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Open Journal di Corrado Genta

Il Bianco e il Nero

Ed eccomi qui. A condividere con Voi, dopo tanti anni di desideri mai esauditi, il cambiamento (epocale, a mio modo di vivere il momento) ora più che mai, direi quasi drastico nel mio setup… un McIntosh MA6600 é finalmente in pianta stabile, lì, bello e possibile (per dirla alla Nannini).
Il Bianco e il Nero

Eh, si, perché da qualche giorno, giusto il tempo di rimettermi in quadro le vertebre (portarsi a spasso certi pesi da soli non é proprio salutare alla mia età), e sistemare fisicamente l’hardware, un McIntosh MA6600 é finalmente in pianta stabile, lì, bello e possibile (per dirla alla Nannini). Seppur io debba ogni tanto anche solo andare ad aprire la porta della sala per verificare che sia vero, e non un sogno che ti spiace renderti conto lo sia, una volta svegli! Dedicarvici la stesura di questo manoscritto (seppur per via informatica) é per me un “impeto d’orgoglio”, voglio sperare che per chi passi lo sguardo su queste righe non si trasformi nella solita noiosa diatriba, scaramuccia, o peggio fra estimatori McIntosh e detrattori dello stesso. Dal canto mio sono estimatore da parecchio, credo di essere stato (già da alcuni decenni oramai) affascinato da quel timbro sonoro che le elettroniche di Binghamton generano, un fascino che taluni appassionati percepiscono, tali altri no. Questo (per mia personale opinione) indipendentemente dal fattore estetico, o dalle caratteristiche elettriche.

Come nel caso di altri svariati esempi, in qualsivoglia campo, e credo oramai la cosa sia palese, i McIntosh o si amano, o si odiano. Per gli audiofili non vi é una seppur remota possibilità di incontrarsi a metà strada. Non esiste compromesso. Da quando il suddetto ampli é stato inserito nel mio setup, e quindi aver potuto di fatto saggiarne il suono nel mio ambiente, (dato di fatto, onde poter esprimere reali sensazioni) le mie convinzioni sulla bontà del suono che questo Marchio offre si sono decisamente consolidate.
Certamente ci sarà chi, leggendo queste righe, penserà di intervenire menzionando ed elogiando altri grandi nomi dell’Alta Fedeltà in luogo del Marchio americano, in grado probabilmente di “demolire” a livello prestazionale “gli ampli coi vumeter blu”, ma se mi é concesso un paragone, l’Hi-fi é un po’ come la pizza, di rado al palato mette tutti d’accordo. Come cibo in sé tutto ok, ma una volta in bocca, quasi mai nessuno ne certifica la migliore, ognuna ha una sua personalità (e altre, giusto per capirci, proprio non ce l’hanno).
Ed é proprio la personalità che a Binghamton da circa 60 anni riescono a dare alle proprie creature, e questo 6600 non si esenta da tale retaggio. Sarà sicuramente un “semplice” entry level con autoformers per chi può permettersi di entrare nel mondo dell’hi-end dalla porta principale, sarà quasi certamente meno “dotato” dei suoi fratelli maggiori 7000 e 8000, ma l’eredità secondo me ci sta tutta.
McIntosh riesce in qualche modo, cosa assolutamente non facile, a far sì che vi sia una stretta parentela musicale assimilabile a tutti i loro ampli. Sia che si tratti di un 6300 o un monolitico 452, ad esempio.
Cambiano i muscoli, ma c’è sempre qualcosa che nella loro diversità prestazionale li rende comunque parenti. Anche le loro controparti in versione valvolare, mostrano sempre un principio di base che li accomuna ai loro fratelli a transistor. E questo, é secondo me un traguardo difficoltosissimo da raggiungere. Ovvio, al contempo le fazioni pro e contro McIntosh si divideranno ancor più, rendendo un ipotetico arcobaleno musicale sempre più simile al bianco/nero. Proprio come le fotografie, c’è chi le ama molto più che l’alternativa a colori, chi invece ne rimane indifferente.
Volendo assimilare il bianco al cosiddetto “bene”, ed il nero al cosiddetto “male”, proverò a cimentarmi in una mia personale pagella…
Parto dalla constatazione del fatto che le elettroniche di pilotaggio (integrati, pre+finali) sono in assoluto quelle che più sono in grado di drasticamente cambiare il modo di esprimersi dei diffusori, molto più di una periferica che viene aggiunta (o che ne sostituisce una), come può essere ad esempio un lettore cd piuttosto che un altro, un lettore di rete, un Dac, e via discorrendo. E che se tali elettroniche sono progettate al meglio, lasceranno transitare attraverso di esse solo le doti migliori delle periferiche a monte, senza intaccare la personalità sonora di alcun hardware. Semplice a dire, difficoltoso alquanto da mettere in pratica.
Detto ciò, al momento, dovendomi ancora riprendere dallo shock economico, l’unica periferica che sto di questi tempi utilizzando, e che ha avuto il privilegio di esser collegato per primo al 6600, é un lettore Sony BDP-S550, che seppur seriamente castrato nelle possibilità operative per quanto riguarda i cd, ho da tempo scoperto che a livello sonico se la gioca con lettori cd di classe e costo maggiori. Per come vanno le cose ultimamente a livello economico…che c… fortuna, oserei dire…Tale equazione porta all’unica soluzione possibile…un buon ampli alza di parecchi gradini le possibilità musico-espressive di periferiche non prettamente destinate al mercato dell’inarrivabile high-end.
Diffusori in campo, oramai, manco a dirlo, le mie inossidabili Bose 901 (serie 5). Anche qui, siamo nello spettro del bianco/nero, o ci sbavi, o ci vomiti sopra, vero, si?
Con le suddette, devo dire che gioco un pelino sporco. Nel senso che il loro equalizzatore attivo, oggetto senza il quale tali diffusori non potrebbero operare (che in alternativa, in un linguaggio più comprensibile ai più lo considererei un “crossover elettronico esterno”) é stato oggetto di un totale recapping, sia linea che alimentazione, con componenti audiograde, un “lifting” che sta andando ultimamente di moda negli States, in luogo delle tradizionali procedure di ricappaggio praticate dalle Assistenze Autorizzate Bose.
Fermo restando che seppur la sala sia abbastanza vicina ai criteri di utilizzo delle 901, é pur sempre un ambiente ancora tutto da rimaneggiare nel tempo. Seppur il metodo Direct/Reflecting strizzi l’orecchio alle pareti libere, purtroppo tale sala é sin troppo vuota (non completamente, eh), nel tempo si dovrà vedere di incrementarne i suppellettili. Non é quindi il massimo dei terreni praticabili in caso di prove di ascolto. Un terreno abbastanza dissestato, oserei dire…
Bene, fra le note “bianche”, la più degna di nota é stata quella di Marco (markozilla ), il quale dopo qualche mezz’ora di ascolti di buona musica, durante la riproduzione di “Oscar Peterson Trio - We Get Requests” esce dal mutismo e se ne viene fuori con un “- Caspita, ‘sto coso suona come un valvolare!”.
Più che attendibile come esclamazione, essendo Marco “malato” di valvole, e serio estimatore Graaf.
La seconda, che “- Col volume anche solo al 15% mostrato sul display il suono viene percepito nella sua interezza”.
Sensazioni che concordano in toto con le mie, ma la testimonianza di Marco ha fatto in modo di allontanare da me l’ipotesi di “un banale contagio estetico da occhioni blu”.
Dopo aver ascoltato parecchi brani, sopratutto vocali, con un ampli del genere, sfido chiunque a venire ad obiettare che una Bose 901 sia priva di messa a fuoco della scena, sopratutto vocale.
È noto che il suono generato dalla 901 é particolare (o in realtà lo é il resto del panorama diffusori?), poiché più che un coinvolgimento limitato triangolare che punta all’ascoltatore, emulando così una sorta di “immersione in cuffia ambientale”, tenta di ricreare la sensazione come se chi suona (o canta) sia effettivamente presente, con effetto live, non effetto studio di registrazione.
La sensazione quindi, parlando di focalizzazione, é quella del cantante (o la cantante) che é posizionato/a davanti a te, ma é come se fosse presente di persona, e non da l’idea che stia dietro ad un microfono in studio.
A mio parere é un effetto molto meno artefatto piuttosto che l’altro modo di ascoltare. Detto questo, (altra nota “bianca”), é incredibile quanto bene viene focalizzato il posizionamento di esecutori e cantanti, cosa che sinora nessun altra elettronica era riuscita a regalarmi. Il McIntosh in questione riesce a ricreare una solidità quasi fisica di ciò che si ascolta, con tutti gli strumenti al loro posto, chi più intimamente spostato verso il centro, chi più lontano (lontano, non indietro) verso gli angoli del gruppo che sta eseguendo. Si percepisce quasi l’impegno di un chitarrista nel districarsi col plettro fra le corde dello strumento, e la naturalezza di una solista mentre prende leggermente fiato per elaborare le parole di una strofa. Piccoli particolari che durante gli ascolti mi malcelato un sorriso di soddisfazione. Al contrario, durante l’ascolto della versione strumentale di “Man on the Rocks” di Mike Oldfield, il lungo intervento di chitarra elettrica in un infinito crescendo mi ha dapprima fatto correre i brividi lungo le gambe, per poi strapparmi una lacrimuccia. Ma che capita, sono forse impazzito?…
Di primo acchito le note basse le ho trovate, rispetto alla concorrenza (Denon, Nad, Cambridge) dapprima meno prestanti, ma dopo un pò ho (anzi, abbiamo) realizzato che non é il 6600 ed esser povero di basse frequenze, ma gli altri ad esser eccessivi. Non sono mancanti, semplicemente quando vengono fuori, rimangono più in linea col resto dello spettro riprodotto, senza un’eccessiva presa di possesso. Altra nota “bianca”, quindi.
Idem per il parlato. Anche alzando il volume, le “esse” restano al loro posto, non tendono ad inasprirsi, come precedentemente accadeva. Nota “bianca”.
Ma questo 6600, non contrasta proprio con nulla? Nel senso, é proprio tutto di un candido bianco? E le note “nere” dove stanno? Manco vira un pochino in seppia?
Volendo essere spiritoso e di parte, non aggiungerei altro, andrebbe bene così, al massimo direi che l’unica nota “nera” é la livrea dell’amplificatore…
Beh, seppur a livello musicale io lo abbia trovato altro che soddisfacente (come ribadisco, non fatico ad immaginare che il mercato offrirà anche di meglio, ma va bene così, mi accontento con soddisfazione), qualche piccola pecca, a mio modo di vedere, bisogna metterla in conto.
Le note seguenti sono “nere”.
In primis, i peccati di gioventù. Sono cose che ovviamente nessun negoziante vi verrà a raccontare, tranne quando l’apparecchio lo si riporterà in negozio per un “lifting” da parte dell’Assistenza.
Il lifting é inteso come aggiornamento firmware della logica di controllo del 6600. Per stare appresso alle mode, Macintosh é caduta appunto, pure Lei, nel tranello delle mode dettate dalle elettroniche commercializzate di questi tempi. L’idea di delegare alla logica digitale l’intero reparto analogico di un McIntosh non é male, ma non ha fatto certo la felicità dei primi acquirenti, che si sono ritrovati in alto mare per colpa di strani comportamenti dell’ampli in questione. Avviso ai naviganti (per fare il verso ai marinai, ma col web più o meno siamo lì), se andate cercando un 6600 usato, assicuratevi che abbia un firmware aggiornato di recente (dalla versione 2.5 in avanti si é già in sicurezza da capricci caratteriali del software a bordo). Altrimenti tale procedura ve la ritroverete a carico vostro, con relative scocciature quali sollevamenti pesi e annessi mal di schiena, trasporti, ansia da danneggiamenti causati da Corrieri, insomma, tutte cose che ogni appassionato già ben conosce.
Poi…il telecomando. Che cercassi un apparecchio telecomandabile ok, ma seppur io non sia mai stato un fan delle elettroniche cinesi, perlomeno qualcosa da loro potevano farne tesoro. Visti i listini McIntosh, a mio modestissimo parere, l’aggiunta di un telecomando essenziale oltre a quello a corredo, meno multimediale e più “intimo”, con le funzioni basi ergonomicamente “a tiro di pollice” avrebbe fatto sicuramente più piacere, e forse sarebbe anche più in stile McIntosh, invece di maneggiare ogni volta questo “tazer”.
Poi…ma queste sono note “grigie” (eppure ero convinto di tirare in ballo solo il bianco ed il nero…), che mi permetto di aggiungere e sottolineare, seppur in molti ne abbiano già esperimentato i risultati sulle elettroniche McIntosh…
Seppur le elettroniche di questo Marchio beneficino come qualsiasi altro apparecchio di buoni cavi di connessione, che siano di potenza o di segnale, i McIntosh possono dare già grandi risultati senza andarsi ad imbarcamenare in acquisti di cablaggi di connessione a 2 o anche 3 zeri. Discorso a parte merita il cablaggio per l’alimentazione. Anche se non si é in possesso di impianti elettrici espressamente dedicati allo stereo, meglio aprire (almeno) il rubinetto nel classico ultimo metro, tentando, nei limiti del possibile, di ridurre eventuali possibili disturbi, e migliorare per quel poco che si può l’afflusso di corrente destinato alle elettroniche. Mi risulta che i McIntosh in particolare siano molto sensibili alla qualità dei cavi di alimentazione. È un po’ come scalare una collina di qualche km in salita con la bici, se la discesa sul lato opposto sarà anche di soli 500 metri sarà certo un gran beneficio per il nostro fiato. Un cavo di sezione perlomeno adeguata allo scopo vi farà subito notare una più che discreta miglioria prestazionale di questo MA6600.
Buoni Ascolti.