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Open Journal di Mirko Tondi

Ottavio. Un racconto di musica e strada (Seconda Parte)

Ottavio è ancora lì, che vaga per le strade e ferma i passanti. Continua a raccontare e intanto ricorda. Un giorno ha preso e se n'è andato di casa, nonostante avesse una moglie e un figlio. Perché? Ricominciamo dal suo commercialista, il signor Jacopo Barilli Sartori. Ottavio si fidava di lui, aveva consegnato nelle sue mani tutti i suoi soldi. E il “Blues Inn” aspettava di non essere più soltanto un'idea, mancava davvero poco. Ma qualcosa, come in tutte le storie, non è andata per il verso giusto.
Ottavio. Un racconto di musica e strada (Seconda Parte)

La copertina del disco "Completely well", di B. B. King

Jacopo Barilli Sartori aveva sospeso ogni affare e chiuso il suo studio di commercialista. Anche lui, per quanto dedito al lavoro, riscopriva la sua umanità di persona lontano dagli obblighi del quotidiano, con la mente libera e le energie che cominciano di nuovo a circolare nel corpo. Con la correttezza che lo distingueva, aveva detto a Ottavio, come a tutti gli altri clienti, che sarebbe andato via per qualche giorno, all’estero. Qualche giorno si era però tramutato in qualche settimana. Ma Ottavio era lontano dal pensare che quello del signor Barilli Sartori non fosse solo un viaggio. Certe cose le leggi sul giornale, mica pensi che possano succedere a te, cerchi di escluderle dal tuo mondo. O, se ci pensi, fai finta che a te non possano capitare, perché quella lì, ti dici, è gente che magari aveva un giro strano già da prima ed era impossibile non fiutarlo; ti convinci insomma che a uno insospettabile, da un momento all'altro, non gli passi per il cervello di rompere gli schemi, quelli importanti, quelli che riguardano la legalità delle cose, quelli che se li rompi dopo non puoi più tornare indietro. Un trafiletto tanto piccolo e insignificante per la massa, e invece così importante per qualcuno. C’era scritto che un noto commercialista, in modo del tutto inatteso, era scappato coi soldi dei clienti, da qualche parte, non si sa dove. Uno di quei clienti, preoccupato per le sorti del suo denaro, aveva denunciato l’improvvisa e sospetta scomparsa del distinto Iacopo Barilli Sartori. Senza spiegazioni, gli era presa così, di andarsene, un giorno, coi sogni degl’altri nella valigetta. S’era stufato della solita monotonia, forse. Un colpo di testa, per provare cosa si sente quando si osa. Oppure lo conservava da tanto il desiderio di fregare qualcuno, prima o poi, nella vita. Insomma, non si sapeva perché il signor Barilli Sartori l’avesse fatto, e non era neanche tanto rilevante, alla fine. Rilevanti, casomai, erano le conseguenze di quella fuga. Chi più, chi meno, andò in rovina, per quella fuga. E Ottavio Malvisi conobbe la rovina più grande. Incoscienza o coraggio, lui ci aveva buttato tutto quello che aveva, nel progetto del “Blues Inn”. Certo, qualche altro soldo per campare gli era rimasto, ma l’entusiasmo di svegliarsi ogni mattina per costruire un pezzetto in più del suo castello, quello no, quello era stato portato via senza rimedio.

 

Si trovò ben presto a non voler più alzarsi dal letto, privo della forza di reagire e della sufficiente volontà di ricominciare, o almeno provare a farlo. Depresso, impotente di fronte all'universo. Niente avrebbe potuto consolarlo. Niente. Nessuna parola o gesto. Nemmeno le carezze di sua moglie. Nemmeno gli abbracci di suo figlio. Non era solo, Ottavio. Ma nella sua mente era solo più che mai, affogato nei suoi problemi, che ora giudicava impossibili da risolvere. I suoi cari li aveva talmente trascurati, per inseguire il suo sogno, che di quella disgrazia si accollò tutto il peso, quasi non esistessero. Eppure sua moglie lo amava, riusciva a capirne i momenti peggiori, sapeva sostenerlo, e non le pesava farlo. Eppure suo figlio stravedeva per lui. Alberto, un bambino che era quanto di più prezioso Ottavio avesse, una volta. L’aveva voluto chiamare così, come Albert King, un altro King, un altro musicista blues. Anche al bambino aveva fatto ascoltare Completely Well e poi gli aveva chiesto se avesse sentito la musica perforarlo, entrargli dentro al corpo, oppure se avesse visto, nonostante gli occhi chiusi, un universo fatto di note e vibrazioni, se avesse visto il ritmo animarsi, la magia. Questo succedeva qualche tempo prima del fatto, qualche tempo prima che il “Blues Inn” diventasse la causa del tracollo di Ottavio. Succedeva, cioè, quando tra i due c’era ancora un rapporto, un confronto padre-figlio come tanti altri, come due che si vogliono bene. Il piccolo, con le cuffie nelle orecchie, in quel concerto di chitarra, piano e armonica, rimasto un po’ spaesato, aveva riferito di non aver provato niente di particolare, almeno non tutto quello di cui parlava suo padre. Può darsi che fosse troppo presto per ascoltare una musica del genere, in fondo poco adatta a un bambino. Fino a poco tempo prima Ottavio aveva continuato, col suo zelo, a darsi da fare per raggiungere l’obiettivo. Aprire quel locale era diventato l’unico motivo per svegliarsi, muoversi, fare e non fare. Tutto in funzione di quello: un progetto reale, ma pur sempre un progetto, niente di più. E quando Alberto ne aveva compiuti 9, di anni, ecco che il signor Barilli Sartori aveva deciso che era arrivato il momento di vivere a scapito di altri, inconsapevoli ingranaggi del suo preciso meccanismo. La fine, si sa, è quella di un uomo sulla settantina, che dorme accanto ai treni e vaga per le strade, raccontando la sua storia. Perché una mattina Ottavio la trovò la forza di alzarsi da quel letto al quale si sentiva inchiodato dopo la tremenda botta ricevuta. Si mise in piedi, d’un tratto, e se n’andò, via, lontano, in un’altra città, non è dato sapere nemmeno quale. Non lasciò neanche un biglietto ai suoi familiari, nessuna spiegazione. Aveva fatto una scelta, sbagliata senz’altro, ma poi chi può dirlo, cos’è giusto per sé, se non quella stessa persona.

 

Ecco quel vecchio, per la strada. Traballa come le certezze nelle facce dei passanti. Gli puoi dare del matto a Ottavio, se lo vedi e senti certe frasi. Però, se lo ascolti bene, scopri che c’è qualcosa di saggio, e di vero, in quello che dice. Ogni tanto qualcuno gli dà una monetina, forse per farlo star zitto. Comunque Ottavio un pezzo di pane lo trova sempre. Ci sono dei negozianti che lo vedono girovagare e gli lasciano da mangiare o da bere, ormai lo conoscono. E poi lui non chiede mai niente, non gli va di elemosinare. Se gli domandate il perché, può rispondervi in tono aulico, col suo linguaggio per niente da strada, anzi un minimo ricercato, da personaggio romanzesco fuori da un romanzo: «Elemosinare cosa? Misericordia? Comprensione? O forse ipocrisia. Donare per sentirsi la coscienza a posto, donare per pensare di aver fatto la buona azione quotidiana e meritarsi il paradiso. A chi vuoi che importi di uno gettato per terra.» E dopo continua, ormai non riesce più a fermarlo questo fiume in piena: «Dare una moneta per ricompensare il proprio ego e tenere a bada il senso di colpa. Non si fa niente per niente. Siamo tutti mercenari, in un modo o nell’altro.» Ottavio va in giro, senza chiedere. C’è andato avanti per quasi trent’anni, in quella maniera, per la strada. Ottavio e la strada, sempre insieme, da tutto quel tempo. Vaga in cerca di qualcuno che lo stia ad ascoltare. Quando lo trova, finalmente, gli parla, con quella solennità e quel linguaggio forbito che non diresti mai possano uscire da una bocca del genere, coi denti che mancano e l’alito che puzza. Parla e spiega, Ottavio.
Così fa quel giorno, un giorno come gli altri, per lui. Affaticato, più del solito però, si siede su una panchina. Poco dopo arriva un uomo, dall’aspetto signorile, giornale alla mano. «Posso sedermi?» gli chiede.

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