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Open Journal di Andrea Bedetti

I divertimenti di un titano (prima parte)

Insofferente alle relazioni pubbliche, nauseato dalla stupidità umana, il volto di Beethoven assume i contorni di una maschera intrisa di tristezza e amarezza. Ma un divertimento umano, non titanico, lo si ritrova in due composizioni, antitetiche e simili allo stesso tempo...
I divertimenti di un titano (prima parte)

Beethoven solitario e accigliato in un dipinto della seconda metà dell’Ottocento.

Chiunque abbia un minimo di conoscenza delle vicende biografiche di Ludwig van Beethoven fa indubbiamente fatica nell’immaginare il gigante di Bonn mentre sorride o, meglio, ride di cuore. L’apporto biografico, a cominciare dalle prime testimonianze sulla sua vita scritte da un fedele amico del compositore, Anton Felix Schindler, nel 1840, a diciassette anni dalla morte del compositore, tende a raffigurare Beethoven scolpito in un’espressione perennemente accigliata, pronto alla collera, a inveire contro quei “filistei” capaci soltanto di minare la sua tranquillità e il suo silenzio innaturale, straziante, provocato da quella sordità che lo afflisse per buona parte della sua infelice esistenza.

Insofferente alle relazioni pubbliche, nauseato dalla stupidità umana (eppure quanto soffrì a causa della solitudine nella quale si relegò, malgré soi!), il volto di Beethoven, come ce lo hanno tramandato dipinti e sculture, assume i contorni di una maschera intrisa di tristezza e amarezza. Beethoven non sorrideva quasi mai e la sua risata era sconosciuta perfino nella cerchia dei suoi amici (ossia coloro che riuscivano a sopportare meglio gli effetti nefasti del suo carattere) più intimi. Il suo divertimento riuscì a manifestarlo solo nei pensieri e nella sua musica: un divertimento scevro dalla drammaticità, dalla tragicità di cui sono imbevute le sue pagine più celebri e immortali.

A tale proposito, un divertimento umano, non titanico, non stravolto dalle dimensioni eroiche e sovrumane della sua visione del mondo, lo si ritrova soprattutto in due composizioni, antitetiche e simili allo stesso tempo, il concerto per violino, violoncello e pianoforte in do maggiore op. 56 (il celeberrimo “Triplo concerto”) e il trio per violino, violoncello e pianoforte in si bemolle maggiore op. 97 (detto dell’“Arciduca”, visto che fu dedicato appunto all’arciduca Rodolfo d’Asburgo, suo allievo e uno dei suoi principali mecenati).

Il concerto in questione è del 1804, successivo di circa due anni alla stesura del tremendo Testamento di Heiligenstadt (nel quale Beethoven, rivolgendosi ai fratelli, preannunciava di farla finita con la vita per via di quella sordità che lo aveva aggredito l’anno precedente), mentre il trio è posteriore di sette anni e che coincide con un altro momento oscuro (quanti ce ne furono!) della sua vita, un periodo nel quale il genio di Bonn compose poco o punto, angustiato dall’incomprensione della quale si sentiva circondato e dai crucci causati dagli immancabili problemi economici. Eppure, le due tonalità scelte, quella del do maggiore (simbolo di quella solarità così agognata dal compositore) e del si bemolle maggiore (dal sapore empireo, mercuriale, nella quale la gaiezza si scopre inscindibile dalla cupezza che farcisce l’animo dell’artista) risultano emblematiche: anche Beethoven, dopotutto, sa sorridere e, a volte, ridere di cuore.

Ora, queste due pagine meravigliose vengono proposte da un disco SACD dell’etichetta discografica olandese Challenge Classics, che vede la partecipazione del giovane Storioni Trio (formato da Bart van de Roer al fortepiano, da Wouter Vossen al violino e dal fratello Marc Vossen al violoncello), accompagnato dagli elementi della Netherlands Symphony Orchestra, diretta da Jan Willem de Vriend.

Come da tradizione della terra d’Orange, le interpretazioni del concerto e del trio sono condotte sul piano filologico (gli strumenti ad arco dei fratelli Vossen, il violino è un Lautentius Storioni del 1794, da qui il nome dello stesso Trio, e il violoncello è un Giovanni Grancino del 1700, hanno corde di budello, mentre il fortepiano di de Roer è un magnifico Salvatore Lagrassa del 1815, e non Lagrasse com’è scritto nel booklet del disco).

Il fortepiano che Lagrassa costruì a Vienna nel 1815, utilizzato nella presente registrazione.

Il già citato Schindler nella sua biografia beethoveniana ci ricorda che la partitura pianistica del “Triplo concerto” Beethoven la compose proprio per il principe Rodolfo d’Asburgo, ultimogenito dell’imperatore Leopoldo II. Affermazione, questa, alquanto bislacca, visto che a quell’epoca l’arciduca, sebbene fosse uno degli allievi più dotati del compositore, aveva soltanto sedici anni e sebbene il ruolo rivestito dal pianoforte nel concerto non sia così arduo, come quelli riservati al violino e al violoncello, resta alquanto improbabile che Beethoven lo abbia scritto pensando proprio al suo giovane, aristocratico discepolo. Tant’è vero che il concerto stesso, stampato nel 1807, fu poi dedicato a un altro dei grandi mecenati del gigante di Bonn, il principe Lobkowitz.

Mentre, è fuor di dubbio che il trio cameristico op. 97 fu effettivamente dedicato da Beethoven proprio al suo giovane allievo. Ultimato nel difficile 1811, il “Trio dell’Arciduca” fu eseguito per la prima volta tre anni dopo, l’11 aprile 1814, a Vienna, nella hall dell’albergo Zum Römischen Kaiser. Nonostante lo stato quasi assoluto di sordità, Beethoven volle suonare la parte del pianoforte, mentre quella del violino toccò al fedele Ignaz Schuppanzigh (uno dei più raffinati e preparati violinisti di quel tempo) e quella del violoncello a Josef Linke.

L’arciduca Rodolfo d’Asburgo, divenuto cardinale, raffigurato in un dipinto di G. B. Lampi.

L’esito di quell’interpretazione, a causa della presenza di Beethoven, fu catastrofico. Tra i presenti, quella sera, ci fu anche il violinista e compositore Louis Spohr, il quale ci ha lasciato una dolorosa testimonianza di quell’esecuzione e soprattutto di ciò che combinò il «povero sordo», come lo definì testualmente. Non potendo sentire assolutamente nulla, quando sullo spartito era segnato un “forte”, per essere sicuro del risultato, Beethoven pestò sulla tastiera a un punto tale che lo strumento prese a gemere, mentre quando un passaggio era contrassegnato “piano”, il tocco del compositore fu così lieve che i presenti non riuscirono a sentire il minimo suono provenire dal pianoforte.

Dopo quella sciagurata serata, il genio di Bonn comprese che ormai la sordità non gli avrebbe più potuto permettere di suonare in pubblico. E quella del “Trio dell’Arciduca” fu dunque l’ultima esecuzione alla quale Beethoven prese parte come interprete.

(Fine della prima parte)

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