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Open Journal di Mirko Tondi

Ricordo di un re: tre anni senza Michael Jackson

Il 25 giugno 2009 un attacco di cuore in seguito ad abuso di farmaci stronca Michael Jackson, all'età di cinquant'anni. Avrebbe dovuto intraprendere uno spettacolare tour a Londra, a partire dal mese successivo. Rimane invece il film/documentario "This is it", doloroso commiato a quello che da sempre è stato definito come "il re del pop". Tre anni dopo, il senso di nostalgia perdura, sia tra i fan più fedeli sia tra gli ascoltatori occasionali.
Ricordo di un re: tre anni senza Michael Jackson

La locandina del film "This is it"

Negli ultimi anni numerose star internazionali della musica ci hanno abbandonato, portando con loro storie difficili, talvolta maledette, fatte di alcol, droga, abuso di farmaci e dipendenze affettive. Se le recenti scomparse di Robin Gibb dei Bee Gees, della star della disco music anni 70 e 80 Donna Summer e del nostro Lucio Dalla sono avvenute per cause naturali, quelle di Whitney Houston, Amy Winehouse e Michael Jackson hanno invece rappresentato il triste culmine di percorsi autodistruttivi, vissuti tra carriere di successo ed esistenze problematiche. Senza nulla togliere alle due grandi interpreti femminili, voci uniche e inimitabili, Michael Jackson, con la sua morte, ha creato un vuoto che tutt'oggi appare impossibile da colmare, e non solo a livello musicale.

Il suo personaggio aveva assunto i caratteri del leader già in età infantile, quando si esibiva insieme ai fratelli nella celebre band The Jackson 5; poco più che ventenne incideva un disco da 20 milioni di copie (Off The Wall), per poi trovare la consacrazione definitiva nel 1982 con Thriller, l'album perfetto. Entrato nell'immaginario collettivo a passi di "Moonwalker" e grazie alle sue giacche costellate di paillettes, ai mocassini neri e i calzini bianchi in bella evidenza, sconvolse il mondo quel 25 giugno del 2009, quando se ne andò circa un paio di mesi prima di compiere cinquantuno anni. Intorno a metà luglio avrebbe dovuto cominciare una lunga e attesissima serie di concerti alla O2 arena di Londra, evento che lo avrebbe riportato sul palco dopo l'HIStory World Tour del 1997. Com'è noto, un arresto cardiaco a causa di abuso di farmaci ne decretò la fine, avviando un turbine inarrestabile di ipotesi, fra complotti, attribuzioni di responsabilità e inadempienze professionali. Ne risultò un processo al medico curante (conclusosi nel novembre del 2011, lo ha visto dichiarare colpevole di omicidio colposo involontario e incassare una pena detentiva di 4 anni), l'esplosione commerciale dovuta alle esorbitanti vendite dei suoi dischi (i classici, le ristampe, le antologie pubblicate per l'occasione) e soprattutto il film-documentario "This is it".

leave_me_aloneKenny Ortega, che doveva curare regia e coreografia degli spettacoli dal vivo, mise insieme spezzoni registrati delle prove, avendo a disposizione molte ore di filmati (materiale che serviva per il backstage dei concerti). Il film, frutto di accordi milionari con la Sony Pictures, è l'ultimo doveroso saluto a Jacko. Sulle note delle sue hit più famose (Beat it, Black or white, Billie Jean e molte altre), ecco il ritratto commovente di un inguaribile sognatore, osservatore attento e attento professionista, sempre e comunque alla ricerca della perfezione. Ma soprattutto umano nel rapporto con gli altri, distante dal suo status di idolo delle masse. In preparazione per le sue ultime, memorabili esibizioni, cercava di risparmiare energie e voce per i concerti, forse già debilitato da problemi fisici, dosi eccessive di farmaci e un'età che non consentiva più di muoversi come un ragazzino. Ma MJ dimostra dalle immagini di conservare quella leggerezza che lo ha sempre contraddistinto, quella capacità quasi ultraterrena di scivolare dolcemente sul palco, facendo sembrare tutto semplice e procurando il delirio della folla. E le sue parole sono spesso poetiche, mai scontate, disseminate di magico (per esempio, suggerisce di tenere una canzone "sospesa" e poi di immergersi nel chiaro di luna). Il tutto sarebbe stato senz'altro uno spettacolo glorioso, fatto di successi del passato ma al contempo immortali, e poi giochi di luce, scene sontuose, elaborazioni computerizzate e coreografie impressionanti. Ci rimangono le immagini del film a testimoniarlo, come lo sterminato esercito dei soldatini di They don't care about us e l'inseguimento fuori dal tempo di Humphrey Bogart inSmooth criminal. E ci rimangono, soprattutto, le ultime e toccanti interpretazioni di brani come Humane nature e Man in the mirror, lasciate lì, sospese nell'aria, e fluttuanti nei nostri ricordi.

Bad

25 giugno 2012: per una strana coincidenza, mi capita di rivedere "This is it", a tre anni esatti di distanza dalla scomparsa di Michael. Rimango incollato alla televisione, non cambio canale neanche durante le pause pubblicitarie. Quando scorrono i titoli di coda, vengo assalito da una sorta di nostalgia cosmica, irreale, provata raramente. Ho come la sensazione che quella nostalgia si estenda al di fuori di me, che sia condivisibile con chiunque abbia amato, anche per un solo brano, il re del pop. Già, "il re del pop". Ho sempre pensato che quella definizione gli andasse fin troppo stretta, che non gli rendesse giustizia. Prendete il soul, la black music, il funky e la prima musica dance. Ora mescolate tutto a un rock non molto duro, anzi orecchiabile, e fate in modo che questi generi provvedano a contaminarsi reciprocamente. Quello che otterrete non è un semplice pop, ma un caleidoscopio di ritmi e sonorità che solo un genio poteva rendere commerciale, adatto a tutti. Sì, perché forse possiamo intendere l'espressione "re del pop" in questo senso: Michael Jackson era re di una musica che piaceva a tutti, e non particolarmente di un genere definito. Bene o male, chiunque si sarà ritrovato a canterellare il ritornello di uno dei suoi successi, a tentare di riprodurre i suoi passi proibitivi, a imitarlo in qualche posa distintiva. Quella stessa persona, in quel momento, avrà fatto a meno di pensare agli eccessi della sua vita privata e ai discussi episodi che lo riguardavano. Magari si sarà concentrato solo sulla canzone e avrà pensato alla prima banalità che gli è venuta in mente, per esempio che pezzi come quello sapeva farli solo Michael Jackson. Era una specie di Peter Pan, lo sappiamo, un adulto che non voleva crescere e manifestava spesso tutta la sua insicurezza; ma da unpunto di vista artistico, Michael Jackson era cresciuto fin troppo in fretta, arrivando a livelli impossibili da raggiungere per altri comuni mortali. Poi il declino personale, anche se i fan più accaniti gli sono sempre stati accanto. Infine la sua stella che si spegne troppo presto. Ma "this is it": questo è quanto. Tre anni non sono niente, il tempo è niente. Prendo il vinile di Bad e lo metto sul piatto: quando arriva Man in the mirror, mi ritrovo a canterellare il ritornello e dimentico il resto.