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Open Journal di Mirko Tondi

Ottavio. Un racconto di musica e strada (Prima Parte)

La musica porta con sé delle storie. Come questa, di Ottavio, senzatetto che aveva un sogno e che d'improvviso l'ha perso. Da quasi trent'anni vive per strada e si trascina stanco tra la gente nei dintorni della stazione. Non esiste Ottavio, d'accordo. Ma se esistesse, sarebbe un vecchio testardo, che va in giro a raccontare il suo sogno. Intanto, fra il rumore dei treni e il brusio dei passanti, una colonna sonora di musica blues gli tiene compagnia.
Ottavio. Un racconto di musica e strada (Prima Parte)

La copertina del disco "Completely well", di B. B. King

Tutto quello che Ottavio Malvisi aveva sempre desiderato era di possedere un locale. “Blues Inn”, lo avrebbe chiamato. Sarebbe stato un posto che la gente non avrebbe faticato a definire speciale, suggestivo per via dell’atmosfera rarefatta, fuori dal tempo. Quella stessa gente, poi, inebriata dalla qualità della musica, si sarebbe ritrovata a battere le mani a tempo e a cantare e magari a ballare. Ma il “Blues Inn” sarebbe anche stata una taverna in cui mangiare o bere qualcosa, e ogni sera musica dal vivo. Largo anche a gruppi R&B, folk, country e rock, ma il blues prima di tutto. Era il genere che Ottavio aveva fatto suo sin da piccolo, sin da quando suo padre gli aveva fatto ascoltare per la prima volta Completely Well, un disco di B.B. King. Avrà avuto una decina d’anni Ottavio, e già sentiva qualcosa smuoversi con prepotenza, suscitando palpiti inequivocabili di eccitazione e stupore, tumulto di una scoperta inattesa, impossibile da riferire. Come se la musica riuscisse a entrargli dentro al corpo: era quella l'esatta sensazione. Poi, chiudendo gli occhi, riusciva a immaginarsi un universo fatto solo di note, vibrazioni, e ritmo e aria densa di una magia ipnotica e totalizzante. Se mai esisteva un'anima, quella musica era in grado di risvegliare la sua. Allora come adesso. Adesso. Tanti, troppi anni più tardi, Ottavio giocava ancora con la fantasia a immaginarsi il locale. E lo immaginava proiettato in altri tempi, magari negli anni Cinquanta. Una nebbiolina densa tutta attorno e i lampioni fiochi ai bordi della strada. Quindi, nel gioco di ombre e bagliori, ecco apparire il “Blues Inn”. Ottavio poteva vederlo e sguazzare all'interno dei suoi confini, tra gli avventori e le cameriere. Poteva camminare fino al palco, fermarsi lì sotto e dare il via all’esibizione. Partiva la musica, e via l’applauso del pubblico a cadenzare una trascinante jam session. Ottavio poteva girarsi e vedere la felicità delle persone, nei loro visi, mentre le note si propagavano, e sparivano, dissolvendosi piano, come fumo nell’aria.

 

Un rumore. Uno stridio. Ruvido e potente, ecco il suono del mattino. Un treno in arrivo scivola sui binari e mangia il ferro, producendo scintille, che presto svaniscono. Ottavio apre gli occhi e vede. Adesso vede veramente. Vede ciò che vede ogni mattina: treni, stazione, gente. Il sole che compare e altri come lui che si svegliano, avvolti in cartoni e coperte e sdraiati su una panchina dura, scomoda, più della vita. Si alza adagio, a fatica. Anche perché è vecchio, Ottavio. Mica ce la fa più a balzare in piedi appena sveglio. È pieno di acciacchi e consumato da quasi trent’anni di strada. I capelli ormai grigi e la barba lunga, sporca, ingiallita vicino alla bocca. Lo conoscono tutti, quel vecchio, ma nessuno sa quanti anni abbia di preciso. Ne avrà poco più di sessanta, a guardarlo bene, anche se si porta addosso un'anzianità sopraggiunta anzitempo, inesorabile, che ha fatto i conti con un'esistenza vissuta soltanto a metà in maniera regolare, canonica, con un tetto sulla testa e tre pasti ogni giorno. Però non molla. A scavare tra quelle rughe profonde e sofferte ci si arriva subito a capire che c’è ancora la voglia di tirare avanti, nonostante gli anni e la stanchezza. E a fissare il suo sguardo, poi, quello sguardo un po’ malinconico sì, ma mai completamente triste, si può pensare che un barlume di speranza sia sempre rimasto aggrappato ai suoi occhi luccicanti di sogni. Infatti Ottavio va in giro e racconta una storia che di sogni ne è ricca. C’è quell’uomo, là vicino alla stazione, che ferma i passanti e gli parla del suo passato, del suo progetto. Del suo sogno, appunto, che poi poteva essere quello di tanti, ma lui c’era un pizzico più vicino ad afferrarlo. L’aveva proprio sfiorato. A chi lo vuol sentire - pochi per la verità, quasi nessuno - lui racconta. Sono quelli come Ottavio che, a essere sinceri, possono stare ad ascoltare uno come Ottavio. Non che dica delle sciocchezze. Tutt’altro. È solo che va a finire così. Come si può incolpare un passante qualsiasi che schiva un vecchio maleodorante, che muovendosi ondeggia, che sembra ubriaco, ma non lo è? Invece Ottavio ondeggia perché ha una gamba che tra poco non lo regge più. La gente che mette in atto una reazione istintiva, del tutto normale, questo non lo può sapere, e forse non ha interesse nemmeno a saperlo. Può darsi che la gente abbia anche fretta. Può darsi pure che uno abbia paura, che qualcun altro addirittura rimanga schifato. E ci sono anche quelli che mostrano una finta comprensione, ma poi, quando sentono la puzza che gli si insinua nelle narici, allora trovano una scusa e voltano l'angolo.

 

Ottavio per la strada ha conosciuto vecchi sfaticati da non compatire, ma anche persone sfortunate, disperati che non hanno trovato altra casa che quella. Ha conosciuto chi, come lui, una casa ce l'aveva, e ha conosciuto pure parecchi di quelli che bevono i propri problemi e pisciano sulla vita, tizi che hanno sempre trovato nella bottiglia ciò che cercavano, anche prima di finire sul marciapiede. Invece a lui bere non gli è mai piaciuto. Anzi si diverte a scherzare sul fatto di essere “un raro caso di barbone astemio”, così si etichetta da solo. Quando gli è capitato di bere, ha realizzato che i suoi problemi erano solo un po’ meno problemi, al momento. Poi, liberato da quell'effetto che regalava una parentesi di qualche ora di stordimento, si presentava un altro problema: quello di dover bere ancora. Lui il tempo lo inganna raccontando la sua storia, sempre quella, ma sempre diversa. Ogni volta c’è qualche dettaglio che gli piace aggiungere: particolari sull’arredamento del locale, le foto alle pareti, gli strumenti suonati per un brano musicale, il menù del giorno. Man mano la storia si arricchisce. O almeno quella parte della storia, che riguarda il progetto del locale e tutte le idee che ci girano intorno. L’altra parte, quella che gli ha impedito di arrivare al traguardo, al contrario rimane identica. È andata in quel modo, del resto. Quella non è la parte della storia che lascia spazio alla fantasia; è la parte della storia che non si può cambiare, e neanche dimenticare. Ottavio aveva messo da parte quanto bastava. Sacrifici, investimenti azzeccati, oculata gestione delle spese. Ecco che il castello di carte poteva diventare un castello di cemento, e pure con solide fondamenta. Il progetto si stava concretizzando. Ci voleva un commercialista, uno che lo aiutasse ad avviare l’attività nel modo giusto, qualcuno con la necessaria competenza. Sembrava averlo trovato. Era un uomo compassato, serioso, il più possibile distante dall’inaffidabile. Iacopo Barilli Sartori, si chiamava. Uno con quel nome, di presunte origini nobili, come fai a dire che non è affidabile. Dopo qualche tempo, in effetti, Ottavio si accorse che il signor Barilli Sartori sapeva fare il suo lavoro come nessun altro, d'altronde era una vita che faceva il commercialista. Dimostrava una sicurezza invidiabile e una dedizione assoluta alle proprie mansioni. Ottavio perciò era giunto a riporre in lui tutta la sua fiducia, lasciandogli amministrare il prezioso capitale di cui disponeva. «Va tutto bene», si diceva. «Ci siamo vicini», si ripeteva in una cantilena eseguita allo specchio, una formula che assumeva il carattere di un rituale propiziatorio. Era quasi fatta. Quasi, perché quel «Ci siamo vicini» non diventò mai un’insegna luminosa con le parole “Blues Inn”. Fu la minima distanza dal sogno che Ottavio poté raggiungere. Poi arrivò la notizia.