Numero 2
Editoriale
Aliante Stile SW
Pro-ject 2.9 wood
Kora Design 30
Matteo Lupatelli
Milano Hi-end 2003
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HiFi portatile
Audio Digitale 2
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Hi Fi Portatile
Di Igor Zamberlan
 

 

 

 

 
 
 

Più che una recensione, questo è un divertissement e un racconto di come sono riuscito a migliorare una delle parti più tediose della mia vita quotidiana. Mi muovo sempre coi mezzi pubblici; lavoro a circa un’ora di treno e autobus da casa, non ho mezzi di trasporto privati – non ho nemmeno la patente di guida, quanto a questo– e questo fa salire il conto del tempo che passo regolarmente, muovendomi da un lato all’altro della città o aspettando treno o bus, a 10 ore in una settimana normale, 45 ore in media per mese, 500 ore in un anno. Una bella perdita di tempo, non c’è che dire. Inoltre, i miei ascolti casalinghi sono, ormai da tempo, completamente dedicati all’analogico o ai formati digitali ad alta risoluzione; però amo prima di tutto la musica, e solo una percentuale, fortunatamente sempre più alta ma non ancora abbastanza, di quello che mi interessa esce su vinile o su digitale ad alta risoluzione. Alla fine della scorsa estate, mi sono reso conto che il numero di compact disc accumulati e di quelli che mi sarei voluto comprare superava di gran lunga quanto sarei mai riuscito ad ascoltare nelle serate e nei fine settimana, anche se avessi smesso all’istante di sentire gli altri formati. Così decisi di riprendere possesso del tempo perso in viaggio per ascoltare musica, e di provare a vedere cosa offriva il mercato dei portatili. Il lettore, per ovvi motivi, doveva suonare i CD: i formati compressi non mi interessano, da bravo audiofilo, e anche quello che consente i compromessi minori, il minidisc, mi avrebbe comunque costretto a perdere tempo passando i CD in microdischetti.

L’ultimo lettore portatile che avevo acquistato, e che ho tuttora (non butto mai niente, con massimo scorno della mia compagna), un top di gamma Kenwood della prima metà degli anni Novanta, funziona male da un po’ di anni: per suonare, suona, ma non risponde quasi più ai comandi, deve essere successo qualcosa di strano alla logica di comando, per cui se si schiaccia play, capisce next, se si schiaccia back, capisce play, se si schiaccia il tasto per una funzione di equalizzazione, capisce pause e così via, oltretutto in maniera casuale - non molto pratico… Feci le mie indagini; come prima cosa, il turn-over dei modelli dei costruttori principali (Sony, Panasonic, Philips) è quasi folle; se si sceglie un modello sul catalogo si può star quasi certi che o non sarà ancora arrivato nei negozi, o sarà già fuori produzione; inoltre, l’attenzione dei costruttori non è rivolta alla qualità del suono ma a caratteristiche come compattezza, presenza e durata della memoria antishock e sua durata, durata delle batterie. Tutte caratteristiche anti-audiofile, in realtà: la compattezza e il tentativo di far durare le batterie più di quanto realisticamente possibile costringono i produttori a utilizzare chip fortemente integrati e a trascurare gli stadi d’uscita; l’esigenza commerciale di avere memorie tampone antishock di cinquanta secondi di durata li forza a utilizzare algoritmi di compressione a perdita di informazioni per evitare di dover inserire nei lettori quantità di memoria che ne alzerebbero i costi.

Sul mercato, quindi, non è disponibile nessun lettore portatile “audiophile”; il massimo cui si può aspirare è la possibilità di bypassare le memorie tampone facenti uso di sistemi di compressione a perdita di informazione, e un’uscita linea per poter connettere un ampli cuffia un po’ meno anemico di quello montato a bordo. Non ce ne sono moltissimi, in giro, fra l’altro. Leggendo qua e là, la mia attenzione si è fermata sui modelli top di gamma Sony e Panasonic; la disponibilità del mercato locale mi ha, alla fine, fatto preferire il Panasonic SL-CT790, un lettore molto compatto, che non include il display sul corpo principale, potendo così ottenere delle dimensioni poco superiori a quelle di una pila di cinque o sei CD senza jewel-box, con telecomando a filo che include il display, 100 ore di autonomia dichiarate utilizzando insieme le batterie ricaricabili e una coppia di stilo alcaline, e una serie di marinerie da reparto marketing assolutamente irrilevanti come un circuito di boost dei bassi. Oltre a questo, è presente un’uscita linea/digitale ottica sullo stesso connettore, almeno nella versione europea; connettendo a questa un cavo analogico, l’uscita cuffia viene disabilitata, insieme a tutti i circuiti di bass enhancement ed equalizzazione, e viene bypassata la compressione a perdita. Connettendo un apparecchio attraverso l’uscita linea rimane una memoria tampone di 10 secondi. Condussi i primi esperimenti di ascolto utilizzando la normale uscita cuffie e gli auricolari in dotazione o una coppia di Sennheiser MX400 “di emergenza” che avevo acquistato insieme al player. L’esito era, francamente, inaccettabile. Gli auricolari in dotazione rendevano il suono inoffensivo, piatto, un po’ enfatizzato sui bassi, privo di dettaglio. Coi Sennheiser il risultato era un pelino migliore (il dettaglio e il bilanciamento tonale venivano recuperati, anche se ad un livello ancora inaccettabile per il primo).

Tuttavia, era evidente che la compressione dei dati si faceva sentire, in termini di elisione del dettaglio più fine e di enfatizzazione di altre parti irrilevanti del messaggio; la compressione dinamica era assai evidente. Dovevo trovarmi un ampli per cuffia portatile, quindi; uno che avesse una buona autonomia di batteria, che fosse leggero e compatto e che non costasse troppo. Due sono le alternative, oltre a quella dell’autocostruzione: gli ampli della Headroom Corporation e quelli di Jan Meier, alias Meier Audio. Decisi, sulla base di un impulso, per quest’ultimo, anche per la maggiore facilità nell’acquisto (Jan è in Germania, la Headroom negli USA e non ha importatori o distributori quassù); il servizio di Jan è stato, oltretutto, assolutamente esemplare. Ma neanche le cuffie erano particolarmente soddisfacenti, e le altre che avevo in casa risalivano ai primi anni Novanta e non erano più in grado di svolgere il loro compito. Approfittai dell’occasione per levarmi uno sfizio che avevo da tempo, quello di acquistare le cuffie intra-aurali Etymotics, le ER-4S. Per quelle dovetti accettare di rivolgermi a un fornitore U.S.A., dato che neanch’esse sono distribuite. Prima di parlare del suono, una breve descrizione dei due oggetti, che penso possano essere sconosciuti ai più. Il Meier Audio Porta Corda Mk.2 è un piccolo ampli per cuffia dedicato ai portatili, con un input e un output su jack 3.5mm, in robusta plastica nera, della dimensione di un pacchetto di sigarette assottigliato e con una clip per agganciarlo alla cintura. Circuitalmente, è basato su un operazionale LM6072 ed è possibile, attraverso due dip-switch posti internamente, selezionare la polarizzazione in classe A, che dimezza le 100 ore previste di durata dell’unica pila da 9 volt impiegata. Un led rosso, che è possibile disattivare attraverso un altro dip switch per aumentare ulteriormente la durata delle pile, segnala l’accensione; un potenziometro regola il volume e un interruttore a levetta controlla l’inserimento di un circuito di correlazione spaziale passivo. L’ampli è disponibile anche in kit; la costruzione dovrebbe essere facile, ma la differenza di prezzo fra la versione in kit e quella costruita è di soli 20 Euro, che non sono sicuro valga la pena di risparmiare. Inclusi nella confezione ci sono un cavo jack 3.5 mm – jack 3.5 mm, molto corto, marcato Oehlbach, che sembra di ottima qualità (non ho fatto prove a confronto con altri cavi dello stesso tipo, ho una vita, anche se non sembra) e un adattatore (uno spinotto 3.5 maschio/femmina con delle resistenze all’interno) dell’impedenza di uscita, che, innalzandola a 120 ohm, potrebbe dare migliori risultati con alcune cuffie.

Le cuffie sembrano, di primo acchito, banali auricolari – niente di più lontano dalla realtà. Si tratta, innanzi tutto, di cuffie da canale, o intra-aurali; vanno, cioè, inserite nell’orecchio come i tappi antirumore. La cuffia è costituita da una coppia di capsule in plastica che contengono il trasduttore, che comunica verso l’esterno con un filtro sostituibile – nella confezione è fornito lo strumento per sostituirlo, assieme a quattro filtri di ricambio – e termina in una sorta di stelo, al quale sono innestati i veri e propri “tappi”, e da un cavo che termina con due connettori che si innestano nelle capsule da un lato e con un jack da 3.5 mm dall’altro lato. Sono forniti due tipi di “tappi”, uno è bianco, in gomma morbida, composto da tre “cupolette” concentriche e di dimensione via via minore, l’altro è nero, e somiglia a un tappo antirumore in foam al quale sia stato praticato un forellino al centro, rinforzandolo con un tubicino di plastica. Il costruttore invita a provare ambedue i “tappi” e a scegliere quello che si adatta meglio alle nostre orecchie; vengono forniti, nella scatola, tre coppie dei primi e quattro dei secondi. Un adattatore da jack a 3.5 a jack da 6.5 mm termina la dotazione. Risultano essere disponibili altre due versioni dei “tappi” in foam, che differiscono da quelli in dotazione per la dimensione; inoltre, alcune aziende terze propongono inserti custom per queste cuffie, fatti su misura per le orecchie di ciascun ascoltatore. La scatola è robusta, non inutilmente lussuosa ma accattivante. L’aspetto è quello di un oggetto professionale; d’altra parte, quella è la sua derivazione. Esistono altri due modelli di ER-4, che differiscono da quelle qui in esame per l’impostazione tonale e per la destinazione per cui sono pensate: le ER-4B, dedicate al monitoring di registrazioni binaurali, che sono, a detta del costruttore, eccessivamente brillanti per l’ascolto di registrazioni normali, e le ER-4P, dedicate all’uso portatile senza ampli per cuffia, che sono più facili da pilotare delle ER-4S e più piene sul basso. E’ importante segnalare che, a quanto mi consta, le uniche differenze tra i diversi modelli sono nel cavo, che include una resistenza per canale che opera come una sorta di crossover. Possono essere acquistati, dal costruttore o da alcuni modificatori, dei cavi sostitutivi che permettono di passare da una configurazione all’altra. Il grande vantaggio delle Etymotics (e delle altre, poche, cuffie da canale auricolare presenti sul mercato) è l’attenuazione del rumore esterno, che arriva, nel migliore dei casi, a 23 dB. Questo permette di non alzare eccessivamente il volume per arrivare a percepire un livello soddisfacente di dettaglio, con evidente vantaggio per la salute delle orecchie.

Bene, ora mi chiederete se il sistema così assemblato vale quanto costa (la cifra diventa ragguardevole, circa 650 Euro come street price); se volete una risposta breve, se siete nelle mie condizioni, li vale, soprattutto come soddisfazioni e come recupero del tempo che, altrimenti, è completamente sprecato. Ci sono però una serie di considerazioni e di piccoli appunti – piccoli nel contesto di un sistema portatile – da fare. Prima di tutto, mi levo dalla gola un paio di rospi a livello funzionale: sarebbe stato meglio se la Panasonic avesse messo sul telecomando un tasto pausa vero, non solo uno stop/play che fa ripartire il CD player dall’inizio dell’ultimo brano ascoltato; e sarebbe meglio se il cavo delle Etymotics fosse un po’ meno microfonico, dato che si sentono non solo i piccoli urti sul cavo, ma anche il fischio del vento, la qual cosa è un pochino fastidiosa in una città come Genova. D’altra parte le ER-4S non sono pensate in primis per l’utilizzo portatile, mi si dice che il cavo delle ER-4P sia un po’ meno microfonico e più morbido, ma io volevo quelle più neutre… e così mi tengo la microfonicità. Altro dente da levare: non so se il CD player suoni i masterizzati. L’unico che ho provato (e uno dei tre che ho, sono un talebano del software originale) non è stato riconosciuto, ma il costruttore dichiara che funzionano, e non ho visto lamentele in tal senso da altri utenti in rete. A me non importa niente, se per voi è importante portatevi due masterizzati quando andate a comprarvelo. Dopo un po’ di tentativi, ho scelto la polarizzazione in classe A del Porta Corda, mi è parsa più dolce e con un acuto più fluido, meno granuloso. Non ho invece apprezzato il correlatore di ambienza, il cui effetto è sottile, ma un po’ artificioso. Per quanto riguarda i “tappi” delle Etymotics, mi sono assestato su quelli in foam, dopo aver rilevato che quelli in gomma alleviano la microfonicità e isolano più degli altri dai rumori esterni, ma che, per ottenere l’isolamento e un accoppiamento sigillato canale uditivo/“tappo” dovevo inserirli troppo a fondo nelle orecchie, tanto che mi davano fastidio – ho dovuto smettere del tutto di utilizzare le amate cuffiette per una settimana, causa irritazione del canale uditivo.

Detto questo, il suono è molto soddisfacente, con una tendenza naturale al radiografante da parte delle cuffie che viene stemperata dall’ampli, un’ottima resa del dettaglio, una discreta dinamica, una parvenza di scena acustica, comunque fortemente lateralizzata, anche nel senso della profondità. La cuffia ha un basso leggero ma potente, velocissimo, ricco di armoniche; la resa sul basso dipende molto dall’accoppiamento fra il canale uditivo e il “tappo” prescelto. Il resto è, per quanto mi riguarda, da riferimento. Ho provato a confrontare l’ampli cuffia con l’uscita cuffie (l’unica che mi ritrovo in casa) del Marantz CD57 Mk2 e il portatile con lo stesso Marantz, che, al momento dell’uscita dal catalogo, aveva un prezzo “reale” di poco superiore a quello del portatile. L’esito, per lo stadio di amplificazione, è favorevole al Meier, e non di poco; il Marantz sembra poter dare qualche punto al Meier sul piano della dinamica, come prima impressione; ascoltando più a lungo ci si rende conto che quella che potrebbe sembrare dinamica è durezza nella riproposizione dei transienti, durezza che il Meier stempera in modo molto più realistico e musicale. Il Meier è solo un po’ più rumoroso, nient’altro. Queste impressioni sono ricavate dall’uso del Porta Corda alimentato a batterie; non ho detto, sopra, che, con una piccola modifica per cui è già predisposto, è possibile alimentarlo da rete con un voltaggio superiore a quello della pila, con risultati d’ascolto superiori, a detta del costruttore. Per quanto riguarda il confronto fra il Marantz e il portatile, la storia è un po’ diversa. Anche posto nelle condizioni migliori (alimentazione da batterie alcaline, ampli per cuffia esterno) il Panasonic, a confronto col Marantz, sembra anemico, compresso, addormentato ritmicamente, incapace di riproporre una timbrica completamente corretta, moscio. Insomma, quasi un disastro – rimane, però, contestualizzando il risultato, un apparecchio pienamente godibile e adeguato al suo scopo; un fenomeno notevole è il fatto che la compressione dinamica lo fa sembrare molto dettagliato, cosa che penso sia un sottoprodotto del fatto che l’intervallo dinamico fra i suoni più intensi e quelli più deboli è appiattito indebitamente; tuttavia, l’effetto non è del tutto spiacevole. Due ulteriori note: non ho mai sentito bisogno della memoria antiskip da 48 secondi, e l’uscita cuffia del Panasonic non è assolutamente in grado di pilotare le Etymotics, non si sente quasi nulla neanche al massimo volume. Ah, e le batterie durano davvero tanto, non ho mai cronometrato quanto di preciso, ma abbastanza da non farmi mai preoccupare per il consumo dei due apparecchi. Ho ottenuto il risultato desiderato? Sì, non mi sento più in colpa a comprare CD e la pila di quelli “da ascoltare” è ormai quasi azzerata; la qualità dei miei viaggi da pendolare è immensamente migliorata; e ho una scusa buona per non fare conversazione in treno (sì, sono un po’ orso).

Raccomanderei il sistema, nonostante la spesa? Direi di sì, sicuramente per quanto riguarda cuffia e ampli; il CD player può probabilmente essere sostituito con un altro che abbia la possibilità di disabilitare l’antiskip con compressione a perdita di informazione e un’uscita linea. Sempre sperando che prima o poi esca un lettore portatile “audiophile”, magari anche ad alta risoluzione… continuiamo a sognare. Un’altra possibilità è quella di un ampli per cuffia portatile con convertitore digitale/analogico incorporato – pare che qualcuno ci stia lavorando – da collegare all’uscita digitale: chissà che non sia una soluzione.

 

 

 

 

 

 
 
 

 

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