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Open Journal di Federico Pappalardo

Su una mensola dal 1961

"E’ pomeriggio, ma in realtà sono ormai nella sera della mia vita. Ogni giorno accendo questo apparecchio che emana una fioca luce arancio dalle fessure. E ascolto piano la musica che sale. Immagino un piano di sotto, che in realtà qui non esiste. Immagino un bambino che ascolta…che si fa un idea, che si costruisce una sua fantasia…" Un altro suggestivo racconto di Federico da Non Dimenticare.
Su una mensola dal 1961

Lui trent'anni, un lavoro sicuro, di quelli che non esistono più. Lei una donna dallo sguardo buono accoccolata su una povera poltrona spelacchiata, a rammendare calzini e mutande.
Alle cinque e mezza di ogni sera di tutti i mesi di tutti gli anni da quando vennero a vivere in questa casa, lui arrivava su, due scalini per volta, a bussare due volte più una. 
Io dal piano di sotto sentivo lei ciabattare fino alla porta. 
Silenzio. 
Poi l'acqua del bagno. Due parole, che non sono mai riuscito a capire. Forse sempre le stesse. Poi qui sopra, esattamente sopra a me, il rumore dell'altra poltrona cedere sotto il peso dell'uomo. Lei che lo raggiungeva e parlottavano con lunghe pause. 
Queste erano le due persone che abitavano sopra casa mia. Io avrò avuto quattro o cinque anni. A quell'età ci senti bene, e le cose ripetitive ti fanno quasi compagnia. Vivevo con la mia fantasia le scene del piano del sopra, e mi parevano bellissime, sublimi. Molto più belle di quelle che vivevo io.
Il problema non era la casa, e non ero nemmeno io. Ma questo lo avrei capito molti anni più tardi.

 

I fogli cadevano dal calendario inesorabili e i signori “M” del piano di sopra, coppia senza bambini, silenziosa e apparentemente serena, viaggiavano nel loro moto rettilineo uniforme che solcava gli anni sessanta, fino a un giorno, che senza sussulti, li portò negli anni settanta. Io cominciavo ad essere sempre meno  a casa, e non seguivo più le “scene acustiche” del piano di sopra. Ma sapevo che quelle due macchine perpetue del piano di sopra solcavano i tempi come le prue di due navi parallele. 
Arrivarono gli anni ottanta e andai ad abitare da un'altra parte. Quando tornavo a casa di papà (mamma era morta presto) nelle pause tendevo ancora l’orecchio verso il piano di sopra. Ma le ore non erano quelle giuste e non si sentiva nulla. Ricordo che verso ora di cena arrivava sempre un mugolio sommesso musicale. Mai capito se fosse lui o lei ad ascoltare quelle musiche. Forse tutti e due.  Erano musiche varie, arie di operetta, qualcosa di musica leggera. Forse anche Bacharach. O forse ero io ad immaginarmi Bacharach a fare da cornice a tanta pianeggiante tranquillità.
Arrivarono gli anni novanta e quelle rare volte che andavamo a trovare papà con tutta la mia famigliola, sentivo rumori nuovi da lassù. Ma papà mi rassicurò dicendo che loro erano sempre là, da soli, ad abitare al piano di sopra. Solo che lui era ormai in pensione e lei ci vedeva poco. I miei figli diventavano grandi, e arrivavano gli anni strani, quelli brutti, quelli che obbligano a fare i conti col tempo.
Arrivarono gli anni duemila. Sfrecciarono come dei rapinatori ispanici sulle strade di Los Angeles, leggeri e veloci, ignoranti e insolenti.

 

L’altro giorno è arrivata una telefonata e il cerchio si è improvvisamente chiuso. 
Qualche giorno dopo il funerale di papà mi sono recato a casa sua. Quella casa dove ero cresciuto. Ho raccolto quelle quattro cose che voglio avere di papà, e quelle quattro di mamma che lui aveva conservato di nascosto. 
Mentre uscivo con le borse, ho teso l’orecchio al piano di sopra: silenzio. Ho appoggiato le borse a terra e fatto le due rampe di scale.
La porta dei signori M era socchiusa. Vincendo la mia riluttanza sono entrato chiedendo permesso. Stavano evidentemente sgomberando la casa. Giù in cortile c’era un camion della nettezza urbana e alcune persone stavano gettando vie le poche cose trovate a casa dei M....Non sapevo fossero andati via... o forse uno dei due era morto da tempo e da poco l’altro lo aveva raggiunto.
Sono andato a colpo sicuro nel salottino.
In quella posizione sotto cui per anni ero stato ad ascoltare. Le due poltrone erano là: in mezzo, sul muro una mensola con dei dischi.  Sotto: un'altra mensola. Un ricevitore a valvole, probabilmente monofonico. Per terra una cassa acustica. Roba americana, dal gusto demodè. Non c’era più la corrente. Non avrei mai più potuto ascoltare quel disco di operetta dal piano di sotto e nemmeno là, seduto su una delle due poltrone…Quale sarà stata quella della signora? 
Sentii venir su dalle scale i netturbini. Erano ancora distanti. Erano abbastanza distanti? Sì: lo erano.

 

Ho ricreato un piccolo tempio della memoria. Un angolo di casa mia dove i figli non possono accedere: sono stato perentorio.
Ci ho sistemato le due poltrone spelacchiate e in mezzo, su una mensola, ho sistemato questo ricevitore della Fisher...per terra c’è la cassa acustica.
E’ pomeriggio, ma in realtà sono ormai nella sera della mia vita. Ogni giorno accendo questo apparecchio che emana una fioca luce arancio dalle fessure. 
E ascolto piano la musica che sale.
Immagino un piano di sotto, che in realtà qui non esiste. Immagino un bambino che ascolta, che si fa un idea, che si costruisce una sua fantasia…
Che vede senza guardare. Che sente senza toccare.
Il bambino è vivo. E’ qui, in braccio alla mia fantasia di anziano.
Un bambino sebbene anziano, è sempre un bambino.

 

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