Tu sei qui:HomeOpen JournalMirko TondiUn perfetto suicidio americano (prima parte)

Open Journal di Mirko Tondi

Un perfetto suicidio americano (prima parte)

Roba da star: successo, donne, soldi, molti soldi, potere. Ecco cosa significa avere tutto. Ma il protagonista del racconto, un rapper bianco americano che sta spopolando con la sua musica, accusa una vita paradossalmente piatta e noiosa. In questa prima parte, l'io narrante dialoga col lettore dipanando la sua sofferenza quotidiana e arriva, in una progressiva confessione, a rivelare il suo segreto. Mirko Tondi continua, dopo il romanzo rock opera e i racconti presenti qui su Videohifi, l'esplorazione del mondo musicale. Molte le citazioni, dichiarate e nascoste, in un racconto che pian piano assume i caratteri del thriller.
Un perfetto suicidio americano (prima parte)

“Sono un uomo malato... Sono un uomo cattivo.”

Fëdor Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo

 

Quando succede è come perdere un pezzo di sé, una specie di piccola morte che si ripete ogni volta. E mi succede spesso: una sensazione opprimente che mi fa spalancare gli occhi la mattina presto e mi chiede di alzarmi. Mi sveglio in questo letto o nell’altro, con una donna che non è mai la stessa. La fisso solo per il tempo necessario ad accorgermi che non la conosco neanche, ancor meno ricordo il modo in cui sia finito lì, come in una delle più classiche scene da film che hanno per protagonista uno come me. Uno come me, un affascinante bastardo, uno ricco e famoso, uno che non deve fare niente perché le cose accadano... dio, quante volte i musicisti della mia band mi hanno trovato nel camerino mentre mi stavo facendo una groupie. Scendo le scale di corsa, ecco la limousine che mi aspetta. Prima di diventare famoso non mi sognavo di intascare fino a centocinquantamila dollari per presenziare a venti minuti di festa o addirittura fino a settecentocinquantamila per un’ora di party privato in cui dovevo cantare due soli brani davanti a un pubblico di adolescenti esaltati. Prima di diventare famoso non affittavo suite da cinquemila dollari a notte e non immaginavo lontanamente che mi avrebbero offerto anche tre milioni per le foto del mio matrimonio. Prima di diventare famoso non credevo fosse possibile possedere sette auto diverse, una villa con sedici stanze, circa quattrocento paia di scarpe e vestiti da diecimila dollari l’uno. Me la passo bene, insomma. O almeno questo è ciò che si può intuire da quello che ho appena detto. Ma, vedete, il fatto è che prima di diventare famoso non avevo idea di cosa significasse avere tutto. Ora invece lo so. Non starò lì a fare della facile retorica sull'inutilità della ricchezza, sul vizio che dilaga e l'arroganza che prende il posto dell'umiltà, e poi quella maniera sfrontata di far capire che tutto ti sia dovuto, i comfort e il lusso che superano i reali bisogni, no, non sarò l'ennesimo a raccontarvi il paradosso dei soldi che ti rendono infelice. Perché questo lo sapete già. Sapete che all'inizio c'è il piacere, poi l'onnipotenza, “Il mondo è tuo”, poi solo noia e insoddisfazione, e infine il declino inevitabile fino a sparire, “morire, dormire... nient'altro”.

 

Ho compiuto da poco ventisette anni e sembra che il mondo sia davvero ai miei piedi. Sono un predestinato, cantare è quello che volevo fare e quello che faccio. Un singolo di successo è bastato per cambiare la mia vita: da benzinaio in una stazione di servizio a star internazionale, ecco il maggior interprete del rap bianco che abbiate mai avuto. Una hit commerciale, un'eco clamorosa. E la svolta qualche tempo dopo. Nei testi dei brani del mio secondo album ero più libero di sbizzarrirmi con infamie al sistema e inviti all’insurrezione popolare, roba del genere. Così sono rapidamente diventato quello che voi, a vederlo da fuori, definite un idolo, uno coi coglioni e la testa, uno che non ha paura di dire la sua. Sono un esempio per chi ci crede sul serio, all’anarchia e cose di quel tipo. Ma io sono il primo a non crederci. L’ipocrisia è la chiave per l’affermazione personale, questo lo sapete? Presto si arriva all'annichilimento. È una sorta di anestesia costante quella che ti attanaglia quando cominci a non provare più niente, né gioia né dolore, e capisci che quelle per te adesso sono solo parole. Sei una figura appiattita, non c'è più superficie né tantomeno profondità. Sei un Niente ambulante che aspetta l'ultimo giorno, “l'abisso degli abissi”. Neanche durante i concerti riesco più a emozionarmi, e questa condanna cerca sollievo nelle droghe e nell'alcol, il placebo dell'anima. Figuriamoci se questo non lo sapete. Con mia moglie le cose non sono certo migliori, e non c'è espressione eloquente o metafora che possa dire quanto siano fredde e buie e strazianti le nostre notti insonni, dove accuse e rimorsi straripano dai silenzi velenosi. Nell’ultimo anno saremo andati a letto insieme sì e no tre volte. Io ero troppo impegnato a sbattermi le altre, mentre lei si è depressa e ha cominciato a impasticcarsi. Da quando ci siamo sposati, la stampa non le ha riservato molto interesse, se non come giovane consorte di un'acclamata personalità del panorama musicale. Senza dimenticare il fatto che anche lei sia una cantante, e ora, senza più i riflettori puntati addosso, si sente come privata della sua vera identità. Una stella che ne ha oscurata una meno luminosa, è un ciclo naturale. Ed è il giusto epilogo per un matrimonio a scopo pubblicitario, l'evento dell'anno, studiato a tavolino per il clamore di un possibile figlio, magari un’adozione, oppure un rapido divorzio: normali strategie di marketing, investimenti per il futuro sotto forma di gossip e servizi fotografici.

 

Non ho mai creduto nelle piccole cose. Forse perché ho sempre ambito alle grandi. O forse perché ormai da troppo tempo sono gli altri a farle per me, quelle piccole cose. Il mio passatempo preferito è diventato quello di organizzare tutti i modi possibili per sperperare la fortuna che possiedo. E non è facile, credetemi. Con le vendite degli album, il merchandising attorno al mio nome, gli sponsor, le fugaci apparizioni in seguitissimi programmi tv e tutto il resto, i soldi continuano ad arrivare a palate. Qualche giornata la trascorro alla ricerca di nuovi suoni nel mio studio di registrazione, poi mi sgranchisco le gambe nel campo da basket, faccio un tuffo in piscina e la sera spesso finisco a tirare qualche palla da bowling. Per fare questo non devo neanche uscire dal cancello della mia tenuta. A parte gli inservienti, la casa è comunque un incessante viavai di gente; invito sempre qualcuno per fare in modo che qui ci sia un pullulare di voci e musica e risate, e mi piace immaginare che da lontano qualcuno possa scorgere in mezzo al nero una pulsante luce verde che incanta gli occhi. Di frequente mi sento in trappola, e la paranoia lievita nell'isolamento. Non voglio uscire da solo per il timore di essere assalito da frotte impazzite di fan o per il rischio di essere ammazzato da qualche folle in cerca di celebrità da giustiziare. La notorietà ha un animo vendicativo, è un fantasma dall'aria tragica che ti insegue ovunque tu vada per ricordarti che non puoi goderti la vita. Questi sono i patti: se vuoi, puoi dire che il mondo è tuo; ma il mondo prima o poi reclamerà ciò che gli appartiene. Devo pagare i conti, sapete? E qui i soldi non c'entrano niente. Ma no, questo non potete saperlo, è un dettaglio che solo io conosco. Il mio segreto inconfessabile, perché, del resto, “ogni uomo ha un suo segreto inconfessabile”. Un paio di anni fa sono rimasto coinvolto in una zuffa fuori da un locale. Non ricordo con esattezza tutta la dinamica, ero piuttosto appannato dall'alcol. La memoria però mi suggerisce in un debole sussurro che fu solo una mia provocazione ad accendere gli animi, un gesto senza motivo che fece reagire un tizio appoggiato alla sua macchina. Forse ero solo annoiato, forse volevo riscoprire l’eccitazione di un episodio imprevisto. Fu subito rissa. Poi, dal cumulo di corpi, uno dei ragazzi crollò a terra, le mani a coprire l'addome insanguinato e lui agonizzante e accartocciato sull'asfalto. I suoi vestiti cominciarono a impregnarsi di sangue, creando una macchia che si allargava come affamata. Nel caos qualcuno lo aveva colpito con una coltellata all'altezza dell'ombelico. Sono stato io. Non ricordo più niente, solo frammenti di puro caos: grida disperate, gente che scappa, il rumore metallico della lama contro il suolo, il sangue il sangue il sangue. E nei miei incubi a occhi aperti rivedo la scena in cui quell'esistenza appassisce, il preciso momento in cui ho capito ciò che avevo fatto. Adesso lo sapete: ho ucciso un uomo.

[...continua]

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