Tu sei qui:HomeMagazineNumero 2Audio digitale ad alta risoluzione

La confusione potrebbe ucciderci

di Igor Zamberlan

E’ esattamente quello che griderei, se impersonassi uno dei due standard. Stavo facendo un po’ di ricerche per la storia dei due formati digitali per l’audio ad alta risoluzione. Nel 1999, alla vigilia del lancio europeo dei due standard – meglio, alla vigilia delle date previste per il lancio europeo dei due standard: come vedremo, la storia è andata diversamente – le prospettive del SACD sembravano cupe. Il DVD-A sembrava, infatti, avere tutte le carte in mano per spazzare via ciò che, all’epoca, appariva ai più come un malinteso, male architettato e mal diretto tentativo da parte di Philips e Sony di rinnovare la vacca che avevano munto per vent’anni, quella dei diritti sulle tecnologie alla base del CD, ormai quasi tutti scaduti. Il SACD non proponeva, cioè, niente di superiore alla tecnologia DVD-A, agli occhi dei più; ne era semplicemente una duplicazione proprietaria e con una serie di caratteristiche avanzate in meno. Era un evidente vantaggio per il DVD-A il fatto che molti studi di registrazione fossero già attrezzati con apparecchiature PCM (multibit) con frequenze di risoluzione e profondità di bit superiori a quelle del CD (almeno 20 bit/48 kHz); inoltre il supporto delle major era tutto per il DVD-A, escludendo, per palesi ordini di scuderia, Sony Music. Universal, Warner, EMI e BMG facevano parte dei supporter del DVD-A. Cos’è successo, cos’è intervenuto a far sì che il SACD rovesciasse completamente le previsioni, finendo per essere, in questa guerra fra poveri (gli standard, non certo le major), il campione in carica? La leggenda narra che, alla fine del 1999, un hacker nordeuropeo, seccato dal fatto di non poter leggere un DVD Video attraverso il suo PC su cui era montato Linux, ne scardinò il codice di protezione.

Comunque sia veramente andata la storia (pare che si sia trattato di un lavoro di gruppo, non di un singolo) il cracker non se la cavò troppo bene dal punto di vista legale, ma il messaggio era passato, e il diluvio cominciato: il codice sorgente del programmino che scardina il codice di protezione, che si chiama CSS, è tuttora disponibile facendo semplici ricerche sulla rete. Il messaggio era questo: il sistema di protezione, che si era cercato di far passare per inattaccabile, era, in realtà, già morto. Il DVD-A aveva, fra i suoi argomenti di “vendita” ai reparti marketing delle aziende di contenuti musicali, proprio la supposta inattaccabilità del suo sistema di protezione. E allora? Allora incominciò la storia dei rinvii del lancio del DVD-A, prima di qualche mese, poi di un intero anno e forse qualcosa di più; più ancora se, invece di considerare la data del lancio dei primi lettori, consideriamo quella di disponibilità di un numero significativo di dischi. Se vogliamo essere molto cattivi, quel momento non è ancora arrivato per nessuno dei due standard, ma questa è una storia di cui parlerò più in là. Il SACD, invece, nasceva blindato e sicuro, se non altro per il fatto che il suo sistema di protezione non era quello di qualcosa che aveva già una penetrazione abbastanza significativa sul mercato da far valutare al cracker di turno che valesse la pena di attaccarlo. La blindatura, un sistema di protezione hardware, sta ancora reggendo e reggerà, probabilmente, per sempre, in sé: se qualcuno vuol far credere a una macchina che qualcosa fuori standard sia un SACD, deve ricorrere a trapianti di chip, ma i numeri del mercato del SACD non sono ancora sufficienti perché qualcuno si inventi di produrre chip per modificare i lettori. Così, il giovane virgulto proprietario riuscì a rubare la scena, anche perché Sony e Philips subodorarono la possibilità di un vantaggio in partenza, col DVD-A fermo ai box, e si affrettarono a far uscire player (di costo molto elevato, a tutta prima) e software, anche se non con un numero significativo di titoli. Inoltre, cercarono di imitare il lancio del CD per certi versi e di approfittare dello stato dell’hardware per altri.

Mi pare di capire che la vittoria del CD sul vinile (non si arrabbino i miei fratelli in analogico, dal punto di vista del marketing il CD ha indiscutibilmente vinto), o perlomeno, la presa di coscienza sulle sue possibilità di diventare il formato unico di distribuzione del software musicale, sia venuta da un settore marginale dell’industria musicale, quello della musica classica. I reparti marketing di Sony e Philips devono aver pensato di poter riprodurre, in altra forma, proprio quella strategia: si sono buttati decisamente sull’high-end, sul due canali e sul software che poteva piacere al genere di pubblico che aveva la disponibilità finanziaria e la propensione a comprarsi lettori da cinquemila euro, musica classica, jazz e classici del rock-pop. L’esito, dal punto di vista dei numeri, non poteva, per forza di cose, essere quello di un’invasione del mercato, ma il SACD ha così affermato la sua immagine come standard audiophile, che ha a cuore la qualità dell’ascolto prima di tutto, mirato insomma a voi che leggete e a me. Nel frattempo, c’era tutto il tempo per preparare l’assalto successivo, a base di lettori ibridi DVD-Video/SACD, di lettori SACD a prezzo basso e di lettori multicanale con relativo software. Quindi, stabilita un’immagine di mercato e preparata una scaletta di lancio realistica (tralasciamo alcune promesse sconsiderate uscite da non si sa dove di migliaia di titoli disponibili in pochi mesi che si sono rivelate bufale), la Sony si dedicò anche al finanziamento di progetti SACD di piccole etichette, soprattutto di musica classica o jazz o con forte connotazione audiophile (ASV è un’etichetta di cui sono sicuro che i primi, e finora unici, SACD siano stati finanziati da Sony). Nel frattempo, il WG4 del DVD Forum, quello dedicato al DVD-A, dibatteva. Alla fine, il WG4 partorì una revisione dello standard, col famoso watermark opzionale, e un file system crittografato a 56 bit, non ancora scardinato; ma il SACD era già un bel passo avanti. EMI e BMG erano diventate freddine, Universal si dibatteva in vicissitudini di proprietà, le etichette minori – a parte qualche tedesca – avevano fatto uscire qualche SACD con l’aiuto di Sony o Philips (vero, Giulio Cesare Ricci?) e l’immagine del SACD, come standard, si era affermata. Le prime macchine DVD-A non erano niente di che, oltretutto i primi esemplari di preview inviati ad alcune fortunate (?) consorelle rivelavano di avere grosse difficoltà a riconoscere persino i loro stessi dischi demo, gli unici disponibili, e suonavano proprio maluccio i CD audio, male quanto un lettore DVD di prezzo inferiore. Il primo lettore DVD-A effettivamente sul mercato, il Technics DVD-A 10, era una discreta macchina, in sé, ma era poco più che un lettore DVD gonfiato rispetto ai pesi massimi tirati fuori da Marantz e Sony. Ma soprattutto, e veniamo alla confusione di cui sopra, il DVD-A era uno standard aperto, molto aperto, quasi spalancato. Un DVD-A può contenere mix a due canali o multicanale, con risoluzioni che spaziano, per il multicanale, da 20 bit/44.1 kHz a 24 bit/96 kHz e fino a 24 bit/192 kHz per il vecchio stereo; può contenere video, può contenere un programma compatibile con i DVD-Video. Può, è la parola d’ordine: uno dei gravi problemi del DVD-A è che è difficile, dalla scatola, sapere cosa si compra, ci si possono trovare mix non proprio ad alta risoluzione, ci si può trovare senza programma stereo (tanto che lo standard prevede che nel mix multicanale siano annegate direttive per effettuare un remix al volo in stereo, sulla cui qualità si possono formulare parecchi dubbi), ci si può trovare senza o con immagini, senza o con la compatibilità coi vecchi DVD-Video.

Questo sarebbe un punto a favore del SACD, se anche lì non ci fossero variabili simili e non annunciate sull’esterno dell’involucro. I recenti SACD Deutsche Grammophon (sì, perché nel frattempo Universal è, anche se non esclusivamente, passata al SACD) riportano all’interno il tipo di tecnologia di registrazione utilizzato, e siamo a 44.1/24 per le nuove release e a 96/24 per le riedizioni, con conversione in DSD per il mastering del disco. Evidenti frutti di un ripensamento sullo standard da utilizzare per il mercato, d’accordo; ma anche rappresentanti dell’introduzione di una variabile che si pensava fosse patrimonio dell’altro standard. Non che non si sapesse già che molte delle registrazioni in SACD sono da master multibit (persino alcuni Sony lo sono quasi sicuramente) ma saperlo con tale precisione, averne l’evidenza palpabile, è un po’ diverso dal semplice sospetto. Sempre a proposito di confusione, vogliamo parlare del comportamento delle case discografiche? Sony è completamente nel campo SACD fin dall’inizio, d’accordo. Warner è nel campo DVD-A, ma questo non le impedisce di far uscire SACD sul mercato di Hong Kong. EMI ha fatto uscire dei DVD-A e continua soprattutto attraverso la Capitol, ma alcune sue sezioni nazionali fanno uscire SACD; non solo, Virgin, che fa parte del gruppo EMI, fa uscire più SACD che DVD-A. BMG ha dato gioie ai sostenitori del DVD-A facendo uscire Elv1s su DVD-A, ma c’è un insistente voce sull’uscita di alcuni dischi dei Jefferson Airplane su SACD a metà 2003. Universal, dopo aver fatto una conversione a U rispetto alla sua posizione pro-DVD-A iniziale, ha fatto uscire un certo numero di SACD, ma ora ci sono voci contrastanti, da una parte si parla dell’imminente uscita di DVD-A (no, non gli stessi titoli già usciti in SACD), dall’altra di un catalogo di 500 SACD prima della fine del 2003 (il che mi sembra, francamente, un po’ surreale). Un vero incubo. C’è solo da sperare che i costruttori di hardware rendano l’intero punto degli standard completamente irrilevante, fornendoci macchine multistandard degne. La tecnologia è là fuori.

Finora, a quanto sembra, nessuna delle macchine effettivamente multistandard sul mercato è in grado di suonare meglio di macchine SACD (e, in misura minore, DVD-A) dedicate. Novità, per fortuna, si intravedono all’orizzonte.

Nota per i miei fratelli in analogico

Questo per dissipare alcuni dubbi che mi sono stati espressi, anche privatamente, e per togliermi il nomignolo di “digital man”: non ho abbandonato l’analogico, anzi, sono sempre convinto che abbia vantaggi anche sui formati digitali ad alta risoluzione. Perché, quindi, il mio interesse per questi ultimi? Semplicemente perché non ci sarà mai più un ritorno al vinile come fenomeno di massa. Il vinile costa troppo, come produzione, come immagazzinamento e come trasporto. Tanto meno si ritornerà mai all’analogico come principale sistema di registrazione e produzione; prima di tutto, l’intera catena di produzione è ormai digitale e non si vedono all’orizzonte nuovi apparecchi di riferimento per la registrazione in analogico (qualcosa fa Tim de Paravicini, ma è materiale pressoché su specifiche e in pezzi singoli); inoltre, il tempo che un ingegnere del suono o produttore spende a mettere insieme una registrazione costa; tagliare e ricongiungere un nastro è molto più lungo che fare montaggi con una workstation digitale, per fare un semplice esempio. Mi direte che parecchie etichette, anche major, stanno ricominciando a far apparire i dischi su vinile; due domande, però: quanti negozi effettivamente hanno quei dischi? E: siete proprio sicuri che quei dischi siano di provenienza completamente analogica? Spesso, quasi sempre nelle produzioni non audiofile, c’è un passo del mastering in cui il segnale subisce una conversione A-D/D-A… Quindi, mi sembra necessario, per un audiofilo che può temporaneamente approfittare del pulpito che gli è stato regalato, strillare per ottenere un digitale di qualità, che sia quanto più possibile un degno, sia pur di seconda scelta, sostituto. Alla prossima…