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Open Journal di Mirko Tondi

Un perfetto suicidio americano (seconda e ultima parte)

Il rapper bianco K. conduce una vita dissoluta e piena di eccessi, ma vive soffocato da un'infelicità costante e dal senso di colpa per aver ucciso un uomo. È una spirale autodistruttiva la sua, come quella di molte altre star. Ma sulla sua strada K. incontra qualcosa di più grande, qualcosa che non aveva previsto... Seconda parte del racconto, dove l'introspezione cede il passo all'intrigo. Il celeberrimo Club 27 fa il suo ingresso nella storia, tra false piste e cospirazioni governative. Pura fiction, d'accordo. E se invece...
Un perfetto suicidio americano (seconda e ultima parte)

Nell'immagine, i membri più famosi del Club 27

“Per rendere la verità più verosimile,

bisogna assolutamente mescolarvi un po' di menzogna”

Fëdor Dostoevskij, I demoni

 

 

È una malattia senza fine. E le donne con cui passo le notti sono soltanto la mia dose quotidiana di valium. Intanto io continuo a morire, lo faccio ogni giorno. Muoio per quello che sono, muoio per quello che ho fatto. Secondo varie testimonianze, in una ricostruzione dell’accaduto che è stata definita “accurata” da chi ha compiuto le indagati, l’omicidio venne attribuito a un ragazzotto nero che aveva già la fedina sporca. Qualche giorno prima aveva rapinato un drugstore proprio con un coltello, ma non lo avevano ancora preso. Ecco il colpevole. Non so come la faccenda sia stata infangata, come siano state trovate le prove a suo carico, a cominciare da quell’arma che sì fu rintracciata ma che era marchiata da impronte non certo sue. Non so neanche come i testimoni fecero a dirsi sicuri, tra una selva di braccia e di corpi, di aver visto esattamente la mano di quel ragazzo sferrare la coltellata mortale. Molti particolari mi sono ancora oscuri. Il mio avvocato, il migliore in città, mi disse che la verità, a volte, non è poi così importante, e dopo, in uno dei suoi slanci filosofici, aggiunse una citazione: “L'uomo crede più facilmente vero ciò che preferisce sia vero”. Pensai che avesse ragione. Cos'è la menzogna se non una parte necessaria della verità, quella verità alla quale si vuole credere? La maggior parte della gente vive nella falsità, mentendo a se stessa, ai propri cari, agli amici o al mondo intero, per non affogare nell'inadeguatezza, nella colpa. Per vivere serenamente è necessario un capro espiatorio, così da proiettare all'esterno i propri mali. Nel mio caso, il capro espiatorio era quel ragazzotto nero, un comune delinquente che prima o poi avrebbe fatto quella fine, c'è da scommetterci. Adesso marcisce in galera senza aver ammazzato nessuno, mentre io sono qui a nuotare nella mia piscina come se niente fosse successo. Ingiusto, capisco. Ma è così che vanno le cose: deboli e potenti tutti nello stesso contenitore, ma i deboli stanno sempre a raschiare il fondo.

 

Cerco di rilassarmi leggendo un po', non è molto che sono rientrato a casa dopo aver accompagnato mia moglie in ospedale. La depressione ti conduce in posti che nemmeno sai, e lei è finita a ricercare se stessa nell'inferno degli psicofarmaci. Per poco non ci rimetteva la vita. Forse lei avrebbe gradito di più quella fine, ma io l’ho trovata giusto in tempo. “...riconobbe la sensazione e sentì che aveva bisogno d'una buona sbornia per quella sera.” Chiudo il libro e vado in cucina a prendere una birra, solo la prima di una lunga serie, ma sì, una sbronza è quello che mi ci vuole per non pensare. È solo che in cucina mi capita qualcosa che mi fa cambiare programma. Un uomo sui trentacinque, robusto, col vestito scuro, mi sta di fronte. Il dettaglio più importante è che mi punta addosso una pistola. Lo fisso immobile senza dire niente. Se sparasse adesso sarebbe tutto risolto.

«Senti, ho appena passato una giornata di merda, non cambia molto se mi spari. Anzi, quasi quasi mi fai un piacere...» dico poi per rompere il silenzio.

«Non ti sparo. Là sul tavolo c’è una custodia. Aprila.»

Afferro la custodia e la apro. Dentro c’è una siringa. «Cos’è, un regalo?»

«Una specie. Diciamo che se fai quello che devi fare, sarà un regalo per noi.»

«“Noi” chi? Per chi cazzo lavori?» Il tizio tace e continua a puntarmi l’arma addosso. «Aspetta… aspetta un attimo, forse ho capito... Non sarai mica il fratello di quello che sta in carcere, o il cugino, che ne so. Sei venuto per regolare la cosa, eh?»

«No, bello mio, questa non è la trama di un film... sei fuori strada.»

Questo è il momento in cui il protagonista della storia di solito prende una pallottola in testa e muore senza sapere quello che gli sta succedendo, oppure il momento in cui chi gli punta una pistola addosso gli dà qualche utile suggerimento per arrivare a capire meglio, perché in ogni caso quello con la pistola ha già vinto. Il tizio allora tira fuori il portafogli e mi mostra il tesserino di riconoscimento all’interno. Lì sopra c’è la sua foto e c’è scritto pure il suo nome, però il tutto appare marginale in confronto alla sigla di tre lettere stampata a caratteri cubitali. La sigla è FBI.

«Capito ora?»

«Certo... ho capito come avete fatto a entrare eludendo due diversi sistemi di sicurezza, ma non riesco proprio a capire cosa cazzo volete da me.»

«Semplice. Ti offriamo la possibilità di entrare nell’esclusivo Club 27, non ne sei onorato?»

«Beh, lo sarei se il requisito fondamentale per farne parte non fosse quello di essere morto. Ma a questo punto...»

«Tranquillo, penseremo a tutto noi.»

«Credevo che ci fossero di mezzo le case discografiche, come sosteneva quello scrittore.»

Il tizio solleva le spalle, improvvisamente non ha più voglia di parlare. Forse ha già detto più del dovuto.

«Dimmi perché proprio io. Questo me lo dovete, almeno», provo a insistere.

E questo è il momento in cui il protagonista della storia sa che per lui ormai è finita, e perciò non gli costa niente chiedere il perché, almeno se ne andrà sapendo la verità. Ma il tizio con la pistola che gli sta di fronte non è uno di quei cattivi ingenui che spreca tanto tempo a parlare e che si perde in spiegazioni didascaliche. Non apre bocca, anzi gli fa una smorfia quasi divertita, come a dire che qualsiasi sia il motivo per lui tanto non cambierà la sostanza.

Il ciclo di un personaggio famoso si esaurisce spesso più velocemente di una persona comune, questo lo sapete. Ma io credevo che mi sarei distrutto da solo, anziché ricevere un consistente aiuto dall’esterno.

«Scrivi il biglietto, forza. Un biglietto d’addio in grande stile, mi raccomando.»

Hanno pensato proprio a tutto. È chiaro che il biglietto non debba mancare. Allora scrivo poche righe di congedo, dove dichiaro la mia avversione per la vita e l’incapacità di provare ancora piacere nel fare musica. Ci aggiungo come corredo l’insostenibile pressione della popolarità e ho finito. Mi rimane un unico dubbio.

«Solo una curiosità, per piacere…»

«Se posso...»

«Siete stati voi a insabbiare la storia dell’omicidio, vero?»

Il tizio mi guarda socchiudendo un po' gli occhi, sembra che questo favore almeno me lo possa concedere, come per soddisfare l'ultima richiesta di un condannato a morte.

«Da quando sei diventato celebre, tutto quello che è venuto in seguito è stato opera nostra», mi dice.

 

Un anno dopo. C'è una vecchia tv accesa su un telegiornale e un mezzo busto che con espressione contrita legge una notizia: «Trovato morto nel suo appartamento di Los Angeles il giovane scrittore Jonathan Crowles, autore del best seller American Suicide, il libro sul famigerato Club 27, al quale appartenevano popolari artisti scomparsi all'età di ventisette anni, molti dei quali deceduti in circostanze misteriose. Lo ricordiamo, dello sfortunato club facevano parte musicisti come Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain e il noto rapper K., ultimo in ordine di tempo ad aggiungersi solo un anno fa per via di un’overdose. Crowles aveva ipotizzato che i presunti suicidi o le morti accidentali delle star fossero in realtà delle messe in scena, e che si trattasse quindi di una catena di omicidi. Numerose incongruenze riscontrate sui luoghi di ritrovamento dei cadaveri, ma anche testimonianze contraddittorie di medici e poliziotti, avrebbero infatti mal collimato con le versioni ufficiali. L’autore di American Suicide dichiarava addirittura il coinvolgimento delle case discografiche. Per questo motivo, avrebbe ricevuto numerose querele, nonché intimidazioni di vario tipo fino a vere e proprie minacce di morte. Secondo le prime fonti, Crowles si sarebbe suicidato per mezzo di un’overdose di stupefacenti. Rinvenuto sulla scena anche un biglietto di addio. Sconvolgente il fatto che Crowles abbia compiuto il gesto proprio nel giorno del suo ventisettesimo...»

«Io vorrei sapere perché cazzo hai spento la televisione?»

«Ma che ti frega, non la conosci già questa storia?»

Oltre ai due tizi che hanno appena parlato, e a parte qualche mosca che ci svolazza tra le teste, non c'è molto movimento in questo locale. Siamo in un atollo sperduto da qualche parte nell’oceano, un oceano che non so dirvi quale sia di preciso, e c’è questo bar, la cui insegna dice Club 27. Entrando, si vedono poche persone raggruppate intorno a un paio di tavolini. Osservando il primo gruppetto, a guardarli bene, sembra di conoscerli: sono tutti intorno alla settantina, ingrigiti nelle chiome e con più di una ruga. Uno ha un bel cespuglio di capelli e una barba folta, un altro è nero, anche lui ha una chioma gonfia e crespa e porta i baffetti, poi una donna dalla voce roca, lunghi capelli castani e un bel sorriso. Spenta la tv, stanno giocando a carte, in mezzo al sibilo del vento che arriva da fuori e alla polvere che si solleva qua e là attraverso le assi scricchiolanti. Al tavolo accanto ci sono due persone che sorseggiano una birra. Uno avrà da poco superato i quarantacinque, ha i capelli biondi e lisci, porta un pizzetto anni Novanta, ha gli occhi chiari e uno sguardo magnetico, una sigaretta accesa tra le dita. L’altro sono io. Ho la testa girata verso l’ingresso, perché ho appena visto entrare qualcuno che non mi è per niente nuovo. Allora dico al biondo: «Ehi, ma quello non è Crowles?»

«Chi? Quello è Doug. Viene qui ogni tanto.»

«Doug? È dei loro?»

«Ovvio. Qui ci siamo solo noi e loro, nessun altro.»

Mi giro verso il biondo e lo fisso. «Non è mai esistito nessun Crowles, solo una montatura... e le case discografiche si beccano la colpa, ti rendi conto? Stronzate, tutte stronzate. Uccidere i propri artisti di punta con la convinzione che i dischi dei morti vendono di più. E poi puntare sul merchandising e su tutte le leggende intorno al personaggio maledetto, speculando sul suo mito. Non regge, no, non regge. C’è chi canta da più di quarant’anni e a ogni album fa registrare ottime vendite. E poi non capisco perché proprio noi... ma che cazzo c'entriamo?»

Il biondo pare estraniato. Almeno all'inizio. Non dice niente e continua a fumare la sua sigaretta con lo sguardo lontano, assente come dopo un elettroshock. Poi però comincia a parlare lentamente. «Vuoi sapere noi che cazzo c'entriamo? Siamo scomodi... siamo scomodi per il nostro Paese, ecco qual è il punto. Tutte quelle canzoni piene di critiche all’operato del presidente, pesanti insulti ai politici, accuse di corruzione verso la polizia, istigazioni alla ribellione e inni alla rivolta. E poi il nostro vivere costantemente nell’eccesso, tra sperperi, orge, fiumi di droga e alcolismo. Secondo loro abbiamo contribuito a far crollare il decoro della nazione, ed è per questo che ci hanno tolto di mezzo, tutto qua. Il decoro della nazione, figurati... fanculo loro e il sogno americano.»

Detto questo, il biondo dà una sorsata alla birra e riprende a fumare. Ma adesso sono io che mi estranio, gli occhi fermi su un punto e la mente stanca.

«Da quando sei diventato celebre, tutto quello che è venuto in seguito è stato opera nostra.» Ora capisco. Il sogno americano, già, io lo incarnavo più che bene: il povero benzinaio che ce l'ha fatta, che è riuscito a sfondare. Non potevano lasciarmi mettere dentro. Ma poi ho cominciato con tutte quelle accuse al sistema, quei brani ricchi di riferimenti politici e le parole di rivoluzione dirette alla massa. Per loro era troppo. Ed eccomi qua, i miei ultimi anni solo un grosso bluff e ora un altro membro del prestigioso Club 27. Fine della storia.

«Sono pronto», dico al tizio che mi punta la pistola mentre afferro la siringa sul tavolo.

«Fermo. Ci pensiamo noi, non ti devi preoccupare. C’è un’auto che ti aspetta là fuori per condurti all’aeroporto, tieniti pronto a fare un bel viaggetto.»

Sono stordito, non capisco bene quello che succede. So solo che devo entrare nell’auto là fuori, lui mi fa cenno di andare. E così faccio. Quando entro, esce un tizio grosso come l’altro, vestito di nero, che punta la pistola dietro la schiena di un ragazzo. Dai vetri oscurati vedo uno che è proprio uguale a me. Il ragazzo, dico, è identico a me, K., in tutto, tranne che nella camminata. Ma quello non importa, perché tanto i morti non camminano.

 

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