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Open Journal di Mirko Tondi

Ottavio. Un racconto di musica e strada (Terza e Ultima Parte)

E siamo arrivati alla fine della storia di Ottavio. Un uomo gli ha appena chiesto di sedersi accanto a lui. Ed ecco che ancora il "Blues Inn" ritorna tra i suoi ricordi, ma non solo: c'è anche la strada, le persone che Ottavio incontra, impressioni, immagini, giudizi. Parole che scivolano verso il finale, verso un'altra storia. Ma ora è il momento di Ottavio, lasciamogli dire quello che pensa...
Ottavio. Un racconto di musica e strada (Terza e Ultima Parte)

Ottavio gli fa un rapido gesto, come a dire di accomodarsi. Nemmeno gli risponde. Non gli risponde perché ha un leggero mancamento, proprio adesso che c'è qualcuno a due passi da lui, come a chiedere aiuto senza volerlo. Poi però si riprende, quasi subito. L’uomo gli domanda se gli serva un aiuto, ma Ottavio dice che è normale ogni tanto che gli capiti di sentirsi svenire, perché sarà l'età o qualcos'altro. Allora iniziano a parlare e il vecchio non fa passare molto prima che si metta a raccontargli la sua storia. Gli racconta del “Blues Inn”, di una moglie, di un figlio e del signor Barilli Sartori, che è scappato col suo futuro. Quando Ottavio ha finito, arriva la domanda dell’uomo, che pare anche piuttosto interessato: «Perché se n’è andato abbandonando tutto, scegliendo di vivere per la strada?» Ottavio pensa che magari il tizio è un giornalista e va in giro a raccogliere le storie dei senzatetto, chissà. Dà segno di riflettere, mica la vuole sprecare questa risposta a un uomo che ha voglia di ascoltarlo. E allora ecco che comincia il suo monologo.

 

«Perché la strada? La strada non ti chiede niente in cambio, ecco perché. Ti dà e basta. Ti offre un posto dove stare, che diventa una casa, per quanto possibile. E c’è da imparare, dalla strada. Percorsi che fai tutti i giorni, e gente, tanta, mai la stessa esattamente. Occhi che s’incrociano, provocando un giudizio.
Ci sono ragazzini viziati, cresciuti nella prosperità e negl’agi, li vedi. Vedi anche che non sono mai soddisfatti. Fanno i ribelli, si oppongono, pretendono considerazione. Vessano i più deboli perché secondo loro la paura è uguale al rispetto. Magari a casa, coi genitori, sono angioletti mansueti e obbedienti, per ottenere premi e regali che sfoggeranno davanti a quelli più sfortunati, che non possono permetterseli. Ci sono anche quelli là, coi loro cani. Li accontentano per una breve passeggiata e in cambio hanno un po’ d’affetto. C’è da fare il bisognino quotidiano, su, forza, qui va bene, per la strada. Padroni che hanno perso civiltà, educazione, riguardo. Trattano il proprio ambiente come se non dovessero viverci, cazzo. Menefreghisti che pensano ci sia qualcun altro che pulisca per loro.
Ci sono pure i fedeli, che vanno dal loro dio. Ma quale, poi? Cantano la parola del Signore, tutti insieme, convinti di ricevere ascolto. Fede, o speranza di essere salvati? Pregano, supplicano, si confessano e chiedono perdono. Credono in quello che vogliono credere, perché ne hanno profondamente bisogno. Si appigliano a qualcosa che immaginano più grande di loro, cercano la redenzione; per qualcuno rappresenterà la prima risorsa, mentre per altri sarà l’ultima spiaggia. Sono pecore in un gregge, ecco cosa sono.
Gli innamorati, loro sì che mi fanno pensare. Eccoli, che passano mano nella mano, coppiette piene di progetti. L’ambizione di costruire una famiglia felice: cos'è, un'inevitabile aspirazione umana o un semplice tentativo di allontanare una solitudine angosciante? Gli auguro di non svegliarsi mai dal piacevole torpore da cui sono avviluppati. Il disincanto però è dietro l’angolo, insidiosamente, che li aspetta. Sentono il bisogno di amare e di essere amati, e a volte s’illudono. Anzi, spesso. Come se fossero obbligati a trovare una persona con cui condividere la loro vita, altrimenti non potranno mai dire di essere realizzati del tutto. Non si accorgono che è la società a spingerli verso la ricerca dell'altro, accrescendo il loro eccitamento.
E poi, di loro, che ne dici? Etnie, colori, differenze. Si trovano allo stesso momento nello stesso luogo, con l’unica caratteristica in comune di non appartenervi. Ma è veramente possibile un’integrazione, io mi chiedo? Razze diverse che si uniscono, popoli che comunicano abbattendo ogni muro, tutti nello stesso contenitore per una pacifica convivenza? Forse è nient’altro che un’utopia. Facciamo moralismi sull’uguaglianza degl’esseri umani, armati di buoni propositi, ma poi non siamo capaci di far niente perché questo avvenga. Continueranno a esistere razze forti e razze deboli, la discriminazione e il pregiudizio. Siamo intrappolati da noi stessi, dalla nostra resistenza al cambiamento e dal nostro qualunquismo.
E loro, invece? I manager, i dirigenti, quelli in carriera, chiamali come vuoi. A loro basta fare i soldi, maledetti soldi. Cosa vuoi che gliene freghi di tutto il resto? Li vedi da soli, con passo svelto, che guardano l’orologio e si sistemano la cravatta. Il microscopico granello di polvere di un sistema che li ha derubati dell’anima. Sono irreggimentati, non più persone, automi che vedono fuggire i desideri più elementari. Sono il prototipo dell’uomo d’affari: affaccendato, sicuro, che sembra avere tutto ma non godersi niente.
Ci sono anche quelli che non hanno avuto niente, mai. Sono qua, ai margini della strada, dimenticati dai più. La strada non li rifiuta, però. La strada non rifiuta nessuno. Neanche quelli come me, che qualcosa l’hanno avuta, un giorno passato, e lo sanno benissimo che l’hanno persa. Ma in fondo non siamo affatto diversi.

Le persone passano e io le scruto, le giudico, accolgo le loro facce anonime per farne un’identità, gli assegno uno status e una vita. Io sono qui, seduto su questa panchina, ora, e aspetto che facciano la stessa cosa su di me, per sentirsi più fortunati. Apparenza, superficialità, semplice contatto visivo. Basta questo, oggi. Basta la strada, che è la sintesi della vita. Gente di ogni tipo, occhi che incrociano i miei. La strada ti offre tutto e niente, che alla fine è quello che c’è nel mondo, tutto e niente.» Ottavio fa una pausa. Sembra aver finito il suo lungo discorso. «Tutto e niente, tutto e niente…» ripete, infine. Pian piano si piega verso un lato, scivolando sulla panchina. Gli occhi gli si chiudono e la testa gli cade in avanti.

 

«Ottavio! Ottavio, apri gli occhi!» si sente dire. Però gli occhi non li apre. Poi sente un tintinnio di chiavi, e ancora la voce: «Papà, aprì gli occhi, per piacere!» Stavolta Ottavio li apre, quegl’occhi quasi appiccicati. Solleva la testa e guarda bene l’uomo, scrutando in pochi secondi ogni dettaglio del suo viso, ma non riesce a dire niente. «Papà, sono io, Alberto! Ti ho cercato tanto, non immagini...» Ottavio sorride, mentre il corpo gli cede, lento lento come appassito. L’uomo tenta di sorreggerlo, con una mano sulla spalla. Con l’altra, invece, fa tintinnare di nuovo il mazzetto di chiavi. «Sai cosa sono queste, papà? Sono le chiavi del “Blues Inn”. Il locale aprirà tra pochi giorni.» Ottavio sorride un’altra volta, intanto che il suo sguardo si spegne. «Sentivo la musica entrarmi dentro... e le vibrazioni... la magia... papà!» Il vecchio sente le vibrazioni, ormai sono vibrazioni vere e proprie, gli entrano dentro al corpo, neanche ci fosse una musica blues di sottofondo. «Aiuto, per piacere, chiamate un'ambulanza!» sente gridare dalla voce del figlio, un figlio ritrovato e già perso. Con gli occhi chiusi, Ottavio vede un universo fatto di note e vibrazioni, sfumature e contrasti, e il ritmo che si anima e un gran caldo e una sensazione di sicurezza mai provata. È lui solo, là in mezzo, con la musica. Poi, tagliando una leggera nebbiolina con le mani, nel gioco di ombre e bagliori, appare il “Blues Inn”, e a poco a poco si riempie di dettagli, fino a completarsi, in ogni particolare. Il corpo di Ottavio diventa molle e si adagia a quello del figlio. Una lacrima, solo una, scende giù, tra le rughe e la barba, fino a incontrare un sorriso, puro, atteso da tanto, così, nel silenzio di una panchina in mezzo alla strada. Buio. E Blues. Le note che si propagano, e spariscono, dissolvendosi piano, come fumo nell’aria.

 

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