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Più
che una recensione, questo è un divertissement e un racconto
di come sono riuscito a migliorare una delle parti più tediose
della mia vita quotidiana. Mi muovo sempre coi mezzi pubblici;
lavoro a circa un’ora di treno e autobus da casa, non ho mezzi
di trasporto privati – non ho nemmeno la patente di guida,
quanto a questo– e questo fa salire il conto del tempo che
passo regolarmente, muovendomi da un lato all’altro della
città o aspettando treno o bus, a 10 ore in una settimana
normale, 45 ore in media per mese, 500 ore in un anno. Una
bella perdita di tempo, non c’è che dire. Inoltre, i miei
ascolti casalinghi sono, ormai da tempo, completamente dedicati
all’analogico o ai formati digitali ad alta risoluzione; però
amo prima di tutto la musica, e solo una percentuale, fortunatamente
sempre più alta ma non ancora abbastanza, di quello che mi
interessa esce su vinile o su digitale ad alta risoluzione.
Alla fine della scorsa estate, mi sono reso conto che il numero
di compact disc accumulati e di quelli che mi sarei voluto
comprare superava di gran lunga quanto sarei mai riuscito
ad ascoltare nelle serate e nei fine settimana, anche se avessi
smesso all’istante di sentire gli altri formati. Così decisi
di riprendere possesso del tempo perso in viaggio per ascoltare
musica, e di provare a vedere cosa offriva il mercato dei
portatili. Il lettore, per ovvi motivi, doveva suonare i CD:
i formati compressi non mi interessano, da bravo audiofilo,
e anche quello che consente i compromessi minori, il minidisc,
mi avrebbe comunque costretto a perdere tempo passando i CD
in microdischetti.
L’ultimo lettore portatile che avevo acquistato, e che ho
tuttora (non butto mai niente, con massimo scorno della mia
compagna), un top di gamma Kenwood della prima metà degli
anni Novanta, funziona male da un po’ di anni: per suonare,
suona, ma non risponde quasi più ai comandi, deve essere successo
qualcosa di strano alla logica di comando, per cui se si schiaccia
play, capisce next, se si schiaccia back, capisce play, se
si schiaccia il tasto per una funzione di equalizzazione,
capisce pause e così via, oltretutto in maniera casuale -
non molto pratico… Feci le mie indagini; come prima cosa,
il turn-over dei modelli dei costruttori principali (Sony,
Panasonic, Philips) è quasi folle; se si sceglie un modello
sul catalogo si può star quasi certi che o non sarà ancora
arrivato nei negozi, o sarà già fuori produzione; inoltre,
l’attenzione dei costruttori non è rivolta alla qualità del
suono ma a caratteristiche come compattezza, presenza e durata
della memoria antishock e sua durata, durata delle batterie.
Tutte caratteristiche anti-audiofile, in realtà: la compattezza
e il tentativo di far durare le batterie più di quanto realisticamente
possibile costringono i produttori a utilizzare chip fortemente
integrati e a trascurare gli stadi d’uscita; l’esigenza commerciale
di avere memorie tampone antishock di cinquanta secondi di
durata li forza a utilizzare algoritmi di compressione a perdita
di informazioni per evitare di dover inserire nei lettori
quantità di memoria che ne alzerebbero i costi.
Sul
mercato, quindi, non è disponibile nessun lettore portatile
“audiophile”; il massimo cui si può aspirare è la possibilità
di bypassare le memorie tampone facenti uso di sistemi di
compressione a perdita di informazione, e un’uscita linea
per poter connettere un ampli cuffia un po’ me no
anemico di quello montato a bordo. Non ce ne sono moltissimi,
in giro, fra l’altro. Leggendo qua e là, la mia attenzione
si è fermata sui modelli top di gamma Sony e Panasonic; la
disponibilità del mercato locale mi ha, alla fine, fatto preferire
il Panasonic SL-CT790, un lettore molto compatto, che non
include il display sul corpo principale, potendo così ottenere
delle dimensioni poco superiori a quelle di una pila di cinque
o sei CD senza jewel-box, con telecomando a filo che include
il display, 100 ore di autonomia dichiarate utilizzando insieme
le batterie ricaricabili e una coppia di stilo alcaline, e
una serie di marinerie da reparto marketing assolutamente
irrilevanti come un circuito di boost dei bassi. Oltre a questo,
è presente un’uscita linea/digitale ottica sullo stesso connettore,
almeno nella versione europea; connettendo a questa un cavo
analogico, l’uscita cuffia viene disabilitata, insieme a tutti
i circuiti di bass enhancement ed equalizzazione, e viene
bypassata la compressione a perdita. Connettendo un apparecchio
attraverso l’uscita linea rimane una memoria tampone di 10
secondi. Condussi i primi esperimenti di ascolto utilizzando
la normale uscita cuffie e gli auricolari in dotazione o una
coppia di Sennheiser MX400 “di emergenza” che avevo acquistato
insieme al player. L’esito era, francamente, inaccettabile.
Gli auricolari in dotazione rendevano il suono inoffensivo,
piatto, un po’ enfatizzato sui bassi, privo di dettaglio.
Coi Sennheiser il risultato era un pelino migliore (il dettaglio
e il bilanciamento tonale venivano recuperati, anche se ad
un livello ancora inaccettabile per il primo).
Tuttavia,
era evidente che la compressione dei dati si faceva sentire,
in termini di elisione del dettaglio più fine e di enfatizzazione
di altre parti irrilevanti del messaggio; la compressione
dinamica era assai evidente. Dovevo trovarmi un ampli per
cuffia portatile, quindi; uno che avesse una buona autonomia
di batteria, che fosse leggero e compatto e che non costasse
troppo. Due sono le alternative, oltre a quella dell’autocostruzione:
gli ampli della Headroom Corporation e quelli di Jan Meier,
alias Meier Audio. Decisi, sulla base di un impulso, per quest’ultimo,
anche per la maggiore facilità nell’acquisto
(Jan è in Germania, la Headroom negli USA e non ha importatori
o distributori quassù); il servizio di Jan è stato, oltretutto,
assolutamente esemplare. Ma neanche le cuffie erano particolarmente
soddisfacenti, e le altre che avevo in casa risalivano ai
primi anni Novanta e non erano più in grado di svolgere il
loro compito. Approfittai dell’occasione per levarmi uno sfizio
che avevo da tempo, quello di acquistare le cuffie intra-aurali
Etymotics, le ER-4S. Per quelle dovetti accettare di rivolgermi
a un fornitore U.S.A., dato che neanch’esse sono distribuite.
Prima di parlare del suono, una breve descrizione dei due
oggetti, che penso possano essere sconosciuti ai più. Il Meier
Audio Porta Corda Mk.2 è un piccolo ampli per cuffia dedicato
ai portatili, con un input e un output su jack 3.5mm, in robusta
plastica nera, della dimensione di un pacchetto di sigarette
assottigliato e con una clip per agganciarlo alla cintura.
Circuitalmente, è basato su un operazionale LM6072 ed è possibile,
attraverso due dip-switch
posti internamente, selezionare la polarizzazione in classe
A, che dimezza le 100 ore previste di durata dell’unica pila
da 9 volt impiegata. Un led rosso, che è possibile disattivare
attraverso un altro dip switch per aumentare ulteriormente
la durata delle pile, segnala l’accensione; un potenziometro
regola il volume e un interruttore a levetta controlla l’inserimento
di un circuito di correlazione spaziale passivo. L’ampli è
disponibile anche in kit; la costruzione dovrebbe essere facile,
ma la differenza di prezzo fra la versione in kit e quella
costruita è di soli 20 Euro, che non sono sicuro valga la
pena di risparmiare. Inclusi nella confezione ci sono un cavo
jack 3.5 mm – jack 3.5 mm, molto corto, marcato Oehlbach,
che sembra di ottima qualità (non ho fatto prove a confronto
con altri cavi dello stesso tipo, ho una vita, anche se non
sembra) e un adattatore (uno spinotto 3.5 maschio/femmina
con delle resistenze all’interno) dell’impedenza di uscita,
che, innalzandola a 120 ohm, potrebbe dare migliori risultati
con alcune cuffie.
Le
cuffie sembrano, di primo acchito, banali auricolari – niente
di più lontano dalla realtà. Si tratta, innanzi tutto, di
cuffie da canale, o intra-aurali; vanno, cioè, inserite nell’orecchio
come i tappi antirumore. La cuffia è costituita da una coppia
di capsule in plastica che contengono il trasduttore, che
comunica verso l’esterno con un filtro sostituibile – nella
confezione è fornito lo strumento per sostituirlo, assieme
a quattro filtri di ricambio – e termina in una sorta di stelo,
al quale sono innestati i veri e propri “tappi”, e da un cavo
che termina con due connettori che si innestano nelle capsule
da un lato e con un jack da 3.5 mm dall’altro lato. Sono forniti
due tipi di “tappi”, uno è bianco, in gomma morbida, composto
da tre “cupolette” concentriche e di dimensione
via via minore, l’altro è nero, e somiglia a un tappo antirumore
in foam al quale sia stato praticato un forellino al centro,
rinforzandolo con un tubicino di plastica. Il costruttore
invita a provare ambedue i “tappi” e a scegliere quello che
si adatta meglio alle nostre orecchie; vengono forniti, nella
scatola, tre coppie dei primi e quattro dei secondi. Un adattatore
da jack a 3.5 a jack da 6.5 mm termina la dotazione. Risultano
essere disponibili altre due versioni dei “tappi” in foam,
che differiscono da quelli in dotazione per la dimensione;
inoltre, alcune aziende terze propongono inserti custom per
queste cuffie, fatti su misura per le orecchie di ciascun
ascoltatore. La scatola è robusta, non inutilmente lussuosa
ma accattivante. L’aspetto è quello di un oggetto professionale;
d’altra parte,
quella è la sua derivazione. Esistono altri due modelli di
ER-4, che differiscono da quelle qui in esame per l’impostazione
tonale e per la destinazione per cui sono pensate: le ER-4B,
dedicate al monitoring di registrazioni binaurali, che sono,
a detta del costruttore, eccessivamente brillanti per l’ascolto
di registrazioni normali, e le ER-4P, dedicate all’uso portatile
senza ampli per cuffia, che sono più facili da pilotare delle
ER-4S e più piene sul basso. E’ importante segnalare che,
a quanto mi consta, le uniche differenze tra i diversi modelli
sono nel cavo, che include una resistenza per canale che opera
come una sorta di crossover. Possono essere acquistati, dal
costruttore o da alcuni modificatori, dei cavi sostitutivi
che permettono di passare da una configurazione all’altra.
Il grande vantaggio delle Etymotics (e delle altre, poche,
cuffie da canale auricolare presenti sul mercato) è l’attenuazione
del rumore esterno, che arriva, nel migliore dei casi, a 23
dB. Questo permette di non alzare eccessivamente il volume
per arrivare a percepire un livello soddisfacente di dettaglio,
con evidente vantaggio per la salute delle orecchie.
Bene, ora mi chiederete se il sistema così assemblato vale
quanto costa (la cifra diventa ragguardevole, circa 650 Euro
come street price); se volete una risposta breve, se siete
nelle mie condizioni, li vale, soprattutto come soddisfazioni
e come recupero del tempo che, altrimenti, è completamente
sprecato. Ci sono però una serie di considerazioni e di piccoli
appunti – piccoli nel contesto di un sistema portatile – da
fare. Prima di tutto, mi levo dalla gola un paio di rospi
a livello funzionale: sarebbe stato meglio se la Panasonic
avesse messo sul telecomando un tasto pausa vero, non solo
uno stop/play che fa ripartire il CD player dall’inizio dell’ultimo
brano ascoltato; e sarebbe meglio se il cavo delle Etymotics
fosse un po’ meno microfonico, dato che si sentono non solo
i piccoli urti sul cavo, ma anche il fischio del vento, la
qual cosa è un pochino fastidiosa in una città come Genova.
D’altra parte le ER-4S non sono pensate in primis per l’utilizzo
portatile, mi si dice che il cavo delle ER-4P sia un po’ meno
microfonico e più morbido, ma io volevo quelle più neutre…
e così mi tengo la microfonicità. Altro dente da levare: non
so se il CD player suoni i masterizzati. L’unico che ho provato
(e uno dei tre che ho, sono un talebano del software originale)
non è stato riconosciuto, ma il costruttore dichiara che funzionano,
e non ho visto lamentele in tal senso da altri utenti in rete.
A me non importa niente, se per voi è importante portatevi
due masterizzati quando andate a comprarvelo. Dopo un po’
di tentativi, ho scelto la polarizzazione in classe A del
Porta Corda, mi è parsa più dolce e con un acuto più fluido,
meno granuloso. Non ho invece apprezzato il correlatore di
ambienza, il cui effetto è sottile, ma un po’ artificioso.
Per quanto riguarda i “tappi” delle Etymotics, mi sono assestato
su quelli in foam, dopo aver rilevato che quelli in gomma
alleviano la microfonicità e isolano più degli altri dai rumori
esterni, ma che, per ottenere l’isolamento e un accoppiamento
sigillato canale uditivo/“tappo” dovevo inserirli troppo a
fondo nelle orecchie, tanto che mi davano fastidio – ho dovuto
smettere del tutto di utilizzare le amate cuffiette per una
settimana, causa irritazione del canale uditivo.
Detto questo, il suono è molto soddisfacente, con una tendenza
naturale al radiografante da parte delle cuffie che viene
stemperata dall’ampli, un’ottima resa del dettaglio, una discreta
dinamica, una parvenza di scena acustica, comunque fortemente
lateralizzata, anche nel senso della profondità. La cuffia
ha un basso leggero ma potente, velocissimo, ricco di armoniche;
la resa sul basso dipende molto dall’accoppiamento fra il
canale uditivo e il “tappo” prescelto. Il resto è, per quanto
mi riguarda, da riferimento. Ho provato a confrontare l’ampli
cuffia con l’uscita cuffie (l’unica che mi ritrovo in casa)
del Marantz CD57 Mk2 e il portatile con lo stesso Marantz,
che, al momento dell’uscita dal catalogo, aveva un prezzo
“reale” di poco superiore a quello del portatile. L’esito,
per lo stadio di amplificazione, è favorevole al Meier, e
non di poco; il Marantz sembra poter dare qualche punto al
Meier sul piano della dinamica, come prima impressione; ascoltando
più a lungo ci si rende conto che quella che potrebbe sembrare
dinamica è durezza nella riproposizione dei transienti, durezza
che il Meier stempera in modo molto più realistico e musicale.
Il Meier è solo un po’ più rumoroso, nient’altro. Queste impressioni
sono ricavate dall’uso del Porta Corda alimentato a batterie;
non ho detto, sopra, che, con una piccola modifica per cui
è già predisposto, è possibile alimentarlo da rete con un
voltaggio superiore a quello della pila, con risultati d’ascolto
superiori, a detta del costruttore. Per quanto riguarda il
confronto fra il Marantz e il portatile, la storia è un po’
diversa. Anche posto nelle condizioni migliori (alimentazione
da batterie alcaline, ampli per cuffia esterno) il Panasonic,
a confronto col Marantz, sembra anemico, compresso, addormentato
ritmicamente, incapace di riproporre una timbrica completamente
corretta, moscio. Insomma, quasi un disastro – rimane, però,
contestualizzando il risultato, un apparecchio pienamente
godibile e adeguato al suo scopo; un fenomeno notevole è il
fatto che la compressione dinamica lo fa sembrare molto dettagliato,
cosa che penso sia un sottoprodotto del fatto che l’intervallo
dinamico fra i suoni più intensi e quelli più deboli è appiattito
indebitamente; tuttavia, l’effetto non è del tutto spiacevole.
Due ulteriori note: non ho mai sentito bisogno della memoria
antiskip da 48 secondi, e l’uscita cuffia del Panasonic non
è assolutamente in grado di pilotare le Etymotics, non si
sente quasi nulla neanche al massimo volume. Ah, e le batterie
durano davvero tanto, non ho mai cronometrato quanto di preciso,
ma abbastanza da non farmi mai preoccupare per il consumo
dei due apparecchi. Ho ottenuto il risultato desiderato? Sì,
non mi sento più in colpa a comprare CD e la pila di quelli
“da ascoltare” è ormai quasi azzerata; la qualità dei miei
viaggi da pendolare è immensamente migliorata; e ho una scusa
buona per non fare conversazione in treno (sì, sono un po’
orso).
Raccomanderei
il sistema, nonostante la spesa? Direi di sì, sicuramente
per quanto riguarda cuffia e ampli; il CD player può probabilmente
essere sostituito con un altro che abbia la possibilità di
disabilitare l’antiskip con compressione a perdita di informazione
e un’uscita linea. Sempre sperando che prima o poi esca un
lettore portatile “audiophile”, magari anche ad alta risoluzione…
continuiamo a sognare. Un’altra possibilità è quella di un
ampli per cuffia portatile con convertitore digitale/analogico
incorporato – pare che qualcuno ci stia lavorando – da collegare
all’uscita digitale: chissà che non sia una soluzione.
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