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Dannati pirati!

di Bebo Moroni
Dannati pirati!

L’emergenza mondiale non si chiama fame, non si chiama guerra, non si chiama sottosviluppo. Il problema, il grande problema dei prossimi vent’anni non sarà quello del controllo delle fonti energetiche, e ancor più fondamentale, il rischio, serio, serissimo, della privatizzazione delle risorse idriche, di quella guerra dell’acqua che si agita ormai come entità ben più consistente di uno spettro. No, l’emergenza mondiale si chiama pirateria discografica, ed è l’ultimo, il più lacrimoso, il più minaccioso, il più ossessivo, il più ricattatorio dell’infinita serie di piagnistei che hanno caratterizzato l’industria discografica negli ultimi trent’anni. Naturalmente io non intendo negare – e come potrei?- l’esistenza e l’insistenza del fenomeno, né che questo arrechi gravi danni all’industria discografica appunto, ma mi verrebbe da dire, forse con cinismo – ma ben sappiamo quanto talvolta una visione cinica e disincantata dei fatti conduca più rapidamente verso la verità- “ chi è causa del suo mal pianga sé stesso”. Mi verrebbe da dirlo se non fosse che detesto i proverbi, così come tutti i luoghi comuni, ed uno di questi, un luogo comune che s’è ormai trasformato in un proverbio, uno di quei noiosi proverbi che tua zia ti ripete in continuazione credendo di poter distillare filosofia e saggezza dal Calendario di Frate Indovino, è quello che dice assillantemente che la crisi dell’industria discografica è dovuta alla pirateria.

Sarà che da quando possiedo il dono della ragione e, soprattutto da quando mi occupo di cose attinenti al mondo della musica ( e sono tanti anni, veramente tanti) sento dire che l’industria discografica è in crisi, in una crisi senza apparenti sbocchi. Eppure quando ho cominciato a sentire questa storia, i masterizzatori digitali erano cosa ben lungi dal poter essere anche solo immaginata. Si, la pirateria, una pirateria di piuttosto modesto cabotaggio, c’era anche allora. C’erano i falsificatori di cassette ( da quando un pilastro dell’industria discografica e non solo, la Philips, presentò la compact cassette stereo 4), ma c’erano soprattutto i fabbricanti clandestini di dischi “reinterpretati”, cioè di 45 giri famosi o di moda, ricantati e risuonati da altri. Ricordo che passava il camion con l’altoparlante, carico di queste un po’ patetiche copie. Costavano poco, ma erano anche ben pochi quelli che acquistavano l’ultimo successo, che so, di Barry Ryan cantato da Gennaro Capuozzo. Eppure già allora ( siamo alla fine degli anni ’60) qualcuno cominciava a piangere le sorti dell’industria discografica. Di lì a pochi anni quel piantarello sarebbe diventato una fiumana e quindi un vero e proprio diluvio. Qualche anno fa la rivista che allora dirigevo, Suono, organizzò un bel convegno “Le Giornate della Musica” con interventi dei massimi esponenti della politica, delle istituzioni culturali, della discografia, degli autori e degli artisti. A me venne chiesto di aprire con il mio intervento la sessione dedicata appunto all’industria discografica. Esordii, lasciando la sala ( gremita di discografici) piuttosto attonita, racontando una vecchia, ma sempre efficace barzelletta. La barzelletta è questa: un leprotto ed un serpente gironzolano per la foresta. Ad un certo punto scoppia improvviso un terribile temporale. Le due bestioline immediatamente corrono a cercare un riparo e, contemporaneamente, s’infilano, l’una da un lato, l’una dall’altro, in un tronco cavo che giace in terra. Arrivati a metà del tronco, i due inevitabilmente si scontrano: “Oddio, chi sei? No, non me lo dire, aspetta, indovino…Dunque, grandi orecchie, grandi incisivi, pelo morbido…Se il leprotto! Bravo, aspetta, adesso tocca a me: viscido, niente palle, niente orecchie…Sei un discografico!” La barzelletta è indubbiamente cattiva, indubbiamente ingiusta come tutte le cose che investono un’intera categoria, ma contiene un fondo, un gran fondo di verità. E questa verità è che, con le lodevoli dovute eccezioni, l’industria discografica è quanto di più miope, arruffone, manicheo si possa immaginare.

Molto spesso, troppo spesso, le case discografiche sono guidate ed animate da personaggi che con la musica hanno ben poco a che spartire, e che, sostanzialmente credono che la musica e la sua fruizione possano essere vincolate alle basse logiche dei manuali tascabili di tecnica di marketing. Quando non vi siano altri interessi che sottendono all’assoluta illogica di politiche sprecone, di una pochezza culturale e intellettuale sconsolante, di una concezione puramente mercantilistica del lavoro discografico. La verità è che per una Wilma Cozart Fine o per un Vincenzo Micocci, ci sono a fare da contraltare centinaia e centinaia di dirigenti, amministratori, funzionari fighetti, ai quali della musica non può fregar di meno, che si ostinano a tentare di trarre il massimo profitto da tutto ciò che faccia, ordinatamente o disordinatamente rumore. Non si spiegherebbero altrimenti tante produzioni inutilmente faraoniche, una messe così ampia di titoli distribuiti sul mercato, l’attenzione e gli investimenti fatti su musicisti scadenti e su musica scadente che poi- non è questione di essere snob o elitari, basta semplicemente rendersi conto della realtà- di fatto non si vende. E non si vende, come non si vendono le auto Fiat, perché al pubblico viene offerto un prodotto scadente ad un prezzo esorbitante. Prodotto che, tra l’altro, rischia tecnicamente, di diventare ancor più scadente con queste ignobili e inutili trappole dell’anti-copia. Se una persona come me, che non è proprio miserabile, ma che deve tirare avanti una famiglia e far bene i conti, e che comunque ama sovranamente la musica avendo per una vita accumulato quintali di musica riprodotta, decide di non comprare più dischi, a meno che proprio non si tratti di qualcosa di cui non si può proprio fare a meno ( e ho scoperto che sono pochissimi i dischi di recente distribuzione di cui non posso proprio fare a meno), figuriamoci cosa accade per il cittadino medio, che considera la musica non una passione inalienabile, ma un piacevole momento di svago o di relax.

Diciamocelo chiaramente: i dischi costano cifre pazzesche, e nella stragrande maggioranza dei casi, se proprio li si vuole ascoltare, basta avere un attimo di pazienza e fare una bella scansione della scala del sintonizzatore, tra le mille e mille radio pubbliche o private, per trovare, in pochi minuti, il brano che si vuole ascoltare. Il problema della discografia non è la pirateria, come il problema dell’auto non è la concorrenza. Questo senza nemmeno calcolare che i supporti per la “piccola pirateria domestica” e per quella in grande scala, sono nella gran parte dei casi fabbricati dalle stesse aziende, o da loro controllate, che da tale andazzo vengono danneggiate. Il problema è qualitativo, il problema è problema di politica degli investimenti, il problema è di validità dell’offerta, infine il problema è che 20 EU o 2O USD per un discoide di plastica argentata rappresentano una cifra delirante. Ma guai, guai a dire questa cosa così piccola e banale: i dischi costano troppo, assurdamente troppo, perché si viene immediatamente zittiti da una raffica di cifre sparate a caso, che portano sempre, univocamente, ad una sola conclusione: i fruitori di musica sono dei bastardi opportunisti che non hanno cari la propria passione e i santi martiri che per essa si sacrificano, pronti a registrarsi in casa tutte le infimità che le buone majors propongono loro, o a passare i 5 EU al povero immigrato di turno, in cambio di un oggetto che nella gran parte dei casi fa schifo tanto quanto l’originale. Ed ecco che allora parte il ricatto morale, ricatto al quale non possiamo sottrarci perché concerne la nostra etica, i nostri più saldi principi morali: la pirateria alimenta il mercato della droga, quello delle armi, e persino quello della pedofilia. Una verità parziale, ma che anche solo parzialmente, non può non farci riflettere. Io non possiedo un masterizzatore, non compro dischi masterizzati, non ho alcuna intenzione di finanziare la criminalità organizzata, ma, ribadisco, non compro più nemmeno i dischi originali, perché non ho alcuna intenzione di finanziare la dabbenaggine organizzata.

Non sono certo il primo a dirlo, ma i meccanismi della distribuzione musicale, grazie alle nuove tecnologie, e alla rete in primo luogo, stanno drasticamente, definitivamente cambiando. O le industrie discografiche sapranno – rapidissimamente – adeguarsi, anche nelle loro politiche dei profitti, a questa nuova ineluttabile realtà, o sono destinate, senza alcuna possibilità di scampo, a dedicarsi per il futuro ad avvenimenti spettacolari sì, ma che riguardano più la competitività della razza equina, che non gli “artisti”, come pomposamente i discografici e i loro piccoli lacché da stampa, da radio e da televisione, pretenziosamente definiscono anche l’ultimo straccivendolo dell’ugola.