settore svolge una battaglia che ritiene, modestamente ma anche fermamente, battaglia di conoscenza, confortato dall'interesse di un ridottissimo nucleo della comunità scientifica che si dedica alla ricerca sulla "psico-acustica", come viene indicata quella sfumata branca della fisica e della medicina che studia il rapporto "singolare" dell'utente con l'evento sonoro.

Si è partiti dall'apparente banalità del giudizio di qualità su apparecchiature elettroniche ed elettroacustiche, l'alta fedeltà comunemente detta, per perseguire una ricerca che tenta di ottenere un riconoscimento della sua valenza culturale.

Il presupposto è più umanistico che scientifico: il "bello", qualunque forma assuma, fa bene alla mente e allo spirito e rende migliori. Essere migliori significa essenzialmente essere più buoni, tolleranti, comprensivi e automaticamente costruttivi. Ergo il bello dovrebbe essere considerato elemento di grande utilità sociale.

La musica è uno degli elementi principi del bello ma rischia di essere fruita dalla stragrande maggioranza della popolazione, indipendentemente dal giudizio di merito sulle differenti forme che assume, in un modo assai sminuente, quando non deturpante o mortificante della sua bellezza.

Dato per assodato che la migliore condizione possibile di fruizione musicale è quella "dal vivo", nel rapporto più stretto e immediato possibile tra l'utente e la naturalezza del suono, ma dato anche per assodato che tale naturalezza è definita per convenzione o al massimo per istinto, visto che i timbri degli strumenti , la loro struttura armonica, il rapporto tra di essi in un complesso, sono soggetti a cambiamenti anche sostanziosi della loro struttura originaria a seconda del luogo in cui avviene l'esecuzione, dei materiali con cui è costruito o rivestito, della posizione dell'ascoltatore e persino del numero di persone che assistono all'evento, dobbiamo necessariamente considerare come artificiosa qualsiasi altra situazione di fruizione, nella fattispecie quella casalinga mediante riproduzione dell'evento attraverso un supporto registrato e delle componenti atte a leggerne e propagarne il segnale.

Ciò non significa, al contrario, che non si possa stabilire una gerarchia qualitativa dell'artificioso. Semplificando possiamo dire, ad esempio, che è infinitamente più elevata l'artificiosa qualità di una registrazione eseguita a regola d'arte -cioé in linea teorica con pochi microfoni e il minimo possibile di strumentazione interposta tra i microfoni e il tornio d'incisione ( oggi come oggi dobbiamo parlare di supporto opto-magnetico)- e riprodotta attraverso un'apparecchiatura ad alta fedeltà, che non quella di una registrazione già in partenza artefatta e riprodotta dal piccolo altoparlante di una radiolina a transistor. Svolto così il ragionamento è sconfortantemente lapalissiano, ma assume un tono assai meno banale se pensiamo che l'industria discografica ha per oltre quarant'anni riservato un trattamento da buon selvaggio ai suoi clienti, anche quelli dotati di un'apparecchiatura ad alta fedeltà. Per oltre quarant'anni infatti, sino cioé all'avvento delle discusse e discutibili apparecchiature di registrazione digitale ( che hanno portato più benefici riflessi che effettivi), le "majors" con poche lodevoli eccezioni, hanno compresso la dinamica del segnale musicale contenuto nelle loro incisioni in funzione di una non meglio definibile teoria dell' "ascolto povero", adattando cioé la dinamica delle incisioni alle capacità delle radio a transistor o delle fonovaligie. In pratica l'ingegnere del suono dopo aver "monitorato" il suono su apparecchiature di notevole fedeltà, con diffusori acustici multivia, eseguiva il missaggio finale affidandosi ad un amplificatore da pochi watt e ad una coppia di microscopici altoparlanti monovia. In questa maniera l'industria discografica non ha certamente reso un servigio alla gran massa dell'utenza meno raffinata ( o meno facoltosa) e tantomeno a chi si era dotato di apparecchiature di livello superiore per godere della sua musica preferita. I primi non hanno potuto nemmeno notare l'operazione a monte dell'evento ascoltato, giacché le apparecchiature a bassa fedeltà compiono già di per sé una compressione naturale della dinamica e della naturalezza timbrica ( un CD ascoltato da una radiolina a transistor non è certamente meno fruibile di un LP ad essa mirato), i secondi sono stati fortemente penalizzati, e in molti casi addirittura dissuasi, da questa discutibile scelta tecnica.

Ed è un peccato perché in venticinque anni e passa di attività nel campo ho visto molta più gente avvicinarsi alla musica classica e quindi elevare il proprio bagaglio culturale, attraverso l'alta fedeltà che non mediante la scarsa cultura scolastica e le pur numerose e lodevoli iniziative mirate allo scopo.

Ecco perché da anni un ristretto manipolo di tecnici, medici e giornalisti si ostina a voler considerare apparentemente freddi parallelepipedi di metallo e silicio come dotati di un anima e persino di un temperamento artistico e a investire le proprie energie nel tentativo di stabilire una gerarchia qualitativa dell'artificioso.

Già, perché com'è possibile parlare della bellezza dei legni in una sinfonia di Mozart se di questi legni non si percepisce nemmeno lontanamente la qualità o bearsi della splendida orchestrazione degli archi di Fürtwangler quando nelle sue incisioni gli archi scompaiono sommersi dagli ottoni?

Dunque l'artificio, ovverossia l'alta fedeltà, può contenere in sé una amplissima valenza culturale, tanto più forte quanto più avvicina chi ascolta alle sensazioni e alla capacità di focalizzazione del suono ascoltato dal vivo, tanto più quanto più gli consente di poter godere, non essendo nelle possibilità di tutti quella di possedere un quartetto d'archi o un' orchestra sinfonica in casa, di quell'enorme patrimonio di sentimento e conoscenza che è la musica anche quando non può ( o ancora non ha scoperto quanto sia bello farlo) raggiungere una sala da concerto.