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The Audio Community
Quella di "community",
riferita ad un gruppo di persone che, per i motivi più
vari sono interessate al medesimo argomento o condividono
almeno parzialmente la medesima sorte, o esercitano similari
attività, etc., è definizione tipicamente anglosassone.
Noi abbiamo iniziato ad impiegare solo di recente la parola
"comunità" ( non che prima non la conoscessimo,
ma la concedevamo a ben poche cose, fuori dal linguaggio sociologico,
alle "comunità montane" per esempio) riferita
solitamente ad iniziative di tipo solidaristico, molto raramente
ad un concetto di "comunanza" che appunto può
essere di appartenenza, d'intenti, di co-interessamento, di
condivisione d'attività.
La "Audio Community" americana è da molti
anni una realtà strutturata e potente, dotata di suoi
organismi, di sue organizzazioni, di sue - scritte o non scritte-
regole. Della "Audio Community" fanno parte i costruttori,
i distributori, i negozianti, i rappresentanti, la stampa,
gli appassionati, insomma, tutti quanti hanno a che fare con
il mondo dell'audio "consumer" e si sentono parte
attiva di tale comunità. Buon Dio, non è che
l'"audio community" sia la "Repubblica"
di Platone, né il socialismo realizzato: i concorrenti
rimangono concorrenti, le piccole slealtà quitidiane
continuano ad esistere, così come le antipatie personali
ed altre umane piccolezze.
Però la
"community" ha una capacità di aggregazione,
di autodifesa e di proposizione, che dalle nostre parti è
assolutamente sconosciuta. Lo so, è una "verve"
comunque molto americana, è una di quelle cose che
a noi - antichi e navigati europei- danno anche un po' sulle
scatole, oppure le troviamo ridicole, come andare ad una mostra
o ad un convegno mettendosi tutti il "badge" con
il proprio nome sopra: eppure il badge è una cosa -
sarà anche ridicola e poco elegante- che funziona:
nessuno è un anonimo, e togli dall'imbarazzo del doverti
riconoscere ( anche quando non ti rammenta proprio) chiunque,
se intavoli - tra un salatino e un drink- un conversazione
con qualcuno, costui sa come rivolgersi a te, anziché
cercare di decifrare dalle tue parole cosa fai o interromperti
per chiederti come ti chiami.
E' pratico, e
dal punto di vista della praticità, agli americani
non possiamo proprio rimproverare nulla ( tranne ai centralinisti
delle compagnie telefoniche e agli impiegati degli uffici
prenotazioni delle compagnie aeree). Anche la "audio
community" come tutte le "community", è
molto pratica: non solo difende i propri interessi, ma interagisce
con quelli del pubblico, ha un confronto aperto ed onesto
( ove quest'ultima lo sia) con la stampa, si autosostiene
e spesso sostiene i suoi membri in caso di difficoltà.
Ma a noi - antichi e navigati europei- anche questa cosa appare
un po' ridicola, così continuiamo a scannarci in ben
più ridicole battaglie campali, nella speranza di difendere
il nostro piccolo orticello dall'assalto del nemico. E chi
è il nemico? Tutti gli altri naturalmente.
I costruttori sognano la morte del costruttore che costruisce
il prodotto più simile a quello da lui costruito, i
distributori si rovinano pur di fregarsi i marchi a vicenda,
le riviste, anziché pensare a come crescere e a come
far crescere il mercato, si sputtanano a vicenda ( come se
non si sputtanassero adeguatamente per loro conto) e gli audiofili
sono pronti a sfidarsi a duello mediante mazza ferrata pur
di avere un'opinione differente da quella del proprio interlocutore.
Qualcuno, a questo punto, potrà giustamente domandare:
ma che ci stai raccontando, che il mercato americano è
un isola felice? Suvvia! Giusto, non è un'isola felice,
è un mercato, un mercato ( parlo naturalmente esclusivamente
di quello audio, che meglio conosco) da cui, però,
faremmo bene ad imparare qualcosa.
Sin dalla sua fondazione ( anche se negli ultimi anni l'ho
frequentata pochissimo) sono membro dell'AAHEA ( Academy for
Advancement of High End Audio) fortissima "community"
che riunisce i costruttori, i distributori, i giornalisti,
i rappresentanti dei consumatori, che si occupano di audio
e video di alta qualità. Certo anche l'AAHEA ha conosciuto
le sue spaccature e le sue divisioni però, per esempio,
l'ho vista intervenire - molto concretamente- in favore di
piccoli costruttori in crisi, di colleghi con problemi di
salute o familiari. Ho partecipato a molte riunioni ( senza
pompa e senza gerarchie) in cui si cercava un indirizzo comune
e salutare per il mercato, anziché per i propri interessi
a breve termine, con- ancora una volta- una concretezza tutta
americana, che comprendeva la consapevolezza che un mercato
in salute significa automaticamente difesa dei propri interessi.
Per esempio è impensabile che chiunque, dell'Audio
Community americana, intervenga per impedire ad un concorrente
o a chicchessia di esporre ad una mostra. Alzi la mano il
costruttore o il distributore che può dire che lo stesso
avvenga nel ben più piccolo mercato europeo. La Avalon
o la Audio Research sono ben felici- seppure in spazi separati-
di esporre nella stessa manifestazione in cui espone Pioneer
o Sony, ben sapendo che se solo l'1% degli affezionati di
quei grandi marchi capiterà nelle loro salette e si
compiacerà del loro suono, ciò vorrà
dire almeno un anno di vacche grasse.
A noi, che siamo pronti a recepire di slancio il peggio della
società americana, il meglio ci appare sempre un po'
ridicolo. E' come il critico cinematografico molto blasé
che ama stroncare gli epici ( e da me amatissimi) film di
Robert Redford e che ier sera mi ha mandato a vedere ( fesso
io che gli do ancora retta) quella schifezzuola di "In
Linea con l'Assassino" del rampante e intellettualoide
( nel senso che gli piacerebbe essere un intellettuale anziché
un pubblicitario che s'è montato la testa) Joel Schumacher.
Noi siamo ultra-liberisti quando ciò confa ai nostri
interessi, ma corporativi e conservatori quando ci sembra
che il tanto starnazzato libero mercato possa offrire ad altri
le possibilità che ci arroghiamo come nostre: non capendo,
appunto, che o quel mercato è effervescente, e allora
è di tutti, o non è, e finira per non essere
di nessuno.
Ecco, mi piacerebbe - visto che dell'America amo i lati positivi,
e critico duramente quelli che per me sono gli aspetti negativi-
che questa piccola rivista venisse vissuta come una delle
"correnti di pensiero" possibili della Audio Community.
Ma, obietterà ancora qualcuno: quale Audio Community?
Quella che dobbiamo assolutamente costruire se vogliamo sperare
che domani esista ancora un mondo dell'audio.
Buone
Vacanze
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