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Open Journal di Marco Lincetto

Il Blues

Cercando di dare un rapido sguardo generale alle molte esperienze lì vissute, ce n'è una che riaffiora sempre, forte, vivida. E riguarda il mio incontro con il Blues (maiuscolo).
Il Blues

Ho girato gli Stati Uniti in lungo e in largo, nel corso degli ultimi 25 anni.

E molti sono i ricordi che si accavallano, per ogni luogo che ho visitato. 
Sono ricordi della gente, innazitutto, dei luoghi, degli odori, dei sapori - in senso lato ed in senso stretto.

Ma cercando di dare un rapido sguardo generale alle molte esperienze lì vissute, ce n'è una che riaffiora sempre, forte, vivida. E riguarda il mio incontro con il Blues (maiuscolo).

No, non un concerto, non musica suonata: proprio il Blues, inteso come spirito e cultura di un popolo.

Era il mese di giugno del 2009. Era una mattina afosa, come tutte le altre mattine d'estate, nel profondo sud.

Verso le 9, salimmo sul pulmino Ford, lasciando alle nostre spalle una assonnata Memphis, in direzione sud. Dopo un po', attraversammo il confine con il Mississippi e verso le 11.00, finalmente, l'indicazione "Clarksdale". Freccia a destra, fuori dalla highway. E lo spirito del Blues comincia a prendere forma...

Clarksadale è la "capitale" del Delta Blues. E' lì dove ogni cosa ha avuto inizio. E' la città che ha dato i natali a John Lee Hooker e a Muddy Waters. E a Robert Johnson.
Di per sè è un piccolo paese: quattro case e due strade, piuttosto male in arnese. Con certezza il "miracolo" americano non ha fatto tappa qui.

Giriamo un po' alla ricerca di un "posto preciso", il motivo per cui avevo costretto i miei compagni di viaggio a questa tappa per me tanto fondamentale, quanto per loro non particolarmente gradita.

"Lo sapevo - penso fra me e me - ci dovevo venire da solo qui..."

Il "posto preciso"...: ci torniamo fra un attimo. Una svolta a destra, una a sinistra e ci ritroviamo su John Lee Hooker Lane: 100 metri più avanti, la strada si allarga su uno spiazzo in asfalto arroventato, che a sua volta dà su un vecchio binario ferroviario in disarmo. A fianco, un vecchio magazzino con un'insegna, con su scritto "Delta Blues Museum".
Entro.

Una ragazza, alla cassa, mi chiede i 5 dollari del biglietto d'ingresso.

Li appoggio sul bancone.

Dentro, una lunga carrellata di foto, alcune storiche, altre scattate di recente, nel corso dell'ultimo festival. E poi i cimeli: chitarre, vecchi documenti... Non granchè, insomma, a voler essere sinceri.
Tuttavia quello che mi tratteneva dall'uscire era una certa atmosfera, magnetica, catalizzatrice di ogni senso.

Al termine del breve giro, sento in lontananza dei suoni inequivocabili. Entro nel book shop, dove è presente un anziano afroamericano, seduto dietro ad un bancone, che sembra leggere un giornale, ma forse sta pensando ad altro.

Gli chiedo da dove proviene il suono e lui, con poche sillabe - lo stretto necessario - mi indica con un cenno una porta e mi dice che in fondo alle scale, i ragazzi della scuola provano "la musica".

Nel volto di quell'anziano riconosco le tracce della cultura di un popolo, un popolo che ha sofferto molto. 
Sì, mi faccio coraggio e penso che lui sia la persona giusta a cui chiedere informazioni per raggiungere il "luogo preciso" di cui vi ho accennato poco fa.

Il "luogo preciso" è il Crocicchio del Diavolo (Devil's Crossroad).
E' il posto in cui la leggenda narra che Robert Johnson incontrò il diavolo e gli vendette l'anima in cambio della "Musica" e del successo.
Johnson lavorava nei campi di cotone ed una sera, tornando alla sua capanna, al famoso crocicchio, incontrò il diavolo e concluse l'affare. Sparì per tre anni e quando ricomparve, lo fece con una chitarra e con una canzone - "Crossroads" - che gli diede la fama ed il successo, ma poco dopo morì.
Bene, il Crocicchio, secondo la leggenda, sta lì: la tradizione racconta che è nei dintorni di Clarksdale.

Con una certa circospezione, gli pongo la domanda, diretta, senza fronzoli. Lui, l'anziano nero, smette di leggere, appoggia con grande lentezza il giornale sul bancone, alza lo sguardo verso di me, imperturbabile, e mi osserva in silenzio. Poi, prende un grosso respiro e mi dice, con grande serietà e quasi con una certa solennità: "Guy, it's everywhere" (Ragazzo, è dappertutto).

In quel momento, ho capito il Blues.

 

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