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Mercato
hi-fi Sempre più ricco, sempre più misero.
Sono
ormai dieci anni che sento parlare di "crisi del mercato hi-fi",
dieci anni nei quali questo mercato si è effettivamente impoverito,
i negozianti hanno sparso lacrime per ogniddove (esercizio
nel quale eccellevano anche nei folli anni in cui l'Italia
era il più grande mercato del mondo per l'Hi-End), i distributori
hanno più volte minacciato di suicidarsi in massa lanciandosi
in fila indiana da una rupe, ballando la rumba, i costruttori
hanno a più riprese deciso di appendere le scarpe al chiodo,
quasi sempre ripensandoci ed inaugurando un nuovo marchio.
Che ci sia in atto una crisi generale del mercato in senso
lato, cioè di quel luogo virtuale e immenso nel quale si cedono
merci in cambio di danaro, è innegabile, è una crisi strutturale,
talmente profonda e legata a tali macro-meccanismi che non
è pensabile l'esercizio, anche puramente speculativo, di analizzarla.
E' una crisi che non è ormai più suscettibile di correzioni,
perché implica il fallimento dei meccanismi stessi di sussistenza
del cosiddetto "libero mercato", che non sa più darsi regole
ed è dunque alla mercé di qualsivoglia bassa, anche infima
speculazione. Un mercato che tende a sfruttare costantemente
la medesima, stra-saturata, area del mondo, che non si cura
dell'arretratezza e della povertà dei restanti tre quarti
delle terre abitate e della miseria dei rimanenti quattro
quinti della popolazione mondiale, è non solamente un mercato
egoista e un po' infame, è soprattutto un mercato, ed un capitalismo,
suicida. Un preludio di tale fatta è inevitabile, perché non
possiamo pensare di occuparci di un mercato dell'hi-fi avulso
dalla tendenza comune agli altri mercati.
Qual'è un mercato che non è in crisi? Quello dell'auto? Quello
della telefonia? Quello dell'informatica? No, le impennate
sporadiche non creano un mercato strutturato ed attendibile
nel tempo, dunque la sorte dell'alta fedeltà è né più né meno
quella dei telefonini, dei PC, delle automobili e via dicendo.
Detto questo bisogna convenire che le ragioni di una crisi,
oltreché macro-strutturali sono anche, necessariamente, interne.
Il mercato dell'hi-fi non funziona più: questo è l'assunto
che ci sentiamo ripetere costantemente, proprio da quegli
operatori che dovrebbero invece tessere le lodi delle loro
merci, del loro settore d'interesse. Eppure i numeri dicono
esattamente il contrario: il mercato dell'hi-fi, contenendo
in esso tanto il low-end quanto l'hi-end, tanto i più prestigiosi
marchi costruttori di apparecchi per la stereofonia, quanto
quelli che producono home-theater o compattoni, ha conosciuto
una crescita costante ed apparentemente inarrestabile, dagli
anni '70 ad oggi è cresciuto, in termini percentuali, in maniera
spaventosa. Continua a crescere, nei numeri, nei fatturati,
continua a crescere nel numero di marchi e modelli presenti
ed attivi, continua a crescere in ciascun semi-comparto di
suo interesse: cresce l'hi-end, cresce il low-fi, cresce l'home-theater,
cresce persino, e questo è veramente un paradosso, il mercato
discografico. Ciò che non cresce, che si riproduce costantemente
per una sorta di scissione cellulare, sempre uguale a se stesso,
è l'impegno, l'interesse, l'attenzione verso il pubblico degli
operatori ( lo so, è brutto fare di ogni erba un fascio,ma
sarebbe ancor più brutto fare dei complicati, e rischiosamente
manichei, distinguo).
Nel
1975 in Italia c'erano quattro riviste di hi-fi, delle quali
due potentissime. Vendevano la pubblicità a prezzi oggi improponibili
( in assoluto, senza calcolare alcuna rivalutazione). I bravi
negozianti vivevano alla grande, quelli meno bravi chiudevano,
costruttori e distributori si agitavano per migliorare prodotto
e servizio, si facevano in quattro per farlo conoscere al
pubblico, investivano i loro guadagni nell'ampliamento dell'azienda.
Nel 2002 in Italia ci sono più o meno otto riviste ( ma ci
sono anche due branche di mercato in più). I prezzi della
pubblicità sono ridicoli, ma la pubblicità non si vende, il
numero dei lettori è calato drasticamente. I bravi negozianti
stentano a tenere aperta la saracinesca, quelli meno bravi
non chiudono nemmeno con la forza. Nel frattempo il numero
degli apparecchi venduti si è centuplicato, i prezzi si sono
drasticamente ridimensionati, il bacino di acquirenti o possibili
tali si è allargato a dismisura. E allora dov'è questa crisi?
E' in molti degli esaltanti argomenti che abbiamo poco prima
detto: il ridimensionamento dei prezzi ( lo so, sempra una
provocazione ma è così: nel 1975 per acquistare un impianto
con un minimo di decenza occorreva stanziare una cifra di
300.000 vecchie lire. Rivalutate ad oggi quelle 300.000 lire
di quasi trent'anni fa equivalgono a circa 1500 attuali Euro,
con i quali si acquista un impianto ben più che decente) .
L'iper-concorrenza tra costruttori, distributori, negozianti,
ha portato ad un drastico ridimensionamento dei ricarichi
sugli oggetti da battaglia - spesso si viaggia sottocosto-
e ad un incremento, talvolta esasperato, dei ricarichi sugli
oggetti più pregiati, cosìcché i negozianti ( che nel frattempo
sono aumentati vertiginosamente di numero) o si scannano per
farsi concorrenza su quel 5% di ricarico che gli è rimasto,
o scontano sino a svalutare gli apparecchi, quel 40/60% che
hanno sugli apparecchi più importanti. Dai budget dei costruttori
e degli importatori sono stati quasi cancellate voci fondamentali
come la promozione e il servizio al cliente. Si sono volute
considerare come inutili le spese per le mostre. Si è rinunciato
alle centinaia di migliaia di persone che affollavano il Sim
( il Salone della Musica di Milano) come alle migliaia che
si mettevano in fila per la Mostra de Il Suono di Roma, come
le poche, ma interessatissime, centinaia che si davano appuntamento
agli show regionali, più piccini si, ma di fondamentale importanza.
Il risultato di tali dissennate economizzazioni è sotto gli
occhi di tutti. Aggiungiamo a questo che l'iper-offerta non
contribuisce certamente a rendere più desiderabile alcun prodotto
( se non per pochi istanti, com'è accaduto per i telefoni
cellulari). La standardizzazione delle prestazioni ( inevitabile
con il progredire della tecnologia), ha reso la concorrenza
tra i marchi un fatto di pura competizione d'immagine, quando
va bene, di lotta all'ultimo sconto nella gran parte dei casi.
In tutto ciò, ponendo il caso dell'Italia, il mercato dell'alta
fedeltà non è stato certo minimamente aiutato dalle miserevoli
politiche culturali che si sono succedute i tutti questi anni,
né dalla follia e dall'arroganza del mercato discografico,
sempre pronto a piangere miseria, e sempre arroccato su posizioni
comode e insieme fallimentari, caparbio nel buttar via soldi
in produzioni inutili e faraoniche e nell'insistere su una
politica dei prezzi che si può definire solamente come paranoica.
Eppure
questo è un mercato potenzialmente vivo, agitato da milioni
e milioni di appassionati, la cui, mi si perdoni il bisticcio
di parole, passione non conosce apparentemente limiti e la
cui pazienza appare immensa. Milioni di appassionati disposti
a far follie pur di nutrire la propria ansia di ascoltare
( e ultimamente anche guardare) al meglio delle possibilità
offerte loro dalla tecnologia, i propri dischi preferiti.
Appassionati attuali ed appassionati potenziali, che scoprono
per caso, perché sfogliano una rivista a casa di un amico,
perché si trovano all'improvviso nel centro di una discussione
sin troppo accalorata in un forum di Internet, che ciò che
più amano, la musica, i film, possono essere ascoltati e guardati
persino meglio di quanto la loro più ottimistica speranza
gli avesse suggerito. Già, per caso, perché i soldi che dovrebbero
essere destinati alla promozione vengono investiti ( e spesso
persi) in Borsa, così come quelli che dovrebbero essere destinati
all'assistenza, al servizio al cliente. E dunque si crea il
più pericoloso killer per il mercato: l'appassionato, il cliente,
deluso. Io, se fossi un operatore del settore, mi chiederei,
ad esempio, com'è che riscuote tanto successo il "vintage",
com'è che su un solo sito d'aste si vendono, a livello mondiale,
circa un milione e mezzo di vecchi apparecchi ogni anno. E
mica a cifre da regalo. Da appassionato di "vintage" so bene
che gli apparecchi vecchi hanno, tranne rarissime eccezioni,
solo il fascino della loro vecchiezza. Non sono migliori,
nella stragrande maggioranza dei casi, di quelli nuovi.
E allora? Beh, la parola l'ho già detta, è "fascino". Un oggetto
costoso privo di "appeal", un mercato costoso privo di "appeal",
che senso hanno? Come si può pensare che io abbia voglia di
prelevare soldi dal mio conto corrente per andarli a depositare
da un negoziante che mi fa un piacere a prendersi i miei soldi,
o affidarli ad un distributore che non è in grado di farmi
riparare in tempi ragionevoli il più stupido difetto del più
stupido degli apparecchi? Perché, a me uomo comune, dovrebbe
venire in mente di alzarmi dalla poltrona, salire in macchina,
spostarmi, vergare un assegno per acquistare qualcosa che
non so nemmeno che esiste? La triste realtà è che gli anni
'80 sono finiti da un pezzo, ma sembra che ad accorgersene
siano stati solamente gli acquirenti. Ferme restando le lacrime
di coccodrillo. Ma quelle, come ho già detto, sono state sempre,
in grande copia, versate.
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