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Open Journal di Bachisio Canu

Brad Mehldau Trio in concerto.

Il 14 luglio ha visto il "clou" della serie di concerti del "Peperoncino Jazz Festival": Brad Mehldau doveva essere un evento ed ha mantenuto in pieno la promessa.
Brad Mehldau Trio in concerto.

Un Trio di riferimento.

E' difficile spiegare la personale aspettativa sul concerto di Brad Mehldau: come tutti quelli che identificano l'artista tramite la musica che suona - e non viceversa - parlare di Mehldau significa parlare della musica di uno dei trii jazz più amati - da me in particolar modo - che è quello di Bill Evans.

Certo, sarà trito e ritrito - per quanto dichiarato dal pianista di Jacksonville - il riferimento a questo pianista immenso - per statura musicale ed umanità derivante dalla sua sofferta parabola umana - ma è realistico per la sensibilità che i due musicisti condividono nella loro espressione artistica e per la capacità di rendere "standard" un pezzo che sarebbe impossibile per un altro musicista rendere tale. Ma poi sembrano condividere ambedue la stessa interiorità schiva e riservata che sono disposti a veicolare solo per il tramite della musica, custodendola altrimenti gelosamente.

Una cosa è certa, il tocco unico di Mehldau è "evansiano" d'ispirazione, risultando figlio dello stesso classicismo e della stessa introversione, e tuttavia se ne distingue, da quello - fortemente contrastato nell'emotività che lo pervade - per il "controllo": è questo il suo carattere distintivo.

Ed il controllo plasma anche la personalità del suo trio nei musicisti che lo compongono, l'immaginifico Larry Grenadier e il morigerato Jeff Ballard: un trio che non va mai sopra le righe e la cui risoluzione musicale è orizzontale, non verticale, propendendo non verso l'esplosione sonora ma verso la sua implosione, verso il dipanamento, cioè, della trama musicale come di un tessuto di cui si vuol far vedere - discretamente - la piega più recondita.

Tornando sull'unicità del tocco di Mehldau, tengo a ribadire la sua precisione che si ripercuote su una limpidezza e pulizia senza pari della nota che, peraltro, conserva la sua naturalezza ; ciò, in abbinamento alla capacità di creare contemporaneamente sia con la mano destra che con quella sinistra diversi sviluppi melodici antagonisti e protagonisti nella composizione, provoca felice stupore e sincera ammirazione.

Oltre all'esecuzione di suoi brani ("Dream Sketch" e "Bee Blues") si è cimentato in composizioni di Porter e Rollins, innovando con il suo inconfondibile stile, e proponendo una deliziosa "God only knows" dei Beach Boys, una sorta di invito alla tolleranza nel rispetto della pari dignità tra generi nella creazione di emozioni : questo senza mai indulgere in ruffianerie di sorta ed anzi con sobrietà, indispensabile nella gestione consapevole di una così elevata sensibilità.

Ma è jazz, per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco, omaggio all'evoluzione nel tempo di un linguaggio originato dalla profonda ferita interiore ad un popolo sradicato dalla sua terra ed offeso nella sua identità umana e fondato sulla maturazione di quella sofferenza. In tal senso, il bis concesso è emblematico : "Nardis" è un omaggio ad uno dei più fieri esponenti della riscossa artistica afro-americana e chiude l'ipotetico cerchio dell'orizzonte artistico di Mehldau che da Evans (che ha reso leggendario questo brano grazie al contributo di Scott La Faro) era partito, nel tentativo, forse utopistico, contemperando due personalità diametralmente opposte, di ricomprendere nella sua espressione artistica lo Yin e Yang del jazz.

Non so se Mehldau riuscirà nel suo intento artistico e umano : quel che posso dire è che il suo Trio rappresenta uno dei tasselli indispensabili nella comprensione di tale forma nel jazz in chiave di una sua proposta evolutiva e non agiografica e, pertanto, un'occasione imperdibile, qualora si abbia la pretesa di assistere ad un concerto jazz di primaria importanza.

 

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