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Open Journal di Bachisio Canu

Roberto Gatto NY Quartet in concerto.

Ovvero come ad un percussionista italiano nella Grande Mela non piaccia stare con... le bacchette in mano !
Roberto Gatto NY Quartet in concerto.

Roberto Gatto tra Melissa Aldana e Joe Lepore

Certo che parlare di Roberto Gatto, classe 1958, implica riferirsi ad un modo vitale di intendere il jazz – sempre di alto livello perché il nostro è uno degli artefici storici del jazz italiano in ambito internazionale – sin da quella che è stata la sua formazione musicale iniziale, fondata sul rock (Hendrix, Cream e Led Zeppelin) ed il progressive (Nucleus e Soft Machine), arrivando - proprio per quest’ultimo tramite - al jazz elettrico per ricongiungersi a quelle che sono le radici originarie del genere: ciò che contraddistingue questo valido artista è la progettualità che ha segnato la sua costante evoluzione, segnata più dalla viva curiosità intellettuale che dalla necessità di imporsi un percorso unico da seguire.

Questa capacità è molto apprezzata, soprattutto all’estero, dove si punta molto al rinnovamento del genere oltre la pedissequa rivisitazione dello standard ormai consunto, ed è motivo dell’ormai consolidato dividersi del percussionista tra Roma e New York, fatto che lo ha portato a formare in terra americana un suo gruppo, il NY Quartet, allo scopo di mantenere vivo il suo personale modo di intendere il jazz.

E’ con questa formazione che lo scorso 28 luglio ha partecipato in Acri (CS) al Peperoncino Jazz Festival, composta dal contrabbassista Joe Lepore e dal chitarrista Nir Felder - musicisti molto apprezzati nella scena jazzistica della Grande Mela - con l’aggiunta di un outsider, la giovane (ma già talento precoce in Bravo Bravissimo, presentato da Mike Bongiorno) sassofonista Melissa Aldana.

La musica del gruppo sapientemente diretto da Gatto gode di ottima freschezza esecutiva nel muoversi tra sue composizioni originali (come "Drop in", originariamente allegata nello splendido The Blessing del compianto Massimo Urbani) e standard (la "What is there to say?" nello standard di Evans) dei quali viene sempre sottolineata l’attualità: nell’economia del gruppo risulta insostituibile il lavoro di Lepore, contrabbassista di rara versatilità sia quando si tratta di menare le dita che quando occorre pizzicare di cesello; grande estro dimostra Felder, capace di creare intriganti sonorità che però, qualche volta, sembrano non integrarsi perfettamente con il tono musicale complessivo; sorprende la giovane sassofonista cilena - ormai trapiantata a New York - per l’ottima espressività nell’uso dello strumento, pienamente reso a servizio del gruppo.

Roberto Gatto sembra pienamente immerso nel suo ruolo di organizzatore, manifestando la sua partecipazione emotiva all’esecuzione ora con sguardo attento ed apprensivo ora con soddisfazione palese ed anche il suo modo di suonare è mediato dal nuovo ruolo che si è dato, risentendo più profondamente -  rispetto ad una semplice citazione - della lezione appresa da Shelly Manne, eclettico quanto misconosciuto batterista del passato capace di passare da Rollins a Zappa, da Coleman ai Beach Boys, ritagliandosi un ruolo di catalizzatore del lavoro comune: più attenzione alla varietà di sfumature nella percussione, quindi, rispetto al mero sfoggio di potenza sonora di cui il nostro è ben capace, alla ricerca di un’improbabile linea melodica nell’uso dello strumento per il cui raggiungimento occorre passare per l’interplay di gruppo.

Ed il risultato di questa ricerca musicale è stato ben gradito dal pubblico, per quanto passibile di ulteriori affinamenti nelle linee di cesura dei contributi individuali: che il vecchio guerriero, in fondo in fondo, voglia fermarsi e metter su gruppo?

Vedremo…

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