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Open Journal di Paolo Lippe

Il Ritorno dei Pink Floyd: The Endless River

Per ascoltare (ed apprezzare) il pregevole ultimo album della band londinese più famosa di tutti i tempi, è necessario spogliarsi completamente di tutti i pregiudizi derivanti da luoghi comuni consolidati negli anni, anzi nei decenni, ove i Pink Floyd sono stati contemporaneamente il gruppo rock più amato e vituperato della storia della musica.
Il Ritorno dei Pink Floyd: The Endless River

Nessuno o pochi si aspettavano un bell'album dall'ultimo lavoro dei Pink Floyd, dichiaratamente una collezione di spezzoni musicali rivisitati da Gilmour, Mason, Carin, Pratt, Ezrin etc, risalenti all'epoca del non esaltante seppur onesto "The Division Bell".

Solo che.... in questa collezione di scarti musicali, c'erano tre importantissimi particolari, assenti in tutti i lavori della band da Wish You Were Here in poi:

1) Rick Wright è (assieme a Gilmour & Mason) il principale compositore delle trame sonore di quasi tutti i brani.

2) Questi "scarti" sono il risultato di numerose sessions in cui i Floyds hanno suonato e improvvisato tutti assieme, come ai bei tempi andati, divertendosi un mondo. E davvero si sente. Si palpa il pathos e la spontaneità del suonare tutti insieme... dal vivo.

3) Il lavoro è stato dedicato all'amico Rick, morto prematuramente e quindi è nato come scelta di musica guidata dalla sofferenza.

Tuttavia la critica sarà come sempre spietata nei confronti di questa generosa prova dei due superstiti Mason e Gilmour che hanno voluto dedicare questo straordinario disco al loro amato amico Rick.

Perchè, sì... amici. Si tratta di un album straordinario.

Il migliore dei Floyds dall'epoca di Wish You Were Here e The Wall. Quest'ultimo, pur mostrando già molto evidente lo strapotere paranoico e deleterio di Waters, che avrebbe raggiunto l'apoteosi nel successivo "The Final Cut", probabilmente il disco più orrendo di tutta la storia del rock, era e rimane una pietra miliare, un album ricco di perle poichè ancora importante era l'apporto compositivo di tutti i membri della band. Confortably Numb, Hey You, Another Brick in The Wall, Run like Hell, Mother sono tutti brani col marchio Pink Floyd ben evidente.

Dopo la conclusione della squallida vicenda legale promossa da Waters contro i suoi vecchi compagni d'avventura che li ha visti vincitori, l'uscita nel 1987, del seppur modesto "A Momentary Lapse of Reason" aveva rappresentato per quasi tutti i fans una ventata di aria fresca, una sorta di sollievo, una liberazione nei confronti della paranoia watersiana che nel frattempo proseguiva nei lavori solisti dell'ex bassista. Nel primo album dell'era Gimour si riconoscono comunque le caratteristiche tipiche del sound della band, anche se, a parte la pregevole "Learning To Fly" è difficile ricordare i nomi e la melodia di un brano in particolare.

E sei anni dopo, nel 1993, avrà luogo l'ultima, storica reunion della band in studio. Da queste sessions, nelle quali il tastierista e amico Richard Wright contribuisce in maniera determinante anche come cantante, nascerà un album senza infamia e senza lode, con una copertina molto strana e bellissima, opera del sempre geniale Storm Thorgerson che si legherà all'album in maniera indissolubile, promuovendolo probabilmente in modo più efficace di qualsiasi brano presente nel disco. Il titolo dell'album è "The Division Bell".

Ma da quelle sessions, nasceranno altrettante, piccole deliziose perle sonore, risultanti dalle improvvisazioni divertite e spensierate di Wright e compagni che costituiranno infine una corposa raccolta di idee da cui vent'anni dopo prenderà corpo il progetto "The Endless River" di cui vi sto parlando.

Le citazioni da periodi d'oro della "discografia" Floydiana, sono molto evidenti in questo album, ma mai stucchevoli, soprattutto da Wish You Were Here (It's What We Do), The Wall (Anisina, Allons-Y), The Piper e Saucerful of Secrets (Sum, Unsung), Ummagumma (Skins e Autumn '68), ma l'impressione che ci pervade è di grande coinvolgimento, e non del sapore retrò che hanno invece la maggior parte delle "minestre riscaldate" che i supergruppi sono soliti confezionare quando sono morti (vedi l'ultimo disco degli U2).

I miei brani preferiti sono sicuramente It's What We Do, Skins (con la stupefacente ed innovativa batteria del buon Nick) e On Noodle Street (un piano elettrico da brivido che ci ricorda la maestria e l'estro del compianto Rick), ma anche la triade del pre-finale del disco Calling/Eyes To Pearl/Surfacing (quest'ultima che sembra suonata più da Steve Hackett che da Gilmour) è di assoluto pregio e regala emozioni fortissime. Nessun brano è comunque banale, la tensione rimane elevata e l'ascolto fluisce fino alla fine con grande naturalezza.

Io a dire il vero ho apprezzato anche l'ultimo brano, "Louder Than Words", l'unico cantato. Certamente non fa rimpiangere troppo la decisione di proporre un lavoro quasi interamente acustico, ma in assenza di un brano cantato, "The Endless River" non sarebbe stato un vero album dei Pink Floyd; anzi ne è la degna conclusione in un'architettura inusuale, ma affascinante. L'unico vero neo è la netta, evidente disparità di resa sonora, probabilmente legata alla necessità di fornire almeno un brano "da radio" (e da iPod) evidentemente più compresso, ma dal punto di vista artistico, Louder Than Words è un pezzo nettamente superiore a qualsiasi brano di "The Division Bell".

Da ultimo, non si può non parlare dell'aspetto forse più sorprendente che è evidente sin dal primo ascolto e cioè la straordinaria qualità di registrazione eseguita in quattro studi differenti (L'Astoria galleggiante di Gilmour, il Britannia Row, il Medina e l'Olympic) a 48 KHz/24 bit (ricordiamo che queste registrazioni risalgono a più di vent'anni fa), con delle frequenze subsoniche sicuramente artificiali, ma di grande impatto sonoro (Things Left Unsaid, Calling) che faranno la gioia di molti audiofili che frequentano questo forum.

A mio modesto avviso, trattasi di uno dei migliori album rock in assoluto (se non il migliore) in termini di qualità sonora.

Molto suggestiva infine la presenza, anche in quest'album, della voce sintetizzata del fisico Stephen Hawking nel brano "Talking Hawkin", l'unico che ricordi l'ultima produzione Floydiana.

In definitiva, una bella sorpresa in tutti i sensi, questo "The Endless River"; una assolutamente insperata storia a lieto fine per la band psichedelica più amata (e odiata) di sempre. E sicuramente il nobile intento di Mason e Gilmour nel voler dedicare i loro sforzi all'amico scomparso ha contribuito ad accrescere la consistenza e il pregio di tutte le composizioni.

Da segnalare le piacevoli e malinconiche "additional tracks" TBS9, TBS14 e Nervana, deliziosamente acerbe e testimoni ancor di più del resto dell'album, della grazia e ispirazione di quelle session di improvvisazione e "divertimento nel suonare" che hanno consentito ad una band dichiarata morta ormai da decenni, dalla critica più agguerrita e cinica, di regalarci momenti di autentica poesia sonora. In particolare, amo moltissimo TBS14, struggente nella sua armonia melanconica, quasi fosse stata scritta sapendo che il grande Richard Wright, sarebbe venuto a mancare.

Paolo Lippe

 

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