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Open Journal di Bachisio Canu

Uri Caine Trio in concerto.

Il "Peperoncino Jazz Festival" è approdato a Cosenza per tre intense giornate musicali: il 13 luglio ha iniziato il Trio del pianista di Filadelfia.
Uri Caine Trio in concerto.

Uri Caine con John Hébert.

Non è frequente che capiti al Sud l'opportunità di assistere a concerti di artisti validi nel campo della musica jazz; tuttavia, nel tempo, tale genere musicale si è ritagliato in Calabria, grazie al susseguirsi di alcune manifestazioni che hanno acquisito un'importante rilevanza locale (quando non internazionale, come nel caso del Festival di Roccella Jonica), un seguito importante. Tra queste manifestazioni rientra, di diritto - vista l'ormai undecennale frequenza - e di fatto - dato che l'edizione dello scorso anno è stata considerata la più riuscita manifestazione jazz in campo nazionale - il Peperoncino Jazz Festival, che ha saputo abbinare in modo intelligente ad una scelta musicale di prim'ordine un'iniziativa che vede offrire gratuitamente la degustazione di vini regionali d'eccellenza (ma anche di altri prodotti tipici) ad opera di sommelier prima e dopo i concerti : un modo per conoscere taluni aspetti di una terra meravigliosa i cui abitanti possono vergognarsi solo di chi li governa.

Quella del 13 luglio - unitamente alle due giornate successive - è la prima volta che il Festival tocca Cosenza, nonostante proprio la sua Provincia sia il suo habitat, e la cornice della Vecchia Villa Comunale - con le fresche fronde dei suoi alberi secolari - nel centro storico è ideale per sfuggire all'afa estiva in queste giornate molto calde.

Ho già visto e sentito Uri Caine, un pianista assai originale e dagli influssi musicali particolari, e tuttavia mi è sempre rimasto un leggero sapore di irrisolto anche negli episodi più apprezzabili della sua produzione artistica, come se il suo ampio background musicale - fondato sulla tradizione musicale ebraica e la musica classica e solo successivamente direttosi verso l'inventiva jazzistica - non riuscisse a fondersi completamente con il linguaggio specifico del jazz.

Lo spirito dell'attesa era pertanto improntato alla prudenza ma l'inizio spiazzante del concerto ha fugato ogni paura e perplessità : Caine opera una destrutturazione del linguaggio in stile "monkiano" e con scale modali assai larghe e frammentate che invitano alla riflessione, prima di poter fruire dell'ascolto, per poi portare all'improvvisa scoperta di melodie nella successione delle scale medesime, trasformando la musica in un gioco del quale indovinare linee e "standard"occultati, con conseguente soddisfazione all'atto di tale scoperta.

In tale compito è aiutato da una base ritmica efficace che può vantare uno straordinario ed inesauribile John Hébert al contrabbasso, che inventa e contribuisce alla creazione di linee musicali complesse, arrampicandosi sul suo pianismo fervido e irrequieto, a tratti dissonante, eppure ogni tanto illanguidentesi in improvvisi ed essenziali ricordi di nenie "klezmer", omaggio al sangue delle sue origini, riposanti sulla contraddizione tra ascetico e sensuale ; più muscolare che sensibile, seppur dotato di ottima tecnica, il batterista Clarence Penn, al quale viene affidato il lavoro sporco di dare il carburante del ritmo al Trio.

Insomma, l'ultimo lavoro di Uri Caine, Siren, di cui viene fatta ampia citazione nel concerto, è un ottimo album che vede il deciso e felice ritorno alla fusione nel jazz del suo background tecnico e di stili, con una scelta "monkiana" che va a legarsi alle sue suggestioni di reazione alla musica tonale di memoria "dodecafonica" ma senza dimenticare l'"imprinting" della tradizione musicale ebraica : ed è veramente un gran bel sentire !