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nda:
al momento di ricominciare il test del sistema ProAc Hexa,
che avevo già avuto modo di provare per la rivista
Digital Video Home Theater, sono andato a rileggermi quanto
allora ( Dicembre 02) scritto. Dopo un ulteriore lungo test
d’ascolto non ho potuto che concludere che avrei riscritto
parola per parola, tranne alcune aggiunte maturate nel corso
del nuovo test, quel che avevo già scritto. Non la
pigrizia ma la più elementare forma di rispetto per
i lettori e le loro intelligenze m’imponeva, a questo
punto, di evitar loro la burletta patetica di mestiere del
rielaborare un testo mantenendolo uguale con differente terminologia,
ho deciso dunque di ripubblicarlo quasi integralmente, corroborandolo
con un capitoletto dedicato alle “nuove impressioni”.
Credo, nel mio – forse- integralismo etico, di aver
fatto la cosa più corretta che potessi.
Bebo Moroni

Il
più grande piccolo sistema del mondo
Sul
fatto che le piccole ProAc Hexa siano figliole, o sorelline,
attribuite voi il grado di parentela, delle mitiche Tablette,
credo non vi sia ombra di dubbio. Delle Tablette hanno mantenuto
l’impostazione acustica generale, le compattissime dimensioni,
la magia. Certo, si tratta di un sistema pensato, in questo
caso, per essere necessariamente impiegato con un subwoofer,
tantoché i satelliti non sono filtrati in basso, con
i pericoli che ne conseguono nel pilotarle a livelli di volume
e potenza sostenuti, senza l’ausilio del sub con il
suo crossover interno o della sezione di bass-management di
un processore/amplificatore multicanale.
Chi mi segue da qualche tempo sa qual’è stato
e quale continua ad essere il mio ( il termine potrà
sembrare esagerato, ma non ne trovo di più “moderati”
ma altrettanto esplicativi) amore per quel piccolo diffusore
che nell’anno del Signore 1982 cambiò radicalmente
la mia vita di audiofilo e forse, per uno strano effetto paradosso,
mi costrinse a dedicarmi ad un’attività meno
“seria” di quelle a cui m’ero sino ad allora
– pare con eccellenti risultati- dedicato. Amore e odio?
Ma oltre alle Tablette, che non se ne sono mai andate da casa
mia, e che scoprimmo – nel loro splendore di minidiffusore
esplosivo e rivoluzionario- in contemporanea io ed un certo
signore che rispondeva e risponde tutt’ora al nome di
Harry Pearson, mitico e temutissimo direttore della rivista
underground americana “The Absolute Sound” ( a
dire il vero - carta canta- le scoprii un po’ prima
io), ho per lungo tempo impiegato come diffusori di riferimento
nelle mie prove una coppia di Celef Studio ( prima) ed una
di ProAc Studio IV EBS ( e poi le Tablette EBS, le Tablette
100 etc. etc.).
Non è un mistero per nessuno il fatto che io ritenga
Stewart Tyler (credo che in realtà sia solo molto timido),
il miglior progettista elettroacustico britannico. Conseguentemente
uno dei migliori progettisti in assoluto al mondo. I suoi
diffusori hanno sempre qualcosa – anche in tempi di
massificazione globale- che li rende unici ed insieme li pone
all’avanguardia, lasciando ai concorrenti il compito
di imitarli, se e dove ci riescono- e, soprattutto, il fiato
corto.
.
ProAc figlia di Celef madre della moderna audiofilia.
Lo
so, potrebbe sembrare un’estremizzazione, ma chiunque
abbia voglia di farsi un po’ di storia a ritroso potrà
constatare di persona come la Tablette – che in qualche
modo è figlia e sorella di due prestigiosissimi piccoli
monitor da studio, il BBC LS 3/5a e l’RCL “The
Small”- sia a sua volta madre della concezione moderna
di cassa acustica audiofila, quella concezione che ha conosciuto
tra gli anni ’80 e i ’90 il suo massimo splendore,
e che comunque ha rivoluzionato il modo di ascoltare in ambiente
domestico, mettendo a disposizione di una schiera di appassionati
vasta come mai prima, un diffusore di caratteristiche musicali
splendide, di una correttezza timbrica per molti versi paragonabile
a quella dei già citati predecessori compatti, ma con
quel pizzico di grinta in più che la rendeva ( e la
rende, perché la Tablette nelle sue più recenti
incarnazioni fa ancora la parte del leone nel catalogo ProAc),
estremamente accattivante, ma soprattutto, rispetto ai pur
eccellenti monitor BBC ed RCL, facile da pilotare, da posizionare,
da inserire in ambiente, capace di reggere un mucchio di potenza,
ma anche di suonare forte con poca, e soprattutto di non sfigurare
mai – se si eccettua l’ultima ottava in basso,
peraltro perfettamente mascherata da un’impostazione
spessa e sostanziosa della notevole porzione di gamma inferiore
che era in grado di riprodurre- nel confronto con diffusori
ben più grandi, costosi e “importanti”.
La Tablette nasce nel 1979, quando l’azienda che l’avrebbe
costruita si chiamava ancora Celef, era già rinomata
in campo professionale per i suoi monitor da studio di grande
neutralità timbrica e notevolissime capacità
dinamiche, e il marchio ProAc rappresentava, in qualche maniera,
la divisione al contempo “esoterica” e “consumer”
della casa.
Un distributore un po’ pazzo, che è ancora un
po’ pazzo ed ancora distribuisce Pro Ac, dotato di una
passione autentica e di un “naso” da segugio di
razza, decise, sarà stato l’81 o l’82,
di importare Celef in Italia. Un giorno mi chiamò al
telefono un altro straordinario personaggio di quegli anni
( e degli anni a venire, le sue “Passeggiate Musicali”
pubblicate da Audio Review a partire dal 1987 costituiscono
ancora fonte di grande godimento e di grande rimpianto per
gli appassionati) Lamberto Limberti, direttore di quello che
era il più bel negozio romano di alta fedeltà,
sicuramente uno dei più belli in Italia, ed uno dei
rarissimi ( si contavano su meno delle dita di una mano) in
cui fosse possibile trovare ed ascoltare ( per di più
come Dio comandava) marchi “esotici” che altrimenti
era possibile solo immaginare e sognare sulle pagine delle
riviste americane, Alta Fedeltà Federici in Corso d’Italia.
Dunque il mio amico Dottor Limberti ( ’unico direttore
di negozio che abbia conosciuto che non tentasse mai di venderti
qualcosa, piuttosto di condividere con te una scoperta o il
piacere di un ascolto fuori dal comune) mi disse di andare
ad ascoltare queste Celef, che erano una rivelazione. Beh,
il primissimo approccio non fu dei più esaltanti. Sti
benedetti Celef erano dei diffusori piuttosto anonimi, somigliavano
un po’ ai vecchi IMF “piccoli” ( un altro
“mito” di cui presto ci occuperemo) , con il loro
vestitino - perfettamente in linea con le tendenze estetiche
britanniche del tempo, in fatto di diffusori- di tek, le loro
griglie marroncine, la loro forma “solita”. In
fondo giravano aggeggi come gli Infinity RS, i B&W 801,
i Kef 105, i vari altoparlanti a pannello, oggetto prima di
tutto dei nostri desideri estetici e solo in secondo luogo
di quelli sonori. Insomma, perché ero arrivato sino
a Corso d’Italia, avevo parcheggiato la 127 arancione
(che mio padre si ostinava a definire “Rosso Lacca di
Cina”, forse perché così c’era scritto,
con le classica iperbolica fantasia delle case automobilistiche,
sul catalogo Fiat) in doppia fila, rischiando seriamente di
vincere il primo premio assoluto nel concorso “il più
multato dell’anno” indetto dal Comune di Roma?
Mi sedetti e cominciai ad ascoltare un po’ perplesso.
Dopo pochi minuti ero in visibilio, le Celef mi sembravano
bellissime e soprattutto stavo pianificando la sparizione
di certe mie ingombranti Epicure (le 3.0, che a ripensarci
bene erano delle signore casse). Non esagero dicendo che quella
fu una delle esperienze d’ascolto più esaltanti
della mia vita audiofila. Ma il bello doveva ancora venire
perché dopo le Celef ( di cui- mi scuso- non ricordo
il modello) Limberti mi fece ascoltare le ProAc Studio IV,
e tutte le mie certezze su come dovesse suonare un diffusore
di classe, crollarono d’un istante. Non avevo mai sentito
nulla di così chiaro, pulito, composto, in sostanza
fedele. Il tutto condito da una dinamica esplosiva, sebbene
estremamente discreta, e da una gamma bassa di una profondità
ed una pulizia tali che rischiavi di lamentarti della sua
magrezza: in realtà scendeva lineare ben sotto i 40
Hz! Qualche mese dopo in negozio comparvero le Tablette, e
fu amore, grande amore a prima vista .
Il
sistema Hexa: in minimum stat virtus
Il
miracolo, che credevo irripetibile, delle Tablette…
ebbene si è ripetuto, e di nuovo, a distanza di quattro
lustri, è stato amore a prima vista o, se preferite,
a primo ascolto. Anzi, meglio ancora, è stato in principio
amore a prima vista ( guardate le foto, perdonatene l’autore
e la tecnologia digitale- comunque per quanto bene potessero
esser fatte non avrebbero potuto rendere appieno la sensazione,
che si ha, immediata, di trovarsi alle prese con un prodotto
di classe assolutamente superiore) e poi al primo ascolto.
L’intero sistema è realizzato in ciliegio massiccio
e pesante (sono ottenibili altre essenze a richiesta), lucidato
a cera.

No, niente a che vedere con alcun sistema compatto sin’ora
comparso sul mercato. Tanto per intenderci questo è
un sistema realizzato si, con minidiffusori, ma con il medesimo
impegno, la medesima cura costruttiva e di finitura riservata
ai diffusori più grandi, prestigiosi e costosi della
serie Response. Per capire di quale livello qualitativo stiamo
parlando, basta soppesare un attimo i minuscoli satelliti.
Non è possibile non stupirsi del loro peso (4 Kg ciascuno),
della piacevolezza tattile che le loro belle superfici offrono,
della sordità assoluta del mobile.

Ricordatevi
di serrare bene tutti i morsetti dei diffusori (degli splendidi
binding-post in acciaio placcato oro 24 K., raddoppiati su
ciascun elemento per consentire il bi-wiring o la biamplificazione
passiva), sarebbe sciocco compromettere tanto accurato lavoro
di smorzamento facendo vibrare i connettori e i ponticelli.
Da notare che nonostante la scarsa superficie a disposizione,
la vaschetta che li contiene è ampia e comoda, e il
collegamento risulta sempre facile e sicuro.

La componentistica impiegata è anch essa di gran
classe, niente altoparlanti cinesi da poche lire, il tweeter
a cupola morbida è lo stesso che equipaggia i Response
più grandi, con bobina honeycomb, raffinatissimo sistema
di smorzamento, e raffreddamento al ferrofluiodo. Il piccolo
woofer da 10 cm, è direttamente mutuato da quello del
Response 1, con cono trasparente e struttura magnetica in
rame, montato su un cestello in pressofusione.
Il canale centrale riprende naturalmente la struttura di base
del satellite, raddoppiando i mid-woofer e ponendo il tweeter
al centro di essi.

Il subwoofer incorpora un amplificatore ad alta efficienza
da 200 Watt minimi ed un woofer da 20 cm in configurazione
"downfire", che emette cioè, verso il pavimento.
Anche in questo caso il mobile è compatto, ma sorprendentemente
pesante, e incredibilmente sordo. E' possibile regolare livello,
frequenza di taglio e fase. E' dotato, naturalmente, di ingressi
livello-linea e livello-diffusori. Il subwoofer è corredato
da un cordone di rete ad alta potenza, e da un cavo di collegamento
(stereo) da oltre 5 m, che consente un ampia libertà
di dislocazione, di eccellente qualità, terminato con
dei bei pin dorati.

Sia
i satelliti che il woofer sono caricati in reflex, con tubo
d’accordo posteriore (inferiore per il sub) con gola
svasata.
Viste le minime dimensioni, il problema del posizionamento
è facilmente risolvibile, peso e rigidità del
mobile fanno sì che non vi siano problemi nel collocarli
in una scaffalatura, risentono assai poco della solidità
della base, però se è possibile sistemare i
frontali su due buoni stand, beh, tanto di guadagnato.
Meraviglia! Se non l’avessi già fatto in altre
occasioni, ripeterei una frase di Tiziano, che guardando un
quadro di Jacopo da Bassano esclamò, appunto: “meraviglia
ho visto un drappo nero che parea bianco!” ( con quest’escamotage
l’ho ripetuta comunque: dal prontuario dei trucchi del
giornalista, pagina 116) e parafrasando potrei dire Meraviglia
( e tre, ma anche quattro o cinque renderebbero poco l’idea),
ho sentito un diffusore nano che parea un gigante!
Cribbio quanto scendono questi satelliti: no, niente a che
vedere con alcun sistema minidiffusori-subwoofer che io conosca.
Con molti generi musicali mi accorgo che potrei, se non fosse
che non intendo rischiare vista l’assenza di filtraturan
benissimo fare a meno del sub, mantenendo comunque la possibilità
di riprodurre i miei dischi con pressioni sonore decisamente
notevoli, nonostante le dimensioni certo non piccolissime
dell’ambiente e la sua discreta assorbenza ( beh, diciamo
che è un buon misto, le pareti sono per intero ricoperte
di LP e libri, ci sono due divani ben imbottiti,molto legno,
ma non ci sono tende alle finestre e ci sono molti quadri
sotto vetro) e potendo godere al contempo di una gamma bassa
credibile, sebbene limitata all’estremo da ragioni eminentemente
fisiche. La timbrica è semplicemente deliziosa, con
una gamma media straordinariamente chiara e trasparente ed
una gamma acuta piacevolissimamente “crispy” verso
i 10 KHz, e dopo estesa praticamente all’infinito.
I Response Hexa Satellites tengono un sacco di potenza, e
la tengono come se nulla fosse, anzi, la trasformano costantemente
in energia, in musicalissima energia: come le Tablette sono
in grado di accontentare sia i palati più fini, abituati
alla massima neutralità della performance, sia gli
amanti della buona dinamica, del suono potente e corposo.
Mi rendo conto che è strano impiegare il termine corposo
per un diffusore alto poco più di venti centimetri
e largo e profondo poco più di dieci, ma è proprio
così, suono corposo, concreto, di grande spessore materico,
ma insieme lucido e ineffabilmente trasparente, con un’immagine
per molti versi magica: estesissima in profondità,
grande ma proporzionatissima sul piano, con gli assi ortogonali
di dimensioni pressoché identiche, ed in grado di scandire
gli elementi all’interno della scena con precisione
assoluta, spaziandoli correttamente, rendendo palpabile l’aria,
lo spazio che li separano, rispettandone le dimensioni. Rispettando
persino le dimensioni del pianoforte. L’integrazione
con il sub si rivela quasi stupefacente per coerenza sonora.
Basta regolare con una certa cura il livello, trovare la giusta
frequenza di taglio (nel mio ambiente attorno ai 70 Hz in
stereofonia, 80 in MCL) e ci si ritrova d’improvviso
alle prese con una coppia di diffusori grandi, anzi, di grandi
diffusori.
L’MCL
come concentrato di grazia, precisione, potenza
Forse
dobbiamo rivedere un poco i termini della questione: il sistema
ProAc Hexa non è un sistema compatto che suona quasi
come un sistema di grandi dimensioni, è semplicemente
uno dei migliori sistemi di diffusori multicanale oggi esistenti,
e basta. Se spenderò ulteriori parole a proposito di
centimetri, sarà solo perché continuo ad essere
strabiliato, specie avendo appoggiato i frontali su una coppia
di Tannoy Berkeley, un diffusore grande certo, ma nemmeno
mastodontico, che però sembra in questo caso l’elefante
che porta in collo il topolino. Ma l’ottica con la quale
va affrontato il Response Hexa è quella di un sistema
di diffusione del suono “no compromise”.
Quando ho inserito nel platorello del Micromega Reference
“Buena Vista Social Club” pensavo di risentire
un paio di canzoni, è finita che mi sono guardato di
nuovo tutto il film, ed ero felice, felice di rivedere la
bella pellicola di Wenders, felice di riascoltare quella bella
e malinconica musica cubana, ancora non imbastardita dalle
contaminazioni disco-salsa (sugo-sciapo), felice di poterne
riascoltare la colonna sonora con un sistema in grado di dare
tanto piacere d’ascolto. Già, piacere d’ascolto,
grande, grandissimo piacere d’ascolto in prezioso pendant
con la totale assenza di fatica d’ascolto anche ai volumi
più alti, con una ricostruzione dello spazio scenico
realistica come solo i giganti ( Revel, Martin Logan) sanno
fare. Una spiccata vocazione musicale ( anche di Yellow Submarine
volevo risentire solo un paio di canzoni e qualche intermezzo,
e mi sono ribevuto tutto il film) ma anche la capacità
di emozionare con i film d’effetto ( Contact, The Astronaut’s
Wife, Matrix) di colpire al cuore ( Save Private Ryan, Una
Storia Vera) di proiettarci nel “core” dell’avventura,
facendoci dimenticare l’impianto, e illudendoci di vivere
in quel momento la realtà ( però quando ho tentato
di allungare le mani verso Cameron Diaz ho bestemmiato contro
la “virtuality”). Un sub che riesce a far tremare
le pareti e con la medesima nonchalanche a restituirci, musicalissime,
le note più basse del violoncello di Dino Asciolla,
il contrabbasso di Ron Carter, le canne più grandi
dell’Organo dell’Alpe d’Huez nelle lavoro
di gambe e di pedali di Livia Mazzanti. Un sistema, credetemi
– o meglio non credetemi, correte ad ascoltarlo, semplicemente
fuori dall’ordinario, ma anche dallo straordinario.
Piccolo, grandissimo, oggetto del desiderio, e del più
puro, intimo, esaltante tra i piaceri intellettuali ( a cui
fornisce specialissime note fisiche), la musica, il suono.
Insomma, un capolavoro.
My five stars.
Nota
aggiuntiva: amplificato nella prima prova con un
complesso sistema a valvole ( HK Citation II + 2 x Citation
IV), pilotato dal preamplificatore/processore Bryston SP 1.7,
il sistema ProAc Response Hexa è stato riascoltato
in questa occasione con tre differenti configurazioni, la
prima, puramente stereo ( e dunque riferita all’ascolto
dei canali frontali + sub – i canali frontali da soli
sono stati riascoltati con maggior prudenza, rispetto alla
prima prova, in cui, in assenza di manuale, non ero a conoscenza
dell’assenza di filtraggio in basso) costituita da un
Giradischi Thorens TD 124 con braccio Pritchard e testina
Grado Platinum Wood, da un giradischi Yamaha PX 2 con testina
Clearaudio Victory H, pre-phono Trichord Dino+, amplificatore
integrato Mc Intosh MA 6500, le altre due costituite da un
lettore SACD Micromega Reference, da un lettore DVD sempre
Micromega Reference , da un sintoamplificatore Harman Kardon
AVR 7000 impiegato come integrato per l’ascolto dell’audio
DVD e come sola sezione finale, affidando la preamplificazione
al Bryston SP 1.7 per l’ascolto dei Super Audio Compact
Disc. In tutte e tre le configurazioni, con le differenze
del caso, il sistema Hexa ha dimostrato di essere in grado
di mettere in piena luce sia i pregi sia gli eventuali difetti
dell’amplificazione assegnata, esattamente come sa fare
una coppia di diffusori stereo a gamma intera di altissimo
livello, in una ulteriore prova, effettuata con un piccolo
integrato valvolare “d’epoca”, un Pioneer
SM 83, i satelliti in unione al sub mi hanno fornito nuovo
conforto, dimostrando di poter suonare comunque, con musicalità
ed eccellente dinamica, anche con materiali d’amplificazione
meno pregiati e dunque di poter essere impiegati, nonostante
il prezzo del sistema non sia certo modesto, con amplificazioni
valide ma alla portata di un pubblico decisamente più
ampio e di poter essere dunque considerati eventualmente come
primo passo di un sistema d’ascolto “definitivo”
in progress. Altresì va sottolineata la prova fornita
dal subwoofer che è, tra quanti ascoltati sin’ora,
forse quello in assoluto più propenso ad un integrazione
priva di contraccolpi di qualità, in catene di massima
qualità. Nel confronto diretto con due sub notevolissimi
quali il Sunfire The Thrue ed il Velodyne SPL 800, il subwoofer
Pro Ac Hexa Sub se ha mostrato di faticare un po’ a
tenere il “passo” dinamico dei due ( indubbiamente
in quelle situazioni HT dove l’effettistica necessità
di esplosività in gamma bassa sia il Sunfire che il
Velodyne sono più emozionanti) li ha agilmente superati
in termini di neutralità e non intrusività,
con una prestazione di rarissima eleganza ed efficacia, dimostrando
un’estensione magnifica ed una discrezione tale da farlo
letteralmente scomparire dall’orizzonte psicologico
dell’ascoltatore.
Sottolineo ancora le “cinque stelle”.
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