| |
C'era
una volta ... e c'è ancora. Chi, che cosa?
Ma l'analogico, ovvio!
Ebbene, eccomi qui a scrivere di rumorosi solchi vinilici
percorsi da un piccolo diamante di varie fogge.
Premetto che non sono un talebano dell'analogico, ascolto
molti CD, malgrado i miei recenti upgrades si siano orientati
verso la prima soluzione, che mi dà maggior piacere
di ascolto.
Aggiungo che non me ne frega niente se detto piacere provenga
da nostalgie da ex giovane studente, o da un'effettiva preferenza
qualitativa. Da tempo ho smesso di pormi domande così
oziose, di fronte ai ben più gravi pensieri che la
cronaca quotidiana ci impone.
Fatto sta che un mesetto fa, consultando una serie di annunci
via internet, cosa vedono le mie fosche pupille? Un pre-phono,
precisamente l'Audio Research PH-3. L'annuncio sembra supplicare:
- Comprami! -. Ora, dovete sapere che sono un tipo piuttosto
sensibile e non resisto alle suppliche.
Insomma, nel giro di qualche minuto ed una telefonata al venditore,
la decisione finale è presa: tradirò il mio
amato Synthesis Art in Music Phono 1 Wood, del quale potrei
anche parlarvi (bene) in una prossima occasione.
Il PH-3 può essere sinteticamente descritto come un
apparecchio ibrido valvole/J-FET ed operante in classe A.
Le valvole sono tre 6922, doppi triodi Sovtek selezionati
per la bisogna da ARC.
L'apparecchio si presenta come al solito: frontale argento,
maniglie stile rack nere, due interruttori dedicati rispettivamente
all'accensione ed allo stand-by, e un led verde che cambia
di intensità luminosa quando l' apparecchio è
pronto per funzionare, dopo un riscaldamento di circa un minuto.
Sul retro troviamo i connettori di uscita e la vite per il
cavo di massa proveniente dal giradischi.
All'interno è una bellezza, con buoni componenti ed
un lay out molto ordinato. Se invece gradite componenti di
livello superiore, potete fare un pensiero alla versione SE,
di un bel tocco più cara.
Il preamplificatore esce di fabbrica in versione MM, con 75
KOhm di impedenza e 90 pF di capacità. Se volete usare
testine MC a bassa uscita, ARC vi mette a disposizione un
kit di resistenze da saldare sulla scheda per adattare l'impedenza
alle necessità di ogni testina. La sensibilità
minima è di 0,25 mV, per cui si debbono scartare a
priori le testine a bassissima uscita, per le quali è
sempre consigliabile uno step-up.
Dovete sapere che il pre mi è giunto con una valvola
danneggiata, e quindi dopo innesti da dottore pazzo di valvole
di vario tipo, mi sono deciso ad acquistare dal fido Marco
Natali un terzetto di tubi originali, selezionati da ARC.
La personalizzazione Sovtek-Philips non aveva dato risultati
eclatanti, anche se non potevo lamentarmi del suono.
Bene, appena giunte le valvole, subito "cinte" dai
soliti anellini contro la microfonicità, non ho resistito
alla curiosità di un primo ascolto, pur sapendo della
assoluta necessità di "cuocere" i tubi per
un certo numero di ore. Dopo la canonica ora di riscaldamento
prevista nel manuale, apro le orecchie e sento che il tutto
suona piuttosto duro sui medioalti e sbrodolante in basso.
Mi rassegno ad avere un po' di pazienza e lascio in stand-by
l'argenteo pre, giorno e notte, per circa 80 ore. Ho anche
ricevuto, nel frattempo, una telefonata di ringraziamento
da parte dell' ENEL, della quale sono già socio onorario
grazie al mio integrato in classe A da 300 W di consumo .
Bene, ora si che si ragiona, come volevasi dimostrare e alla
faccia di chi pretende di giudicare apparecchi nuovi o freddi.
La prima cosa che mi ha colpito è stata la dinamica,
di varie lunghezze superiore a quella a cui ero abituato dal
mio precedente pre, che pure è un campioncino del rapporto
qualità/prezzo.
La Scheherazade diretta da Scherchen e suonata dalla Vienna
State Opera Orchestra, etichetta Westminster, ristampata dalla
Speakers Corner si presenta in casa mia in tutta la sua potenza.
I timpani sembrano sconquassare i woofers, che pure non accennano
a distorsioni. L'immagine riempie tutto il fronte, fino ad
oltre le pareti laterali. Il violino è semplicemente
magico. I pieni orchestrali sono resi con molta aria tra gli
strumenti e senza alcun accenno ad impastare.
Magica è anche la voce della grande Ella Fitzgerald
che canta il songbook di Cole Porter. Eccezionali le sfumature
della sua voce e l'altezza della Signora è quella giusta,
a circa un metro e settanta dal suolo.
Il sax di di Stan Getz nella "Girl of Ipanema" mi
soffia in faccia le note, pur mantenendo la corretta posizione
in profondità, poco dietro i diffusori. Bellissimi
e nitidi gli accenti sul charleston della batteria; ogni colpo
suona diverso dall'altro, come nelle intenzioni di chi lo
ha suonato allora.
Ascoltatelo,
se potete, passerete un buon "quarto d'ora".
Non so se dopo questa recensione ne seguiranno altre. In tal
caso noterete che difficilmente mi soffermo sui soliti argomenti
tipo resa dei bassi, medi o alti. Non mi interessa, a meno
che un determinato apparecchio manifesti dei problemi particolari
in qualche gamma ben determinata. Quello che cerco, e che
dovreste, credo, cercare anche voi nei vostri impianti, è
la musicalità in senso generale. Conosco audiofili
che si spaccano la testa cercando il dettaglio che ti fa sentire
la presenza di un tarlo nella sedia del quarto violinista
da sinistra, e che se un determinato impianto non la evidenzia
è una porcheria. Ebbene: quanti di voi, ascoltando
dal vivo, riescono a sentire tali cose?
Morale della favola: l'insieme di suoni che esce dai diffusori
deve avere una coerenza tra tutte le gamme di frequenza nelle
quali convenzionalmente dividiamo l'insieme.
Ho sentito impianti multimilionari (l'Euro ci fa sentire tutti
più poveri, era più d'effetto parlare di miliardi)
suonare scomposti o poco dinamici, dettaglio enorme ma nessuna
emozione. Cercate l'emozione, invece, e probabilmente rallenterete
la ricerca del Sacro Graal, con buona pace del vostro portafogli,
e magari delle vostre mogli.
La parola d'ordine è una e sempre quella: MUSICALITA'
|
|