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Everybody
and his dog
Ormai
ciascuno e il suo cane, almeno qui in Italia, ha avuto qualcosa
da dire su questo DAC. La North Star Design di Giuseppe Rampino
non è nata con questo progetto (prima del Model 192
DAC e della relativa meccanica dedicata c’erano stati
il Model 3, un DAC 96 kHz/24 bit senza upsampler interno e
il Model 4, un upsampler esterno, ottima implementazione pionieristica
del chip Crystal CS8420, ormai ubiquo), ma è stato
il Model 192 che l’ha, come direbbero gli americani,
“messa sulla mappa” del mercato hi-end in Italia.
Ne ha anche iniziato il successo all’estero; attualmente
l’accoppiata Model 192 gode di stima e reverenza non
solo nella nostra nazione, ma anche in mercati quali quello
tedesco, quello francese e quello americano. Questo mio ascolto
è stato finalizzato a capire i motivi del successo
di questo “long seller” (sul mercato ormai da
qualche anno, continua a vendere e ad essere apprezzato e
utilizzato anche da altri costruttori nelle fiere, il che
non è proprio comune per una macchina digitale, soprattutto
di questo prezzo) e i motivi per cui ciascuno sembra averne
un’opinione diversa, a volte decisamente discordante
– l’ho sentito definire suadente, l’ho sentito
definire sterile, non esattamente concetti compatibili.
C’è il rischio, non indifferente, che parlando
di un apparecchio così noto, un recensore recensisca,
più che altro, se stesso. Ma è comunque, secondo
me e secondo la redazione, interessante vedere i motivi di
successo dei long sellers e vedere quanto “tengono”
sul mercato a confronto con apparecchi simili, soprattutto
in un ambito assolutamente isterico come quello del digitale.
What’s
inside (and outside)
Il
Model 192 DAC è, come il suo nome lascia intuire a
chiunque abbia un minimo di conoscenza tecnica di oggetti
hi-fi, un convertitore digitale-analogico separato compatibile
con la frequenza di campionamento PCM a 192 kHz. Il convertitore
ha 4 ingressi, un coassiale su RCA in parallelo con un TOSlink
ottico, un secondo coassiale RCA semplice, un AES/EBU su connettore
XLR e un ingresso I2S su connettore RJ45 dedicato alla propria
meccanica e un’uscita analogica stereo su RCA.

Circuitalmente,
il convertitore impiega un Crystal CS8420 in funzione di ricevitore
di ingresso e di upsampler a 96 kHz e innalzatore della lunghezza
di parola digitale a 24 bit (resolution enhancer), un NPC
SM5849 come ulteriore upsampler da 96 kHz a 192 kHz (al momento
dell’immissione sul mercato del Model 192 DAC non esisteva
altra soluzione per effettuare un upsampling a 192 kHz, l’unica
possibilità alternativa sarebbe stata quella, alla
dCS, di sviluppare un sistema proprietario basato su FPGA
- Field Programmable Gate Array – oppure di sviluppare
software per uno dei DSP Texas Instruments o Motorola; ambedue
le soluzioni avrebbero mandato il prezzo del Model 192 DAC
alle stelle) e un Crystal CS4396 come DAC.
Perché
l’upsampling? Perché scegliere, cioè,
di effettuare in questo modo piuttosto complesso un’operazione,
quella di sovracampionare il segnale in ingresso, lasciando
per un attimo perdere l’innalzamento della risoluzione?
Non ci sono spiegazioni convincenti in giro, non a mia conoscenza,
ma, di fatto, effettuare l’operazione esternamente al
chip di conversione digitale/analogica e farlo moltiplicando
la frequenza di campionamento originale per fattori non interi
(in genere, infatti, i sovracampionatori normali moltiplicano
la frequenza di campionamento per fattori pari a 4, 8, 16
eccetera, mentre il fattore di moltiplicazione fra 44100 e
96000 non è intero) porta vantaggi sonori abbastanza
evidenti. Inoltre c’è quell’operazione
di incremento della lunghezza della parola digitale che ci
mette del suo. In un futuro numero della rubrica sui formati
digitali mi dilungherò e cercherò di essere
più preciso tecnicamente a questo riguardo, per ora
– piccolo anticipo sull’ascolto – basti
sapere che l’upsampling implementato sul Model 192 DAC
funziona, migliorando significativamente la qualità
del suono prodotto, in termini di ariosità, fluidità
e coerenza.

Dopo
il DAC Crystal (ancora ottimo anche strumentalmente, benché
sia ormai non più di ultimissima generazione), il Model
192 DAC utilizza uno stadio di uscita interamente a componenti
discreti, polarizzato in classe A, ad alta corrente e con
un basso tasso di controreazione. Le uscite differenziali
del DAC Crystal vengono sommate in modo da aumentare ulteriormente
la prestazione di rapporto segnale/rumore dell’apparecchio.

Il
frontale presenta una serie di LED che indicano la sorgente
selezionata, l’agganciamento con la sorgente, la frequenza
di campionamento a cui il ricevitore digitale in ingresso
ha agganciato e l’inserimento dell’upsampler.
Due tasti permettono di selezionare la sorgente in ingresso
e di inserire o disinserire l’upsampler (di questo ci
si scorda presto…). L’interruttore di accensione
è posto sul pannello posteriore dell’apparecchio,
vicino alla vaschetta IEC filtrata, quasi a dire di lasciare
sempre acceso l’apparecchio. L’interno mostra
un’ottima costruzione, con componenti di ottimo livello
e due trasformatori di alimentazione.

Esteticamente,
l’apparecchio è una decisa evoluzione rispetto
ai precedenti Model 3 e Model 4 (che ho utilizzato con piacere
nel mio impianto qualche anno fa); il frontale in alluminio
spazzolato, un po’ alla Rowland, è decisamente
più accattivante di quelli dei vecchi modelli e il
logo dell’azienda è, finalmente, discreto e non
urlato com’era sui vecchi frontali.

Secondo
le istruzioni, l’apparecchio viene fornito privo di
cavo digitale e di cavo di alimentazione; mentre posso confermare
il primo fatto, sul secondo non saprei dire – il mio
esemplare è giunto con un cavo standard IEC/Schuko,
di buona qualità, che tuttavia non ho esitato a sostituire,
durante le sessioni d’ascolto, con qualcosa di meglio.

Arriverà?
Non
è stato facile capire qualcosa del suono del M192DAC.
L’esemplare in prova è arrivato fresco di linea
di produzione. A mia specifica domanda, il costruttore ha
risposto chiedendo di concedere all’apparecchio almeno
24 ore di rodaggio prima di procedere a qualsiasi tipo di
valutazione critica. Il problema è che, dopo 24 ore,
l’apparecchio suonava un po’ come se avesse esagerato
con la cura dimagrante. Non che fosse inascoltabile, la qualità
era evidente fin da subito, ma c’erano palesi tracce
di scoordinamento fra le gamme, un eccessivo vuoto nella zona
del calore, un estremo acuto presente ma non particolarmente
pulito né aggraziato, un po’ “splashy”,
con qualche problema di definizione e un suono poco interessante,
un po’ confuso dal punto di vista del tempo e del ritmo.
Ho lasciato l’apparecchio permanentemente acceso e connesso,
spesso a far suonare, in silenzio, dischi da una meccanica
“di servizio”, per qualche giorno ancora. Alcune
delle caratteristiche di cui accennavo sopra si sono stemperate,
altre si sono integrate nel carattere complessivo della macchina.
Un cambio di cavo di alimentazione, inoltre, ha portato a
un comportamento più consistente dell’apparecchio
nel dominio della distribuzione dell’energia rispetto
alla frequenza.
Vado, quindi, a descrivere l’esito degli ascolti nel
mio impianto attuale, composto dal lettore Sony SCD-777ES
in veste di meccanica e di lettore CD di riferimento, dal
pre Tom Evans Audio Design The Vibe, dal finale (recensione
sul prossimo numero) Balanced Audio Technologies VK75SE e
dai diffusori Wilson Audio WITT, cablaggio ART, Audio Agile
e Neutral Cable per quanto riguarda le connessioni verso la
rete elettrica, White Gold per quanto riguarda la connessione
digitale, Monster Sigma (2000 e Retro Gold), White Gold e
DNM per quanto riguarda le connessioni di segnale analogico
e di potenza.
Il
convertitore è molto piacevole e appagante da ascoltare
in maniera casuale, giorno dopo giorno, una volta raggiunta
una certa maturazione (ormai un centinaio di ore, nel mio
caso). Tracce delle peculiarità “dimagrate”
descritte sopra fanno, tuttavia, ogni tanto capolino, con
dischi specifici. Ammetto che, al di là dell’individuazione
di un carattere sonoro generale, peraltro non sempre evidentissimo,
non mi è stato semplice costruirmi un’idea coerente
di questo apparecchio, un po’ a causa di una serie di
idee preconcette sul suo suono che riempiono forum e liste
di discussione su Internet, un po’ a causa della sua
estrema sensibilità agli interfacciamenti e al contesto.
Il
bilanciamento tonale del convertitore è, mi pare, neutro
tendente all’aperto; a costruire questo tipo di bilanciamento
tonale contribuiscono una lieve evidenziazione delle frequenze
medioacute, che accentua leggermente le armoniche superiori
degli strumenti, e la permanenza, anche se in forma sicuramente
ridotta rispetto ai primi ascolti post-rodaggio minimo, di
una minore energia in gamma medio-bassa rispetto al mio riferimento,
che, in ogni caso, è lievemente “magrolino”
di suo. Però questo tipo di bilanciamento tonale, in
genere associato ad una prestazione spiccatamente digitale
negli apparecchi che lo presentano, non dà qui gli
stessi esiti. A tenere lontano il M192DAC dal rischio di suonare
sterile o, peggio ancora, sgradevole, è un’eccellente
fluidità, in particolare in gamma media e in gamma
bassa, una prestazione dinamica finemente controllata senza
apparire disseccata o guardinga, un ottimo rispetto dei tempi
di decadimento e della “lunghezza” delle note,
una velocità che non diventa mai inutile esibizione
di muscoli e di agilità da centometrista, un rispetto
del tempo e del ritmo che diventa maggiore man mano che il
rodaggio procede. L’estremo acuto, in alcune istanze,
mi sembra ancora mancare dell’ultimo tocco di raffinatezza
e di scioltezza, ma a questo punto mi viene da chiedermi se
la macchina non abbia bisogno di suonare ancora per qualche
tempo, se sia cioè completamente maturata o se “arriverà”
più tardi.
L’estremo basso, l’ottava più bassa, mi
sembra caratterizzata da una scelta probabilmente condizionata
dalla categoria della macchina, probabilmente studiata: pare
mancare, di nuovo, di energia e di potenza, privilegiando,
come il mediobasso, la definizione alla forza. Devo, però,
ammettere che mi sembra lievemente impoverito armonicamente
rispetto al mio riferimento.
Una
delle caratteristiche più accattivanti del M192DAC
è la sua capacità di riproporre un dettaglio
cesellato finemente, educatissimo, integrato al messaggio
acustico generale in maniera priva di strappi e di eccessi
di evidenziazione. E’ una prestazione di altissimo livello,
che rende questa macchina confrontabile, per questo parametro,
con apparecchi di costo decisamente superiore al suo. Il tipo
di compromesso scelto a questi livelli di prezzo, in genere,
va verso una maggiore “clinicità” (scelta
digitalista) o verso un tentativo di maggiore integrazione
che rischia di omogeneizzare eccessivamente i suoni (scelta
pseudo-analogista).
Dal
punto di vista della ricostruzione della scena acustica e
della focalizzazione, mi sembra che sia, di nuovo, stato raggiunto
un eccellente compromesso. La scena è molto estesa
e precisa nelle tre dimensioni, anche se è forse un
po’ meno larga di quella riproposta, coi dischi “giusti”,
dal mio riferimento; la focalizzazione non è né
inutilmente puntuale, né ingrossante o diffusa. Anche
l’ariosità e la corposità delle entità
sul palcoscenico sono ottime – a dimostrare che la corposità
sul mediobasso non è l’unica maniera per dare
un “fondamento” agli esecutori.
Per
ora…
Per
ora, in questa fase di maturazione della macchina e utilizzandola
come semplice convertitore con una meccanica non dedicata
(e, magari, nemmeno eccessivamente ottimizzata), chiudo provvisoriamente
con l’idea di un convertitore che può causare
reazioni strane e contraddittorie perché, esplicitamente,
non fa le cose come è normale farle – in generale
e non solo al suo livello di prezzo – e può apparire
in maniera molto diversa a seconda del tipo di impianto in
cui viene inserito. Non mi sorprenderebbe di sentirlo definire
eccessivamente chirurgico da parte di chi andasse ad utilizzarlo
in un impianto o in una stanza che assecondasse la sua tendenza
a trattenere la gamma mediobassa o con un sistema poco controllato
sul medioacuto; né mi sorprende che qualcuno, magari
abituato a prestazioni più rabbiose o che si fosse
trovato a sentirlo in una catena con problemi dinamici, lo
trovasse eccessivamente educato e signorile. Mi pare, qui
e ora, che semplicemente il M192DAC abbia un carattere abbastanza
unico, che lo differenzia decisamente da quanto si sente normalmente,
e che quindi sia uno di quegli apparecchi di cui ciascuno
deve farsi una propria idea.
Non me la sento, tuttavia, di dire che questa sia la mia ultima
parola sull’apparecchio. E’ possibile che “maturi”
ulteriormente, col tempo (sono, ad esempio, abbastanza sicuro
che un certo minor senso di coerenza fra le gamme rispetto
al mio riferimento si possa curare col tempo o con gli interfacciamenti
giusti); è possibile che, accoppiato alla sua meccanica,
mostri prestazioni diverse e di livello ancora superiore (fra
l’altro, la sua meccanica contiene la circuitazione
per l’upsampling a 192 kHz/24 bit e, collegata al convertitore
attraverso l’interfaccia I2S su RJ4, ne salta completamente
gli stadi di upsampling e il ricevitore in ingresso, con vantaggi
teorici abbastanza ovvi dal punto di vista della riduzione
del jitter). Credo che ne riparlerò presto, rimanete
su questo canale.
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