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Open Journal di Gabriella Verrini

Viaticum

Viaticum

EST Viaticum

L'orologio a pendolo rintocca in lontananza mezzogiorno.

Mi risveglio sul divano e la luce mi procura una smorfia di fastidio.

Il vestito a fiori è abbandonato sul tappeto, in una posa sinistra, come se tracciato il contorno col gesso bianco, dentro giacesse Ofelia.

A rilento mi alzo, metto sul fuoco il bollitore, infilo un maglione, mi lavo la faccia e accendo la prima sigaretta, sedendomi al tavolo in cucina.

Fuori continua a piovere, ormai è da così tanto che non riesco più nemmeno a ricordare quando ha cominciato.

Il vento fischiando s'infila tra le fessure della finestra.

Cadono i petali al tulipano giallo. Si posano accanto alla mia tazza di tè.

Mi manca.

Mi manca qualcosa.

Non è lo zucchero, non più, mi sono abituata all'amaro.

Sono giorni che non ascolto musica, ora me ne accorgo e questo è qualcosa che non succedeva da tempo, forse così a lungo, mai.

Com' è possibile?

E mentre mi alzo dalla sedia, avverto una resistenza, che vizia il desiderio, come quando si deve andare dinnanzi a qualcuno, sentendosi in torto.

Ma io non ho mai peccato d'orgoglio.

Frugo tra i cd, insolitamente indecisa e l'ordine casuale in cui si trovano mi mette ancora più confusione (non sono in grado di maturale una logica di catalogazione, è nella mia natura).

Penultimo della pila numero tre.

Mi basta premiere play, che già mi sento perdonata.

Viaticum.

Dove sono stata tutto questo tempo?

Ho vissuto il miraggio di un'isola felice, di un luogo dove cielo e terra si fondevano, uomini sublimati a dei e invece era l'inganno di fata Morgana, lo sapeva che non so nuotare e quando l'incanto si è rotto sono stata sul punto d'affogare.

Esbjorn Svensson sembra conoscere, comprendere la mia fatica e i suoi sospiri tra le note, quei leggeri toni, sofferti, accennati di voce e il battito delle dita sulla tastiera, sono come ali di uno stormo d'uccelli migratori che mi sollevano dalle onde e portano via.

Così appesa, la sua musica mi conduce dentro il tessuto delle mie vene, tra tavoli instabili e infami bugie, la lettera del Leviatano, una foto del viaggio di una donna ed un uomo.

Quello che però il viaggio potrebbe essere nessuno lo sa.

Il mio sangue scorre calmo sotto pelle, dei tavoli precari ne ho fatto legna da ardere, le menzogne sono cadute a terra come un filo di perle che si spezza, col Leviatano ho dialogato giorni e giorni negli abissi oscuri e gli ho lasciato in pegno la foto degli amanti e l'obbligo di mie notizie ogni tanto. Ora riprendo il mio cammino..

Quando nel cd tutto appare concluso e il silenzio incombe, compare una traccia non segnata e Svensson, Berglund e Ostrom sembrano lasciare un memento e simboli da codificare.

La musica mi è necessaria, non avrei dovuto lasciar passare così tanti giorni.

Non succederà ancora.

Spesso quello che non riesco a comprendere con ragionamenti tortuosi e lunghi silenzi, sembra improvvisamente sbrogliarsi, chiarirsi con poche note.

Il posacenere è pieno di sigarette consumate.

Le gocce scendono ancora sul vetro, ma prenderò l'ombrello e mi farò una lunga passeggiata.

E credo che salterò a piedi pari dentro una pozzanghera e mi verrà da ridere.

 

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