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Open Journal di Mirko Tondi

Wrecking Ball Tour, ovvero: come il Boss ti demolisce la vecchiaia

Bruce Springsteen, alle soglie dei 63 anni (li compirà il prossimo 23 settembre), gira il mondo con il Wrecking Ball Tour. Concerti magici, interminabili, tre ore (o anche di più) no stop, tra grandi successi della sua carriera, nuovi arrangiamenti, sublimi cover e pezzi dell’ultimo album. Dopo il suo passaggio in Italia a giugno (tre date che hanno toccato Milano, Firenze e Trieste), rimangono un alone di nostalgia e una voglia infinita di rivederlo dal vivo. Ma non solo per i fan più accaniti…
Wrecking Ball Tour, ovvero: come il Boss ti demolisce la vecchiaia

Nell'immagine la locandina del Tour

Ci sono alcune cose che nella vita prima o poi si devono fare. Per esempio, se siete saliti in cima alla Tour Eiffel, potete considerarvi fortunati. Immagino che vi potete ritenere fortunati anche se avete visitato New York o San Francisco (il sottoscritto immagina, perché ancora non l’ha fatto). E sono sicuro che se avete visto i siti archeologici di Machu Picchu o il Taj Mahal, tutti vi invidieranno.

Ma c’è un’altra cosa che dovrebbe essere annoverata di diritto tra le esperienze da non mancare assolutamente nella vita: essere spettatore di almeno un concerto del Boss. Anche se conoscete solo le sue hit più trasmesse dalle radio, come Born in the Usa e Streets of Philadelphia. Anche se non possedete neanche un suo disco. Anche se quel genere di musica non vi piace, perché magari siete tipi più punk, più heavy metal, o magari più pop, o ancora tipi da musica leggera italiana. Citando l’ormai notissima frase del giornalista Larry Kratz, che scrisse per il Boston Herald “Nel mondo ci sono solo due tipi di persone: quelle che adorano Bruce Springsteen e quelle che non l’hanno mai visto in concerto”, si potrà capire quanto questa sia vera soltanto dopo aver ammirato il Boss sul palco. Nei giorni successivi allo scorso 10 giugno (la data fiorentina del tour), mi è capitato di incontrare diversi conoscenti che erano stati al suo concerto. Nessuno di loro l’avrebbe senz’altro seguito in trasferta in un’altra città; ma già che lui passava da Firenze, allora si sono detti “Perché no, il biglietto in fondo è in vendita a delle cifre abbordabili, e poi può darsi che sia un bel concerto”. I loro resoconti della serata sono stati univoci, concordi nel riconoscere che difficilmente ti può succedere di assistere a tre ore e mezzo di musica senza soste (una scaletta da 30 canzoni), con quello là sul palco che ha grinta da vendere, energie inesauribili, che si getta sotto la pioggia scrosciante, e più piove e più lui ci si butta sotto. E poi una tale ricchezza di sonorità da accontentare tutti. Lui e la sua storica E Street Band: tutti insieme nel ricordo del sassofonista Clarence “Big Man” Clemons, a un anno di distanza dalla sua scomparsa (e non ci dimentichiamo neanche il tastierista Danny Federici, che invece se n’è andato nell’aprile del 2008), tra l'altro degnamente sostituito dal nipote Jake. Insomma, anche se prima non ti piaceva il Boss, adesso quasi quasi cominci ad ascoltarlo con più attenzione, ti compri qualche disco, ti scarichi i pezzi della scaletta oppure ti guardi i video su youtube.

Come fai a non adorare uno che salta la canonica pausa di diversi minuti tra la prima sequenza di brani e la seconda, quella conclusiva; uno che prende i cartelli dal pubblico ed esegue pezzi a richiesta (nello specifico della serata fiorentina, la cover di Burning love, di Elvis); uno che porta un bambino sul palco e gli fa cantareWaitin’ on a sunny day mentre diluvia, e il piccolo è zuppo nonostante il k-way (nel 2009, per il tour di Working on a dream, a Roma lo vidi portare sul palco sua madre, e lei cominciò a ballare divertita); uno che riarrangia brani in versione soul, My City Of Ruinsgospel, country e folk (da brividi My city of ruins, in chiave soul); uno che canta i classici di repertorio come se fosse la prima volta, con lo stesso entusiasmo, al ritmo iniziale di one, two, three, four; uno che omaggia i grandi che lo hanno preceduto e canta Twist and shout degli Isley Brothers (ma portata al successo dai Beatles) e Who’ll stop the rain dei Creedence (quest’ultima quanto mai in tema con la serata). Durante le date italiane, il Boss ha alternato canzoni immortali come Badlands, Born to run, The river, a pezzi di inizio carriera, come Spirit in the night e Tenth Avenue freez- out.

E via ancora con i cori del pubblico sulle note di Hungry heart e Dancing in the dark, ma anche brani non sempre eseguiti ai concerti, come Trapped Backstreets. Ed ecco, ovviamente, pure le tracce della sua ultima fatica discografica, in cui il rock tipico del Boss si fonde a ritmi folk e sonorità a lui care, in primis quelle della musica celtica (con violini spesso dominanti). La title track Wrecking ball (Palla demolitrice), recita nella parte iniziale un verso bellissimo ed eloquente, in pieno stile springsteeniano, tra nostalgia e amarezza: “Attraverso il fango e la birra, il sangue e gli applausi, ho visto campioni andare e venire”. Il primo singolo estratto dall'album, We take care of our own, brano melodico perfetto per le radio, è un rinnovato inno al patriottismo (“Ovunque venga sventolata questa bandiera”), ma ci sono anche il ritmo “trascinante” di Shackled and drawn (Trascinato in catene), ricca di cori, nonché di urletti del Boss nella parte conclusiva (a proposito, vi ricordate quelli sul finale di I'm on fire?) e la parentesi soft e d'atmosfera Jack of all trades (notevoli l'intermezzo alla maniera di un requiem e l'assolo di chitarra dell'ultimo minuto).

Rocky groundè invece il pezzo che non ti aspetti: voce femminile a intonare un martellante ritornello, testo sospeso fra guerra e riferimenti biblici, frammenti di cantato rap. Con Death to my hometown la musica celtica torna a essere protagonista, col suono delle cornamuse che viene riprodotto, e le mani non possono che battere a tempo. Infine Land of hope and dreams, brano scritto alla fine degli anni Novanta e riproposto in questo nuovo disco, ultimo accorato saluto a Clarence Clemons (e che il suo sax possa vibrare per sempre in una terra di sogni e speranza).

Il Wrecking Ball Tour si concluderà il 22 settembre, con la tripla data di East Rutherford, New Jersey, presso il MetLife Stadium. Non a caso, il giorno prima del suo compleanno e nel suo stato di appartenenza. Nato a Freehold (N. J., appunto) nel 1949, il Boss festeggerà la fine del tour con l’ennesimo, trionfale bagno di folla. Una storia che si ripete ogni volta che si esibisce, d’altronde. Nessuno stadio sarà mai vuoto, se ci sarà Bruce Springsteen sul palco. La verità è questa, che vi piaccia o no la sua musica. Impossibile vedere gli spalti semideserti per uno che incarna l’essenza del cantante-operaio, e che narra storie di individui alla deriva o di insperate resurrezioni, di personaggi in fuga o alla precisa ricerca di qualcosa, di paesi che devono credere nelle proprie forze ma allo stesso tempo dubitare di averne abbastanza da farcela. È questo lo spirito contraddittorio del Boss, il motore inesauribile della sua carica quando calca le scene, ovunque si trovi.

Prendete il famoso discorso di Austin, per esempio: “Lottate, giovani musicisti, lottate. Aprite le orecchie e aprite i cuori. Non prendetevi troppo sul serio e prendetevi sul serio come si prende la morte. Non abbiate paura e fottetevi di paura. Abbiate fiducia in voi, ma allo stesso tempo dubitate di voi. Vi terrà svegli e attenti. Convincetevi di essere i più cazzuti in giro e anche di fare schifo. Vi farà rimanere onesti. Mantenete vivi due ideali contraddittori e teneteli sempre nel cuore e nella testa. Se non vi farà impazzire, vi renderà forti. Restate forti, affamati e vivi. E quando stasera salirete sul palco a fare casino, fatelo come se fosse tutto quello che abbiamo. E poi ricordate che è solo rock ‘n’ roll.” Queste parole spiegano bene il concetto di Springsteen di musica, di vita. A leggerle attentamente, si intuisce che si può anche essere una rockstar dal conto milionario e al contempo voce del popolo. E se non vi basta, se non siete convinti, provate a vederlo per tre ore e mezzo di seguito su un palco, da qualche parte nel mondo. Twist and shout

A meno che non vi troviate a Londra. Già, perché il 15 luglio in Hyde Park, mentre il Boss eseguiva un leggendario duetto con Paul McCartney, proprio sulle note di un’interminabile versione di Twist and shout, le autorità inglesi hanno pensato bene di spegnere i microfoni. Si stava semplicemente sforando di mezz’ora rispetto a quanto previsto dall’ordinanza comunale contro i rumori. Springsteen aveva appena detto “Ho atteso questo momento per cinquant'anni”. Ma forse non c’è molto da preoccuparsi; Paul McCartney, coi Beatles all’apice del successo, disse: “È chiaro che dovremo smettere. Non possiamo mica zompettare sul palco a quarant'anni come dei cretini.” Oggi ne ha settanta, magari non zompetta più, ma è ancora lì. Aspettiamo dunque un loro nuovo incontro, sperando che non siano così folli da spegnere ancora i microfoni.