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Open Journal di Massimo Aymar

DAC Playback Designs MPD-3

Impressioni d'ascolto del DAC Playback Designs MPD-3
DAC Playback Designs MPD-3

Era da tempo che volevo ascoltare un convertitore Top nel mio impianto e non in dimostrazione presso negozi o fiere. Lo scopo era quello di capire di quanto era possibile “alzare l’asticella” con l’intervento di una sorgente senza compromessi.
L’occasione è arrivata anche se con qualche limite: purtroppo non mi è stato possibile ascoltare l’apparecchio per più di mezza giornata in quanto il medesimo sarebbe andato in prova alle riviste di settore di lì a poco e non sarebbe tornato prima di qualche mese. A causa di questa poca convivenza preferirei definire questo articolo come una serie di impressioni d’ascolto (o di emozioni) piuttosto che una prova vera e propria. L’apparecchio è stato inserito nell’impianto “as-is”, cioè messo ed ascoltato, senza la minima ricerca di ottimizzazione.
Che ai DAC serva un adeguato riscaldamento per poter entrare in coppia non è un mistero per nessuno di noi, e, per quanto riguarda il Playback, questo diventa un assunto imprescindibile: le mie impressioni riguarderanno l’ultima mezz’ora delle poco più di tre ore che ho avuto a disposizione.

Composizione della catena.
L’MPD-3 è stato collegato al mio impianto utilizzando la cavetteria in mio possesso, nello specifico il cavo Cardas Clear USB e i miei “fidi” Kubala-Sosna Emotion XLR. Solo l’alimentazione è stata fornita dall’importatore e trattasi di un cavo della svedese Entreq. 
Il resto della catena era formata a monte da MacMini+Audirvana Plus, a valle dall’integrato Vitus RI-100, diffusori Spendor SP100R e cavo di potenza Kimber 8TC. Il DAC di paragone era il mio attuale: Berkeley Alpha DAC + interfaccia firewire Weiss INT-202 e cavo digitale MIT Magnum.

Installazione e utilizzo.
Il setup con il MacMini è stato semplicissimo: collegamento del cavo USB e selezione della nuova destinazione tramite Audirvana Plus. Con l’accortezza di selezionare nelle opzioni di conversione “DSD nativo” (gran bella soddisfazione), riavviato Audirvana si può procedere.
Durante l’utilizzo il Playback non ha la minima esitazione nel cambio di frequenze e ha un ritardo di un paio di secondi nella commutazione DSD. La cosa non stupisce più di tanto perchè il DAC deve “capire” che quello che gli sta arrivando è altro tipo di segnale, e poi commuta. L’aspetto che ritengo pregevole è che il player non inizia la riproduzione del brano fintanto che questa commutazione non è avvenuta, facendo apprezzare l’ottima comunicazione tra player e DAC, del resto, a detta dell’importatore, lo stesso Andreas Koch utilizza Audirvana.
Ancora sulla commutazione: mi risulta che Playback impieghi due differenti percorsi per PCM e per DSD: questo lo si “sente” fisicamente perchè la commutazione è a relais, una piccola ma significativa caratteristica che non passa inosservata almeno a chi, come me, piace valutare quando un feedback viene ritornato da un apparecchio e quanto e come comunica con il suo utilizzatore.
Ho ascoltato principalmente Jazz e Rock/Elettronica, a risoluzioni differenti a seconda dei brani che selezionavo. Tutti i brani sono stati ottenuti da processi di ripping curati dal sottoscritto e il mio formato, a parte il dsd nativo, è l’AIFF, ovvero Apple non compresso. Non mi sbilancio a parlare della resa nella musica Classica in quanto sono davvero scarso nel valutare tale genere musicale. Per quello che ho sentito, l’ascolto della classica era notevole, ma non me la sento di andare oltre.
Qui di seguito qualche impressione d’ascolto su alcune delle incisioni ascoltate, ricordando sopratutto a me stesso che non si tratta di una vera e propria prova, ma giusto di qualche idea messa giù in un ascolto che è stato sì breve ma almeno in ambiente controllato, io lo ritengo già un gran lusso...

  • Jazz: Audiophile Jazz Prologue III, 24/192.

Si tratta di una registrazione audiophile effettuata (e quasi sicuramente sponsorizzata) in prevalenza con apparecchiature Weiss e proposta in differenti risoluzioni sullo stesso disco. E’ una registrazione che mi piace particolarmente: in questo caso sia l’esecuzione che la voce appaiono molto credibili, la scena e la disposizione rispondono correttamente a quanto indicato nel booklet, e inizia a delinearsi quello che è il punto forte dell’MPD-3 e cioè la profondità e la naturalezza delle basse frequenze, che saranno esaltate dall’ascolto Rock/Elettronica.

Moonlight in Vermont” restituisce la pienezza della voce roca e del respiro di Armstrong con un senso di presenza molto convincente. La capacità intrinseca di questo DAC di estrarre informazioni, fa si che gli strumenti di accompagnamento appaiano a fuoco pur restando al loro posto come profondità. Questa sensazione non è quindi di esaltazione ma piuttosto di maggior chiarezza del messaggio sonoro che dona nuova linfa in vecchie registrazioni come questa.

Lo so che non dovevo farlo, sapendo che le differenze tra l’alta risoluzione e la versione CD non andrebbero nemmeno discusse tra audiofili quanto meno coscienti dei limiti con i quali abbiamo convissuto per così tanti anni, ho resistito fino allo stremo ma alla fine ho ceduto alla tentazione del paragone e, come supposto, la versione CD in questo confronto ne esce mortificata. Questo per fortuna non capita così sovente dove le differenze ci sono ma a mio avviso non così eclatanti (vedi Buena Vista Social Club), ma in questo caso sono pesanti. Mi si dice che esistono più versioni del medesimo CD di cui una suoni bene, a dire il vero non lo so però ho il sospetto che sia vero e che io abbia in mano la versione mal suonante.

Personalmente ritengo questa registrazione la più artificiosa di questa band, tuttavia la performance sfodera un ottimo senso del ritmo, favorito dalla gamma bassa che, come ho scritto prima, secondo me è impeccabile.

Inutile dire che questo è il mio genere preferito ultimamente, e sul quale ho concentrato buona parte del mio tempo. Sono ripping da CD e quindi rigorosamente 16/44. I rischi nell’ascolto di questi generi sono l’avere una eccessiva freddezza che, unita il più delle volte ad una allegra compressione, porta ad un suono sostanzialmente confuso e piatto. La cosa che più si fa apprezzare in questo caso è che anche i brani compressi ricevono un buon trattamento da parte di questa macchina proprio per via della risoluzione che essa possiede, risultando più godibili che con altri apparecchi provati in precedenza. Certo non si può pretendere chissà cosa se la base di partenza è quello che è, però va dato atto che i convertitori  Top, a mio avviso, ci mettono una pezza.

Conclusioni
...se di conclusioni si può parlare, visto che mi sono fermato all’antipasto ;-)
Questo DAC è stato per me una sorpresa perchè, lo devo confessare, sono partito abbastanza prevenuto nei suoi confronti, e mi spiego: in giro si legge che tra tutti i convertitori top più comuni (Playback, MSB, DCS, EMM eccetera) Playback sia il meno digitale e il più naturale. Rispetto all’Alpha DAC, piccolo campione in certi ambiti, specialmente nei files ad alta risoluzione, mi aspettavo qualcosa di simile. E invece ho avuto molto di più in termini di dettaglio, capacità dinamica nei transienti ed estensione, una marcia in più nel mio impianto senza pagare lo scotto della fatica d’ascolto: ci mancherebbe, l'MPD-3 costa il doppio dell'Alpha, ma il solo parametro costo non è così decisivo nel nostro hobby. Per i miei gusti personali, come capacità dinamica e di dettaglio siamo al limite: un DAC che possa suonare “oltre” come analiticità non farebbe più per me.
Questo apparecchio mi piace proprio nel modo discreto ma autorevole di proporre il messaggio sonoro, con alcune cose esaltanti come la gamma bassa e la poca fatica d’ascolto che con alcuni generi è sempre dietro l’angolo.
Il prezzo: scriverei quanche considerazione ma mi asterrei dalle conclusioni perchè non mi ci vedo proprio a dare "consigli per gli acquisti", diciamo che butto lì quello che mi viene in mente. L’MPD-3 si colloca nella fascia dove tutti i costruttori Top si danno battaglia cercando di proporre al pubblico un downgrading –ma non troppo- delle loro macchine di punta che hanno dei prezzi generalmente al di sopra dei diecimila euro.
Secondo me la Playback opera questa riduzione di costo in modo intelligente, risparmiando dove possibile senza sacrificare -si spera in virtù di quanto vedo- eccessivamente il suono. Guardando le foto, rispetto all’MPD-5 sono state ridotte in modo considerevole le connessioni, solo più tre anzichè 5, mancano le uscite digitali, manca il BNC nelle uscite analogiche e anche il case è ridimensionato pur con la consueta alta qualità costruttiva in alluminio, tutte cose che si pagano.
Un altro aspetto che sta emergendo con la liquida e che non mi piace per nulla è l’approccio tipicamente da grande distribuzione, del tipo: “esco con il PC sotto il braccio dal negozio, ed è già vecchio appena varco la porta” si sta verificando sempre più anche nel settore hi-fi di alta fascia e, complice l’evoluzione tecnologica vera o presunta, pare che i DAC ne soffrano in particolar modo. Da questo punto di vista il Playback offre la possibilità maneggiare alte risoluzioni ancora sostanzialmente inesistenti come il 24/384 o il DSD e ritengo che questo sia garanzia di una ottima longevità del prodotto.

Post Scriptum
Sulla longevità di questi apparecchi mi piacerebbe in futuro indagare un po' nelle politiche commerciali di questi produttori hi-end: alcuni di essi offrono una qualche possibilità di aggiornamento ed altri no, e secondo me questa potrebbe diventare una buona classifica di merito, visti anche i tempi che corrono.