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Open Journal di Andrea Bedetti

Intervista a Francesco Buccarella, il cembalista de I Musici

Un pomeriggio a Roma, parlando di musica, ovviamente, ma anche delle simpatie e delle antipatie in fatto di compositori da parte di un artista iconoclasta, che non le manda di certo a dire…
Intervista a Francesco Buccarella, il cembalista de I Musici

Un momento delle prove de I Musici al Seraphicum di Roma.

Era un’occasione da non lasciarsi scappare, quella di poter assistere a un pomeriggio di prove da parte de I Musici, tenute al Complesso del Seraphicum, situato nella zona EUR di Roma. Senza contare che avrei potuto intervistare, grazie ai buoni uffici del M° Silvio Di Rocco, viola della compagine musicale romana, che avevo sentito telefonicamente qualche giorno prima, il cembalista de I Musici, il M° Francesco Buccarella, figlio di altri due celebri membri dello storico gruppo, Maria Teresa Garatti e Lucio Buccarella,approfittando del fatto che il programma delle prove stesse non prevedeva la partecipazione del cembalo.

Quando sono entrato nella sala dove si stavano svolgendo le prove, i Musici erano alle prese con delle pagine strumentali verdiane e, prima che ci fosse una pausa, ho avuto modo di ascoltare ancora una volta attentamente il leggendario “suono” di questa compagine musicale. Anche in un frangente che non richiedeva un particolare impegno, gli undici archi del gruppo non si sono smentiti: undici strumenti dal suono dolcissimo, eppure scolpito, un afflato sonoro unico, perfetto, armonioso. Alla fine, mi sono avvicinato al M° Buccarella e, dopo aver lasciato la sala, ci siamo sistemati nella hall del complesso per dare inizio all’intervista.

Francesco Buccarella

Il maestro Francesco Buccarella, clavicembalista de I Musici.

Maestro, lo scorso anno avete festeggiato il sessantesimo anno di attività, dato che vi pone come il gruppo musicale più longevo al mondo tuttora in attività, anche se naturalmente, si è giunti alla seconda o addirittura terza generazione di musicisti che si sono alternati all’interno de I Musici. Eppure, il vostro magico “suono” non cambia mai, un inconfondibile “marchio di fabbrica” che non smette di stupire e di emozionare. Ma in che cosa consiste il suo segreto e lei come lo potrebbe definire?

«Guardi, se devo essere sincero, le posso dire che questa domanda ce la siamo posta noi stessi diverse volte, senza mai giungere a una risposta certa. Da parte mia, mi sono fatto l’idea che il suono espresso da chi ci ha preceduto e che noi continuiamo a esprimere rappresenta un equilibrio di tradizione e di modernità, un qualcosa che continua a perpetuare radici che non possono essere cancellate e, allo stesso, tempo, che ha la capacità di aderire a quelle che sono le evoluzioni del gusto, del sentire, di un’idea di bello. Ma, le ripeto, a volte siamo noi stessi a stupirci di ciò che riusciamo a cavare fuori dai nostri strumenti».

Anche lei, maestro, è un “perpetuatore” del suono de I Musici, visto che i suoi genitori, Maria Teresa Garatti e Lucio Buccarella, hanno fatto parte di questo gruppo, suonando rispettivamente il cembalo e il contrabbasso. Ma oltre alla straordinaria versatilità del vostro repertorio, che va dal barocco al novecento storico, al suono e alla tradizione che vi accomuna, qual è quell’aspetto che è stato fondamentale per il vostro successo?

«Sicuramente l’aneddoto che ha visto protagonista Arturo Toscanini, all’inizio dell’avventura de I Musici, nel lontano 1951, ha dato un contributo non dico decisivo, ma importante. Ossia quando una sera, ascoltando quei dodici ragazzi, appena usciti dal Conservatorio di Santa Cecilia, il direttore parmense proferì le celebri parole: “Ho sentito dodici ragazzi… bravi, bravissimi: no, non muore la musica!”. Ecco, quel “non muore la musica”, in un certo senso, ci ha sempre accompagnati, quelle parole dette dal più grande direttore d’orchestra del Novecento a un gruppo di ragazzi che si esibiva senza un Kapellmeister! E poi, non dobbiamo dimenticare un altro fatto… ».

Arturo Toscanini

Il sommo Arturo Toscanini.

… Quale?

«Che la nascita de i Musici, si può dire, è stata alquanto casuale. Nel senso che il fondatore del gruppo, Remy Principe, leggendario docente al Santa Cecilia e primo violino dell’omonima orchestra, gravitava, prima della nostra nascita, intorno a un altro gruppo, quello de I Virtuosi di Roma, nato dalla volontà di un altro grande musicista, Renato Fasano. Poi, tra Principe e i Virtuosi, come dire… , ci furono degli screzi, che portarono alla rottura del rapporto. A quel punto, Principe decise di dare vita a un altro gruppo, formandolo con i più promettenti e bravi giovani provenienti dal conservatorio. Così nacquero I Musici».

I primi e gli ultimi Musici.

Un suggestivo montaggio fotografico, che mostra in alto la prima generazione de i Musici e, in basso, l’ultima, con alle spalle il Colosseo.

Maestro, veniamo a lei. Perdoni la domanda, ma se le dovessero chiedere, con una pistola puntata, quale compositore preferisce in assoluto, lei che cosa risponderebbe?

«Ma la pistola è carica?».

Sì, con pallottole d’uranio impoverito…

«Beh, allora non avrei dubbi: risponderei che non posso fare a meno della musica di Antonio Vivaldi».

Vivaldi? Se la sentisse Stravinskij, ossia colui che ha sepolto la musica vivaldiana, affermando che Vivaldi scrisse cinquecento volte lo stesso concerto!

«Stravinskij può dire quello che vuole, ma Vivaldi per me rappresenta l’archetipo, l’ideale stesso del fare musica. E se Stravinskij avesse ascoltato più attentamente le composizioni del Prete rosso, avrebbe realmente compreso la sua grandezza. Una fantasia sconfinata, una tessitura nella quale mestizia e brillantezza fluiscono con un’impareggiabile naturalezza. Guardi, voglio farle solo questo esempio: nell’ottobre dello scorso anno abbiamo fatto una tournée in Giappone. Ci siamo esibiti per un mese e su trenta giorni di concerti, nel corso di ventiquattro di essi abbiamo eseguito le Quattro Stagioni. Magari ad altre compagini, giustamente, queste pagine alla fine sarebbero uscite dalle orecchie, ma per quello che ci riguarda, glielo posso garantire, le abbiamo sempre suonate tutte con la stessa emozione, lo stesso entusiasmo e la stessa felicità!».

Continuo a porle le domande con la pistola puntata: questa volta, se le dovessi chiedere invece qual è quel compositore con il quale non è mai entrato in sintonia e per il quale prova una qual certa antipatia, lei che cosa risponderebbe?

«Naturalmente, la pistola è sempre carica… ».

Stracarica…

«Allora risponderei Beethoven… ».

Maestro,… perbacco… Beethoven!

Ludwig van Beethoven

Un ritratto a matita di Ludwig van Beethoven.

«Sì, lo so, lo so… Sembra un’eresia ma, sia ben chiaro, io non mi riferisco alla tecnica, ci mancherebbe! Quella fa parte dell’empireo musicale dell’umanità… No, mi riferisco all’artista Beethoven che crea le sue partiture… quei temi sui quali egli insisteva, sui quali si accaniva, scarnificandoli, prosciugandoli, spremendoli fino all’ultima nota. Ebbene, quest’accanimento mi ha sempre fatto una grande impressione… E poi, le sue trentadue sonate per pianoforte! Mi hanno sempre ossessionato, come ossessionano i miei studenti… [Francesco Buccarella è anche docente di pianoforte al Conservatorio Nino Rota di Monopoli, NdR] E loro lo sanno che io non le sopporto, perché mi chiedo sempre, leggendole, dove devono andare le mani, le dita sulla tastiera, per seguire quelle note, quegli accordi?!? No, con Beethoven non vado d’accordo».

A questo punto, maestro, temo che se non sopporta Beethoven, lo stesso accadrà anche con il povero Brahms…

«No, con Brahms è diverso! Sono in tanti, effettivamente, a credere che se non sopporto Beethoven, lo stesso deve accadere con Brahms. E invece, nei confronti di questo colosso della musica provo affinità, simpatia e quando prendo un suo spartito pianistico me lo immagino sempre con un bicchiere di birra o di vino in mano, perché, a ben vederla, la sua musica esprime una voglia di vivere, di gioire, di gustare le cose belle della vita. Vede, io sono convinto che noi interpreti e gli addetti ai lavori abbiano fatto della musica che amiamo, quella che viene solitamente definita classica, una faccenda fin troppo seriosa, barbosa. E inevitabilmente la gente, i possibili fruitori si sentono intimoriti da tanta seriosità e non si lasciano coinvolgere dalla bellezza di questa musica. Ecco perché metto Vivaldi al di sopra di tutti, per il fatto che la sua musica è adatta a tutti, per tutti gli stati d’animo, per tutti coloro che vedono nella musica un qualcosa che li aiuti a vivere, ad amare, a soffrire. Perché, a pensarci bene, tutta la musica dovrebbe proprio essere ciò».

 

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