Classics
in One Piece
Il
fascino travolgente dell'integrazione
Il
concetto di amplificatore integrato è un concetto
molto europeo. L'industria americana (ed il pubblico statunitense),
con molta praticità, gli hanno sempre preferito quello
di sintoamplificatore (cioè un integrato "apri
e suona" grazie al sintonizzatore radio incorporato),
concetto questo, invece, assolutamente indigesto, sino alla
comparsa dell'home theater, al pubblico europeo.
Tanto più mal digerito il concetto di ampli integrato,
quantopiù riferito ad un oggetto che dovesse avere
caratteristiche audiofile. Ma anche in questo caso il parallelismo
con l'oggetto sintoampli, fino ad un certo periodo, funziona,
essendo stati per molti anni entrambi gli oggetti espressione
di un orientamento popolare e a larga diffusione dell'industria
del settore, che preferiva destinare al pubblico più
"colto", le coppie pre-finale. Il ragionamento
aveva, sino a più di qualche anno fa una sua ragion
d'essere: le dimensioni dei componenti, la scarsa possibilità
di isolare efficacemente le due sezioni, la necessità
che queste avessero una serie di elementi (fondamentali)
in comune, a partire dall'alimentazione, l'imponenza delle
sezioni amplificatrici di una certa importanza, rendevano
praticamente obbligatoria la separazione in due telai delle
elettroniche di amplificazione più raffinate. Oggi
come oggi, con la miniaturizzazione dei componenti, l'efficacia
dei dispositivi meccanici di raffreddamento, gli studi decisamente
più avanzati sulle sezioni di alimentazione, la possibilità
di isolare se non totalmente quasi, le linee dei percorsi
di alimentazione e di segnale, l'amplificatore integrato,
quando progettato e costruito come Dio comanda, non ha più
nulla - se non la flessibilità data dal poter decidere
differenti accoppiamenti- da invidiare alle amplificazioni
a due telai. In compenso gode di una praticità che
non è evidentemente possibile alle amplificazioni
in due telai. Insomma un ampli integrato di buona scuola
può tranquillamente rappresentare una validissima
alternativa ai due o più telai, anche senza ragionare
in termini strettamente economici.
Certo c'è n'è voluta un po', per far digerire
il suddetto concetto ai grandi marchi statunitensi. Ricordo
le lunghissime discussioni a questo proposito con Newton
Chanin, titolare della Adcom ( "il pubblico americano
non ama gli ampli integrati e l'Europa non ha una richiesta
adeguata di ampli integrati di buona qualità, dunque
mettere in produzione un "two in one" sarebbe
anti-economico, finirebbe per costare al pubblico poco meno
di una coppia pre/finale"). Poi la Adcom cedette -fu
tra le prime- e presentò il suo ampli integrato.
A breve l'avrebbero seguita praticamente tutti i grandi
marchi hi-end, da buona ultima (ma con qualche ragione)
la Audio Research.
McIntosh, al contrario, ha presentato amplificatori integrati
sin dai primi anni '60. Dall'introduzione dell'MA 5100 in
poi, almeno uno in catalogo c'è n'è sempre
stato, ed almeno uno di questi, l'MA 6100 viene considerato
tra i grandi "classici" del marchio. Dobbiamo
ricordare a questo proposito che, a differenza degli altri
marchi nobili statunitensi, la cui affermazione internazionale
è più recente, "Mac" ha sempre avuto
una presenza estremamente significativa nei mercati europei
ed asiatici (come d'altra parte il marchio storicamente
"avversario" Marantz, ma la storia in questo caso
è più complessa, perché la grande produzione
di amplificatori integrati di quest'ultimo coincide con
l'acquisto del marchio da parte di un'industria giapponese).
McIntosh
MA 6500

Alla
fine degli anni '80, lo storico marchio di Bighamton, NY,
che pure aveva mantenuto un'eccellente presenza in un mercato
dove l'hi-end, anche quella più estrema, era imperante
e dove la sua concezione "classica" o, se preferite
"conservative", era continuamente sotto accusa,
decise che era ora di scrollarsi di dosso un po' di arcana
finesse e di mostrare un po' di muscoli. Muscoli celati
dietro il solito elegantissimo smoking, certo, ma pur sempre
muscoli, a dimostrazione che se il problema era problema
di fitness, beh, anche gli ingegneri dei mitici "Labs"
conoscevano l'indirizzo della palestra. La presentazione
del finale di potenza Mc 7270 fu una sorta di uragano che
si scagliò sull'ormai consolidato "high-end
system". Un Mac che non solo suonava benissimo, ma
che in quanto a dinamica, a corrente, a capacità
di pilotaggio ne dava a destra e a manca, senza minimamente
preoccuparsi di chi fossero i contendenti e permettendosi,
ove non bastasse, di mantenere intatta l'eleganza antica
e forse eterna della sua veste: pannello in cristallo nero
con manopole cromate sulla fascia esterna, scritte retroilluminate
in verde prato e i magnifici occhioni blu a campeggiare
sul tutto. Rotta la tregua ed incassate le- sino allora
assolutamente improbabili- recensioni entusiastiche di "Stereophile"
della "Nouvelle Revue du Son e anche, se m'è
concessa l'autocitazione, del sottoscritto (Audio Review)
la rivoluzione era compiuta, ed indietro non si sarebbe
più tornati. Ecco dunque che un mercato che aveva
relegato il grande e potente marchio ad una sorta di comparsa
per bostoniani snob o per ricchi appassionati in scarsa
vena di combattere con ronzii, fruscii e problemi di assistenza,
dovette organizzarsi per rintuzzare (ove vi fosse riuscito)
gli attacchi della Rolls che aveva montato i motori dell'Aston
Martin.
Il 7270 era una vera e propria dichiarazione di guerra in
elegante stile del New England ("mi scusi signore,
intende battersi? Un attimo che piego la giacca").
Dopo il 7270 vennero i pre della nuova generazione, finali
di potenza sempre più raffinati e grintosi, e vennero
anche i nuovi amplificatori integrati,l'MA 6800 ed il suo
fratellino minore MA 6400. Una coppia che s'è riproposta
con leggere modifiche, successivamente, aggiungendo un 50
alle due cifre iniziali e che, aggiornandosi sostanziosamente
è ora presente in catalogo con le sigle MA 6500 e
MA 6900.

L'MA
6500 è un amplificatore integrato di generose dimensioni
(e di ancor più generoso peso 33.8 Kg, circa il doppio
del peso dell'Audio Research che abbiamo contemporaneamente
in prova) di concezione decisamente non minimalista ( Sei
ingressi, compreso un Phono MM commutabile in Alto Livello
mediante un selettore sul pannello posteriore, una coppia
di uscite pre-out, una di uscite tape, un ingresso per amplificatore
finale interno, controlli di tono, loudness regolabile,
data ports per ciascun ingresso, uscita controller per inviare
segnali di accensione ad altre apparecchiature esterne,
ingresso sensore remoto per il collegamento ad un tastierino
di controllo o a un sensore IR esterno, uscite per due coppie
di diffusori, circuito Mc Intosh Power Guard per prevenire
eventuali - ma improbabili- condizioni di sovra pilotaggio,
protezioni termiche e a controllo computerizzato sugli stadi
d'uscita etc. etc.) che incorpora, oltre ad una sezione
preamplificatrice di caratteristiche avanzate, una sezione
finale completamente dual mono capace di erogare 120 watt
continui minimi su 8 ohm e ben 200 su 4 ohm, con distorsioni
irrilevanti anche alla massima potenza ( 0,005% THD dichiarata).
Il peso, veramente notevole per un amplificatore integrato
in quest'ordine di potenza, è dato in sostanziosa
parte, dalla generosissima sezione di trasformazione e da
una sezione di alimentazione di qualità assolutamente
ragguardevole.
Rispetto ai suoi predecessori, la costruzione e la veste
esterna sono drasticamente migliorate, assimilando ora quelle
del modello di punta,l'MA 6900: il pannello frontale è
in cristallo, i Vu-Meter hanno preso una dimensione decisamente
più vicina a quella storicamente riscontrabile sui
finali di potenza. Sono sparite alcune piccole "nefandezze"
che erano state l'unico motivo di reale perplessità
nel mio rapporto con l'MA 6800, che per lungo tempo ha costituito
per me il riferimento tra gli integrati e non solo, come
la lettura digitale del livello del volume al centro del
pannello frontale. E' ricomparso - gloria al Signore- l'ingresso
phono (sparito dai modelli xx50) e non manca l'uscita cuffia,
uscita che d'altra parte rappresenta forse l'unico passo
falso di questa splendida architettura: inspiegabilmente,
su un oggetto di questo pregio e di questa promessa di prestazioni,
è un'uscita mini-jack!

Avendo
posseduto sia l'MA 6800 che l'MA 6850 (ed anche gli MA 6100
e 6200 ma si tratta di tutt'altro suono) ed avendo avuto
modo di testare, seppur per cause indipendenti dalla mia
volontà e da quella del distributore, sin troppo
frettolosamente l'MA 6400, ho un'idea piuttosto precisa
del suono degli integrati Mac di "nuova generazione".
Ho adorato il suono caldo e insieme muscolare degli MA 6800
e 6850, e trovato piacevolissimo quello dell'MA 6400. Più
precisamente, per molto tempo ho pensato che il suono dell'MA
6800 (quello del 6850 era sostanzialmente identico, qualche
lieve differenza di colore timbrico in gamma medioacuta
e poco altro) rappresentasse uno dei vertici assoluti raggiungibili
da un integrato a stato solido di alta potenza.
Ma la McIntosh dell'era IV ( era I produzione valvolare
monofonica, Era II stereofonia valvolare, era III transistorizzazione
e veste estetica definitiva) non finisce mai di stupire:
onestamente l'MA 6500 ha ben poco a che spartire con il
pur ottimo MA 6400, rispetto a questo è sostanzialmente
un amplificatore di un altro pianeta, in termini di sostanziosità
ed estensione del basso, di compattezza e liquidità
della gamma media, di raffinatezza di quella più
acuta e, direi soprattutto, di autorevolezza dinamica. Ma
rappresenta anche un ulteriore, netto, passo in avanti rispetto
agli splendidi 6800 e 6850 (la mia curiosità di ascoltare
l'MA 6900 è, a questo punto, alle stelle) di cui
mantiene l'impostazione sonora di base: timbrica calda,
forti accenti di velluto sulle medie frequenze (è
molto difficile, anche con incisioni mediocri, che le voci
appaiano troppo "sparate" o le sezioni di archi
penetranti), grande concretezza scenica, con un'immagine
ampia e fortemente tridimensionale all'interno della quale
gli elementi dominano lo spazio con il loro scolpito deciso
ma tondeggiante. A tutto ciò, l'MA 6500 aggiunge
una dimensione, quella dell'ariosità, della "leggerezza",
dell'etereità, che - assenza volentieri perdonata-
mancava ai due integrati della precedente serie. Assenza,
dicevo, volentieri perdonata, ma presenza, ora che lla constatiamo,
entusiasticamente accolta. La gamma acuta dell'MA 6500 si
distingue immediatamente per raffinatezza ed estensione,
conferendo al suono McIntosh una leggera, piacevolissima
"increspatura" che rende ancor più realistica,
godibile e, se vogliamo usare questo termine, moderna, la
sua riproduzione.
Che si tratti di una gamma alta raffinatissima lo evinco
molto facilmente, facendo suonare l'MA 6500 con un diffusore
in realtà ostico come il Tannoy Berkley, tanto più
nella mia versione ricablata e dotata di supertweeter Tannoy
ST 50: un sistema di altoparlanti, così configurato,
superbo, ma sensibilissimo alla qualità dell'amplificatore,
a cui, se qualcosa può perdonare in gamma media (grazie
alla docilità, da questo punto di vista, dello splendido
componente coassiale HPD 385 Gold), nulla impietosamente
concede in gamma bassa e in gamma acuta. I supertweeter,
che svolgono un servizio oramai per me irrinunciabile, per
loro natura tendono ad evidenziare ulteriormente gli eventuali
difetti delle elettroniche che loro inviano il segnale.
Ebbene l'MA 6500 molto raramente mi ha fatto rimpiangere
le valvole del mio Citation II e la trasparenza del pre
Bryston BP 25, dimostrandosi sostanzialmente un fuoriclasse
del suono tra gli amplificatori integrati odierni.
La gamma bassa è estesa ben oltre le possibilità
pratiche di qualsiasi diffusore e gode di un autorevolezza
particolare. Particolare perché siamo ormai abituati
alla maestosità della gamma bassa dei "nuovi"
McIntosh, ma la scelta di applicare a questo integrato un
fattore di smorzamento non pazzesco, ma comunque significativo
(120 su 4 ohm, 230 su 8 ohm) contravvenendo ad una antica
regola non scritta della casa, l'ha resa ancor più
immanente e l'ha dotata di una frenatura (senza eccedere)
che in moltissimi casi si rivela provvidenziale e che contribuisce
non poco alla sensazione generale di amplissima dinamica.
Contrasto e microcontrasto sono risolti come mai era avvenuto
su un integrato Mac: in maniera deliziosa sì, ma
anche di una precisione mozzafiato. Non solo, dunque, l'MA
6500 è di estrema piacevolezza nel suo non strillare
la musica, bensì nel porgerla con eleganza e con
calore, ma riesce anche ad essere di una trasparenza davvero
encomiabile, non cedendo mai alla tentazione della radiografia,
bensì eliminando, con la massima grazia, velo per
velo tutti gli ostacoli tra l'ascoltatore e la naturalità
dell'evento musicale riprodotto.
Una corazzata che suona tanto bene è (o dovrebbe
essere) il sogno di qualsiasi audiofilo civilizzato. Il
prezzo è naturalmente alto, ma riesce, sempre secondo
sanissa tradizione McIntosh a non essere esagerato, e a
rimanere addirittura fortemente competitivo con realizzazioni
analoghe per potenza e prestazioni assolute, ma niente affatto
assimilabili per eleganza ed affidabilità nel tempo.
E questo sottacendo, per non esagerare, dell'investimento
concreto che qualsiasi prodotto McIntosh, e solo McIntosh,
rappresenta.
Audio Research Vs55i

Audio
Research è un nome che evoca in qualsiasi appassionato
una gamma di sentimenti che vanno dall'ammirazione, al rispetto,
al desiderio smodato. La casa di Minneapolis rappresenta
ormai da quasi mezzo secolo il punto di riferimento, direi
universalmente riconosciuto, per quanto concerne le elettroniche
(e non solo) high-end.
L'approccio di ARC all'amplificatore integrato è
presto detto: abbiamo progettato un ottimo finale di potenza,
di prezzo "accessibile". Bene, aggiungiamogli
un altrettanto ottima sezione preamplificatrice, senza troppe
complicazioni, ed abbiamo il nostro amplificatore integrato
a tubi. Detto fatto, ecco il VSi55 , versione dotata di sezione
preamplificatrice del finale di potenza VS55. Il discorso
vi sembra semplicistico? No, è molto concreto, e,
come vedremo, estremamente efficace.
Per
chi ha già avuto modo di osservare il VS55, la versione
"i" apparirà molto familiare. In effetti
l'integrato utilizza il medesimo telaio, l'unica "divergenza"
visuale tra i due oggetti è rappresenta dal pannellino
frontale, nero, su cui sono disposti, a sinistra, i Led
di segnalazione (mute e operativo) e quelli che segnalano
il livello del volume (20 Led per un volume che si "muove"
su 70 passi, questa scelta mi ha lasciato un po' perplesso,
ma non è minimamente fondamentale all'atto pratico)
e a destra i sei tasti rettangolari che consentono di operare
sul preamplificatore direttamente dall'apparecchio (le funzioni
sono replicate sul piccolo e funzionale telecomando).
Dovendo progettare un integrato competitivo nel prezzo,
partendo dalla base di un signor finale di potenza, la parte
funzionale della sezione di controllo è stata mantenuta
entro criteri di sobrietà. Così l'assenza
di un potenziometro di volume - sostituito da due tastini
come avviene normalmente sui telecomandi- ed il fatto che
non si possa accedere direttamente all'ingresso desiderato,
ma si debba "navigare" attraverso i cinque ingressi
disponibili mediante un altro switch, così come il
fatto che le possibilità operative si limitino, oltre
a quelle già descritte, alla possibilità di
commutare in mono l'uscita dell'ampli e a poter inserire
il circuto di "mute", se ad un primo approccio
sembreranno, se non altro, "ardite" per gli appassionati
del marchio, risulteranno alla fine dei giochi, estremamente
funzionali all'obiettivo che la casa s'era prefissata di
raggiungere. D'altra parte sia i tasti che i microprocessori
ai quali questi sono asserviti, sono i medesimi di un preamplificatore
di alta classe quale il nuovo SP 16 (sul quale l'Audio Research,
a riprova di una tendenza ormai inarrestabile, ripropone
uno stadio Phono di alta qualità). Lo stadio pre
del VSi55 è unicamente linea, chi intenda impiegare
(farebbe bene ad intenderlo) un giradischi con il VSi55 ,
dovrà munirsi di uno stadio phono esterno.
Ma questa, in soldoni, è l'essenza reale di questo
apparecchio: un finale di potenza di alta qualità,
"pret a sonner" per chi non se la senta di affrontare
la spesa di una coppia pre-finale di questo livello, che
può tornare ad essere un finale di potenza, accompagnato
da un preamplificatore separato adeguato, una volta che
il suo possessore possa o voglia decidere di farlo tornare
alla sua condizione originale. E' un'interpretazione tutt'altro
che minimalista, bensì affatto pratica del concetto
di "amplificatore integrato".
Vista la spartanità delle scelte sin'ora descritte,
risulta una graditissima raffinatezza l'uscita Sub (1V)
che somma i canali di preamplificazione in mono, un'attenzione
non trascurabile destinata agli ormai molti possessori di
minidiffusori di qualità con subwoofer attivo, o
che vogliano così completare il loro sistema di altoparlanti.
L'uscita è a gamma intera, dunque andrà filtrata
mediante il crossover interno del sub.
La domanda che ci si pone, osservando un apparecchio di
tal fatta, è se sia ancora possibile, in tema di
circuitazioni valvolari, progettare qualcosa di originale.
Beh, la domanda è impegnativa e potrebbe avere mille
risposte, tutte in contraddizione tra di loro, ma sta di
fatto che Audio Research è riuscita a fare qualcosa
di nuovo anche da questo punto di vista. La casa definisce
la circuitazione del VSi55 come "Classe AB1 arricchita",
e l'arricchimento è dato dalla corrente di riposo,
decisamente più alta di quanto non avvenga con le
convenzionali circuitazioni in Classe AB: il bias delle
quattro valvole 6550 di amplificazione, è impostato
a 65mA, un valore decisamente alto. Date queste premesse,
non è presente un circuito di "standby"
con pre-riscaldamento dei filamenti dei tubi, e la casa
sconsiglia di tenere l'ampli costantemente acceso, come
si fa il più delle volte con i valvolari. La durata
dichiarata dei tubi, con il suddetto valore di corrente
di riposo, è di 2000 ore, e chi sa quale sia il costo
di un quartetto di 6550 (accoppiate-in questo caso- parzialmente
a catodo) ben si rende conto di come questo tempo apparentemente
infinito, voli via assai rapidamente. Ancora la casa consiglia,
dunque, di pre-riscaldare per un'oretta l'ampli onde ottenere
i migliori risultati di cui è capace.
La sezione d'ingresso circuitata in classe A, e quella driver,
impiegano tre tubi SN1P (con alimentazione di riscaldamento
regolata in continua). Essendo passiva la circuitazione
di controllo, la circuitazione attiva beneficia di un incremento
di guadagno, rispetto al finale VT 100, di 7 dB. Un sistema
semplice e brillante per ovviare alla fiacchezza tipica
delle preamplificazioni passive.

All'atto
dell'accensione si inserisce automaticamente un circuito
di silenziamento, che protegge i diffusori da eventuali
rumori indesiderati, per i 30 secondi che occorrono ai tubi
per raggiungere la temperatura di funzionamento. Esaurito
tale tempo di sicurezza l'apparecchio è pronto per
funzionare, e la prima cosa che si fa notare è l'estrema
silenziosità della circuitazione, tale da far supporre
di aver a che fare con un'amplificazione a stato solido.
Il mio primo approccio all'ascolto con l'Audio Research
VSi55 non è stato dei più felici: fatta passare
l'ora di pre-riscaldamento consigliata ho messo sul giradischi
la versione LP-HQ di Classic Records di "Runaway with
Me" di Norah Jones, un disco che da un paio di mesi
sto usando spesso, in grazia della bontà dell'incisione.
Dire che sono rimasto perplesso dal risultato è dire
poco: la voce appariva impastata e a tratti persino distorta,
il basso se ne andava a zonzo per la stanza, insomma, praticamente
un disastro. Se c'è una cosa che bisogna abbandonare
quando si fa questo mestiere, sono le sicurezze. Dunque
via Norah Jones, spazio a Miles Davis ( beh, comunque un'altra
classe!) ma né con " Kind of Blue" sempre
in edizione Classic Records, né con "Someday
My Prince Will Come" in edizione OMR le cose sono cambiate.
Passiamo allora a cose insieme più semplici e più
complesse. Via il giradischi, dentro il CD: Dire Straits
( Love Over Gold), Emerson Lake and Palmer (Trilogy), Jethro
Tull ( Thick As A Brick). Niente, un suono appena discreto,
certamente non riconducibile a quanto (e tanto) ho conosciuto
sin'ora di Audio Research. E sì che il finale V55
l'ho ascoltato e a lungo. Possibile che abbiano sbagliato
così drammaticamente una sezione di preamplificazione,
in fondo assai semplice, e che a farlo siano stati i "maghi
del preamplificatore"? Forse non va d'accordo con le
Tannoy. Attacco dunque le Minus Habens, che sin'ora non
m'hanno mai tradito: peggio che andar di notte.
OK, calma e gesso, riflettiamo: l'apparecchio è nuovo
di pacca, evidentemente va rodato, ma non posso credere
(sebbene abbia assistito a rivolgimenti anche notevolissimi
da questo punto di vista) che l'assenza di "chilometri
macinati" possa penalizzare così tanto un amplificatore.
Riattacco le Tannoy e decido di lasciarlo acceso tutta la
notte. Il giorno dopo ho da fare, e mi dimentico che l'ampli
è ancora acceso. Passa un'altra notte, un'altra mattina,
e finalmente ricomincia la seduta d'ascolto. Non posso credere
alle mie orecchie: non dico dalla notte al giorno, dico
proprio un altro mondo, un altro amplificatore. Ricominciamo
da capo. Norah Jones: eccellente, assolutamente eccellente,
la voce è insieme calda e cristallina, sparita tutta
la grana (e sì che era grossa!) il contrabbasso profondo,
corposo e granitico, il pianoforte lucido, il suo contenuto
armonico disteso con naturalezza ed abbondanza. E la tromba
di Miles, e il Sax di Coltrane
Adesso mi sorge un altro
dubbio. E se il VSi55 avesse necessità di suonare
da caldissimo? Beh, sarebbe un bel problema visto il discorso
fatto sulla durata delle valvole. Dunque lo spengo, passo
ad altro e lo riaccendo solo il giorno successivo. Non aspetto
nemmeno l'ora "stabilita" di pre-riscaldamento.
Suona esattamente come ieri, certo è un po' freddo
e qua e là si avverte qualche sporadica spigolosità,
ma non appena comincia a scaldarsi tornano le "sensazioni
forti" già provate. Beh, io non saprei più
tenere il conto di quante amplificazioni sono passate in
tutti questi anni al vaglio delle mie orecchie, ma a meno
che la memoria non inizi a farmi decisamente cilecca, non
avevo mai sentito un'elettronica avvantaggiarsi in maniera
così marcata di un - nemmeno particolarmente lungo-
rodaggio. Dunque un consiglio: se andate ad ascoltare questo
apparecchio in un negozio, assicuratevi che abbia suonato
o che quanto meno sia stato in precedenza acceso per una
giornata buona.

Ora che l'ARC VSi55 è pronto per la bisogna, mi rendo
conto che è uno di quegli apparecchi (come pure lo
è il McIntosh MA 6500 provato su queste stesse pagine)
che non sono fatti per essere "testati", semplicemente
perché sull'ascolto "critico" vince l'ascolto
puro, la voglia di ascoltare musica senza starsi a far troppe
domande, e scoprendo che le risposte vengono, comunque,
per conto loro. Ed è un problema sintetizzarle sulla
carta, perché ad ogni disco, ad ogni brano, scopri
qualcosa di nuovo e di eccitante.
L'ARC VSi55 è un amplificatore integrato che fa un
po' passare la voglia di spendere i soldi per aver la rogna
di due telai separati, che occupano spazio, che richiedono
un cablaggio adeguato etc. I suoi 50 watt dichiarati appaiono
decisamente muscolosi e se pilota le sensibili Tannoy Berkley
con un soffio, non soffre minimamente, anzi, con le "dure"
Minus Habens, quando ha fatto oltremodo muovere i loro coni
dei woofer, e saturato la stanza di musica, ci si accorge
che ne ha ancora per muoverne, altrettanto efficacemente,
un'altra coppia e forse ancora un'altra.

Indubbiamente questo aspetto muscolare e dinamico colpisce
immediatamente. L'integrato ARC è capace di vera
e propria "violenza" sonora, anche con le incisioni
a dinamica più esasperata (si, ci potete riprodurre
anche i famigerati cannoni della "1812 Telarc"),
ma è una violenza "educata", da grande
conoscitore di arti marziali: viene espressa solo quando
occorre, e facendo ricorso ai celebrati guanti di velluto
in cui si cela il pugno di ferro. La gamma bassa è
solida, articolatissima, estesa, la gamma media è
uno spettacolo di scioltezza e chiarezza, la gamma acuta
non fa il verso ai valvolari d'antan, ma nemmeno agli stato
solido moderni. Dipinge, non fotografa, ma lo fa con una
veridicità ed una credibilità di tratto e
di colori assolutamente ammirevole. Timbrica sana, dolce
ma non zuccherosa, e, soprattutto, plasticità. Una
plasticità davvero fuori dall'ordinario, che modella
con morbidezza e decisione gli elementi nella scena, e,
grazie al supporto dell'eccellente dinamica, li fa emergere
dallo spazio, donando loro una presenza tanto importante
quanto poco invadente. Poco importa, a questo punto, se
l'immagine non è spietatamente focalizzata, come
avviene nei migliori integrati a stato solido. Se il termine
"musicalità" ha davvero un senso, beh,
allora è il caso di impiegarlo, sottolineandolo,
per questo splendido esempio di amplificazione integrata.
Attendetevi aggiornamenti (vantaggi della poco romantica,
ma assai pratica, "carta virtuale").