 |
Audial
AYA II di Igor Zamberlan
“Il DAC di Pedja”. Credo che sia
stato così, come molti altri
utenti di Internet di lungo corso che si interessano di alta
fedeltà a vari livelli, che ho sentito per la prima volta
parlare di Pedja Rogic. Credo che il suo primo schema di DAC sia
apparso sulla rete intorno al 2003/2004; già c’era più di
qualcosa di quello che è dentro il convertitore di cui vi sto
parlando. P. Rogic è stato fra i “pionieri” dei convertitori
digitali/analogici non oversampling da autocostruire, infatti; si
è sempre concentrato sul TDA1541A, anche se credo abbia anche
pubblicato qualcosa con il TDA1543. Ci sono state, certo, delle
varianti; ci sono state schede in vendita, trasformatori di
alimentazione più o meno ufficiali, eccetera. Ci sono stati
tantissimi messaggi nei vari forum più o meno di autocostruzione
in giro per il mondo (oggi P. Rogic ha la sua sezione sul forum
diyhifi.org, un posto che accoglie altri personaggi che hanno molte
cose interessanti da dire e una grande esperienza di progettazione
hi-fi, sempre che cose simili vi interessino – occhio che potreste
avere alcune convinzioni leggermente scosse).
Poi a febbraio 2006 Rogic ha deciso
di aprire un’azienda, Audial, e di
cominciare a commercializzare dei prodotti. L’AYA II è uno dei
primi (penso il secondo, ma il primo non era l’AYA I o l’AYA-e-basta,
grazie per averlo chiesto; credo sia stato il The Model. Del suo erede
Model S parleremo un’altra volta).
Per essere un’azienda sul mercato
da poco più di tre anni,
Audial ha una gamma piuttosto articolata. Ha pure due sezioni: una per
i prodotti finiti, che oggi sono tre convertitori D/A, e una per i kit,
che oggi sono un convertitore D/A, uno stadio di amplificazione in
tensione configurabile anche come buffer e un regolatore a componenti
discreti per alte correnti. In una specie di intervista, su cui baso in
parte questa introduzione, Pedja Rogic mi ha detto che i DAC restano
una parte per lui fondamentale, ma che in futuro si potranno aggiungere
altri prodotti anche alla sezione prodotti finiti della sua azienda. In
ogni caso, durante il periodo della prova ciò che si è
aggiunto a quella sezione è stato un altro DAC, l’AYA III, molto
simile all’AYA II in prova (si potrebbe quasi dire che la mia prova
riguarda anche l’AYA III, ma diciamo che sto scherzando).
In ogni caso, l’AYA II. E’, come
tutti i DAC per cui P. Rogic è
noto, non oversampling. Gli ho chiesto perché. Mi ha spiegato
che l’ideale sarebbe se i dischi fossero registrati e venduti con una
frequenza di campionamento oltre i 200 kHz, cosa che eliminerebbe la
necessità di un filtro – ma anche lui ha lasciato la speranza
che una cosa simile possa succedere, in una forma qualsiasi, in modo
significativo, in tempi ragionevoli (la mia sensazione è che non
succederà mai, ma non è qui che ne voglio parlare). Dato
ciò, e dato che lui percepisce sempre una qualche forma di
artificiosità quando c’è un filtro digitale, lui
preferisce, per i suoi prodotti e per i suoi progetti personali, non
utilizzare un filtro.
L’AYA II è la derivazione
attuale del “Pedja’s DAC” che era, da
tempo, noto su Internet. La versione 2.0 dell’AYA, di cui qualcuno ha
ancora lo schema, non è l’AYA II, comunque: quel II sta a
significare che questo oggetto è proprio una nuova versione,
come una “major release” in informatica.
Dando un’occhiata alla letteratura
e all’interno del DAC, mi sono reso
conto che manca una cosa che da un po’ di tempo si trovava sugli schemi
dei DAC di Pedja (e che mi ha sempre lasciato un po’ perplesso),
cioè un sistema di reclock asincrono. Ho chiesto anche questo:
Pedja mi ha spiegato che quel tipo di circuito lo riserva
all’autocostruzione, perché in un oggetto commerciale una cosa
che aumenta il jitter in termini assoluti è svantaggiosa, anche
se può essere positiva dal punto di vista sonoro (alcuni tipi di
reclock asincrono aggiungono solo jitter casuale, simile al dither: ma
è proprio l’incremento della cifra del jitter che sarebbe, nelle
parole di Pedja, l’equivalente di un ampli single ended a valvole a
metà anni ’70, con la guerra delle specifiche di distorsione
armonica in corso). Mi ha anche detto che, nell’oggetto commerciale, la
sua idea è quella di non usare alcun particolare sistema di
riduzione del jitter, ma di affidarsi ad un’implementazione corretta
del ricevitore in ingresso; il CS8414, che utilizza, riesce a
raggiungere una cifra complessiva di jitter nettamente più bassa
di quella delle specifiche della Crystal (credo che questa cosa sia
stata anche dimostrata da John Westlake nei forum di autocostruzione).
La sua posizione generale, con cui concordo (ma c'è poco da
concordare: è dura tecnica), è che non esista
nessun tipo di antijitter (in tempo reale o semi-reale: se poi parliamo
di buffering lunghi l’intero disco il discorso ovviamente cambia…) che
elimini totalmente l’influsso della qualità di ciò che
arriva in ingresso. Detto tra parentesi, non so se avete mai
pensato a
come funzionano i buffer fino a pochi secondi di durata: per essere
sicuri che il buffer non si svuoti (in un oggetto commerciale, un
dropout non è un’opzione), occorre controllare la frequenza del
segnale in ingresso e correlarla alla frequenza in uscita. Frittata
fatta, anche questo a quel punto può essere solo un filtro
anti-jitter, non è più un decorrelatore totale. Chiusa
parentesi.
Quindi, tornando a quanto sopra, alla fine, secondo Pedja,
ciò che definisce la necessità di un reclocking è
il segnale in ingresso, la sua qualità – per esempio, i PLL
tendono ad aumentare il jitter a bassa frequenza, anche se diminuiscono
la quantità assoluta di jitter, il che li rende, secondo lui,
buoni candidati per migliorare le attuali implementazioni della USB, ma
non per i ricevitori S/PDIF attualmente in uso (comunque il
jitter a bassa frequenza sembra correlare con un peggioramento del
suono).
A proposito della USB, l’AYA II ha
un ingresso di questo tipo.
Però l’AYA III non ce l’ha (ed è la principale differenza
fra l’AYA II e l’AYA III, oltre a piccoli aggiustamenti circuitali e a
un
telaio molto più bello per il III). Né ce l’ha il Model
S, mentre il precedente Model ce l’aveva. Ovvio che ho dovuto chiedere
a Pedja se c’è da leggere qualche messaggio in questa tendenza.
La sua risposta è stata che no, che lui resta convinto che il
futuro sia il PC come meccanica, ma che le attuali implementazioni
della USB non sono soddisfacenti (lo sono ancora meno con alcuni
convertitori DA, il TDA1541A che lui usa è fra quelli che
sembrano essere colpiti negativamente dal tipo di jitter che la USB si
porta dietro). Però pensa che l’interfaccia sarà la USB,
mi ha accennato a possibili novità in un futuro abbastanza
prossimo. Anche qui concordo e penso sia furbo - a meno di non
investire in alcune particolari soluzioni o di non volersi avventurare
in contesti che a me ricordano più l'autocostruzione e la
sperimentazione che l'ascolto puro - stare alla finestra in attesa che
una serie di problemi siano risolti (ammesso che sia interesse
risolverli, ammesso che sia interesse vendere più contenuti
lossless almeno a risoluzione CD: se si comincia subito ad
accontentarsi potrebbe non succedere nulla di tutto ciò. Ne
parleremo in modo più diffuso.
Un altro elemento caratterizzante
delle realizzazioni e degli schemi di
Rogic e di Audial è che lo stadio d’uscita è privo di
controreazione, anche quando è implementato a monolitici (come
in questo AYA II) o in modo ibrido monolitici/discreti (come nel Model
S) oltre che quando è a discreti (The Model originale). La
chiave sta nell’utilizzo, come monolitico, del Burr Brown OPA861, che
non è un normale operazionale classico, ma un OTA (Operational
Transcondictance Amplifier), che non ha bisogno di controreazione per
funzionare correttamente e che ha una banda passante estremamente
ampia, e che quindi pare un ottimo candidato per l’utilizzo nella
conversione corrente/tensione.
Gli altri elementi che
contraddistinguono i DAC Audial riguardano la
cura delle alimentazioni (numerose, stabilizzate separatamente e
isolate fra loro), l’utilizzo di un trasformatore in ingresso e una
cura maniacale del layout delle schede.
I connettori sono di buona
qualità; il telaio dell’AYA II
è buono, ma un po’ utilitario (non paragonabile con quello del
Model S o, all’apparenza, con quello dell’AYA III). Probabilmente la
finitura è ottima, ma l’esemplare che mi è arrivato (un
demo molto vissuto) presentava un po’ di segni di uso, probabilmente.
Ascolto
Qualsiasi DAC non oversampling pone
qualche problema, dato che la
presentazione generale del suono è abbastanza diversa da quella
di un DAC o un lettore con sovracampionamento, a frequenza CD in
particolare, da rendere i confronti poco significativi. In un sistema
lineare, infatti, la differenza in termini di energia alle alte
frequenze è, almeno per me, a tutta prima sufficiente a
distogliere l’attenzione da qualsiasi altra considerazione. Tenendo
presente questo, ho comunque utilizzato le mie metodologie consuete
(convivenza a lungo termine, confronti a medio termine, confronti
serrati ripetuti), dando, per questa volta, vista l’esperienza
precedente con convertitori non oversampling, maggior peso ai risultati
dalla convivenza a lungo termine.
Cominciamo dal sistema in uso: per
questa prova è stato
perlopiù composto da meccaniche Marantz CD10 con scheda di clock
e uscita digitale diretta e Pioneer 656 modificato Audiopraise,
Il pre è stato prevalentemente lo Uesugi 18, anche se a volte ho
utilizzato il Tom Evans Vibe o il Threshold Fet Ten/hl. I finali sono
stati i Graaf GM 20 in configurazione mono. Diffusori i Merlin VSM MXe
(in un primo periodo Dynaudio Acoustics LS5/12). Cavi perlopiù T
Project Cable (potenza – in un primo periodo comunque questi erano i
van den Hul Revelation –, parzialmente interconnessione: la versione
è la Reference 7N), poi Wire World, Vacuum State, Boomerang;
cavi digitali White Gold o Shat (oltre a un vecchio cavo che mi era
stato dato quando ho acquistato quindici anni fa un’accoppiata
meccanica/DAC Lector terminato BNC/RCA e a un Apogee BNC/BNC). Il
sistema è collegato ad una linea di alimentazione dedicata e
utilizza filtri Black Noise (Extreme sulle sorgenti digitali e sul BAM
delle Merlin, 500 sul pre, Miniblack sui finali). La stanza dedicata
(di piccole dimensioni) è trattata con correttori e diffusori
Astri.
Ho un certo numero di DAC in casa
(il primo non oversampling che mi sia comprato,
l’Altmann Attraction, ha cambiato proprietario un po’ di tempo fa, in
ogni caso, ma lo ricordo sempre con piacere); nel periodo di prova del
DAC, comunque, la sorgente digitale principale è stata il
lettore Bel Canto PL-1a a cui accenno nella prova del DAC WBE.
Proprio con questi due oggetti ho
effettuato delle prove a confronto;
il DAC Audial non è uscito benissimo da tali confronti, per i
motivi di cui sopra. In particolare, rispetto al Bel Canto la
differenza in termini di energia in gamma altissima è parsa tale
da inficiare il confronto; rispetto al WBE, mancava parte del
dettaglio, soprattutto mancavano presenza e saturazione del colore
strumentale. Questo è ciò che ho percepito ad un
confronto diretto, nel primo periodo in cui ho avuto modo di prendere
in esame l’oggetto.
Poi, il DAC WBE tornato alla base
(e il sistema riconfigurato con le
Merlin e coi T-Project), il DAC Audial ha cominciato a sembrare molto
più a suo agio. Intanto, mi è parso superiore per finezza
e dettaglio agli altri non oversampling provati fino a quel momento.
Poi la scena ha smesso di sembrarmi troppo poco presente e mi è
parso riempirsi quel lieve senso di mancata presenza. Probabilmente una
questione di sinergie, forse anche di abitudine al suono del sistema
con il DAC Audial in linea. Alla fine… beh, alla fine ho preso il suo
fratello grande. Sotto vi spiego anche perché (no, la recensione
del fratello grande sarà nel prossimo numero).
Comunque, al di là del
deficit di energia nell’ottava più
alta (che comunque può pure arrivare ad essere un vantaggio in
molti sistemi, visto l’andazzo generale, di impianti e registrazioni,
verso un certo, uhm, sparamento delle alte frequenze – sì, lo
so, è un’equalizzazione senza avere in mano la manopola, ma da
un certo punto di vista sto leggermente cambiando opinione su alcune
cose, come si potrà intuire sotto), l’Audial non è
definibile “scuro”, almeno nelle mie
condizioni, almeno ascoltandolo a lungo termine. Anzi, sarà
forse l’assenza di controreazione, sarà forse l’uso del
TDA1541A, ma è sicuramente, a parte forse un breve ascolto con
un prototipo di Silvano Sivieri (Olimpia Audio) che usava lo stesso
TDA1541A (e a parte il Model S), il DAC non oversampling meno “scuro”
che io abbia sentito.
Probabilmente per gli stessi motivi, il DAC ha una bella precisione
nella ricostruzione del palcoscenico virtuale, che forse non è
larghissimo, ma che è profondo e ben delineato. In questo, e con
il media CD, utilizzando il Marantz come meccanica, si è
rivelato superiore al Bel Canto, che tende ad imporsi, come già
notavo nella recensione del WBE (peraltro la tendenza ad imporsi
è abbastanza tipica, nella mia esperienza, dei lettori normali
della generazione upsampling/post-upsampling di fascia elevata. Quelli
di fascia bassa variano di più, ma spesso hanno altri problemi).
Utilizzando il Pioneer, e soprattutto con l’oversampling x2 della
Audiopraise attivato, il suono assumeva caratteristiche poco gradevoli
(apparentemente si perdeva addirittura in volume, cosa poco probabile e
che non ho riscontrato con altri DAC: forse questo DAC risente
più di altri della qualità della meccanica, quindi occhio
anche a quello; il cavo digitale pare contare un po’ meno, ma è
anche vero che non avevo nessun cavo contemporaneamente di pedigree
audiophile comprovato e terminato BNC, o si verificava una condizione o
si verificava l’altra…).
Un po’ per volta, con l’uso e con
l’abitudine, ho capito che avrei
fatto fatica a rinunciare a questo tipo di suono, pur mancandomi, in
assoluto, qualcosa (magari un po’ più di dettaglio, comunque un
po’ più di colore strumentale, sempre quel filo di presenza: non
dimenticate, però, che questo è un DAC da 800 euro
più tasse e dazi, mentre il resto che avevo a disposizione era
decisamente più costoso). Questo tipo di suono, non impositivo,
forse non corretto in assoluto, ma comunque – nel caso dell’AYA II –
meno lontano di quello del non oversampling stereotipo dalla
correttezza, pare in grado di entrare dentro un po’ per volta, di
convincere intimamente più che di lasciare ammirati a breve.
Probabilmente è perché, come mi è capitato di dire
(non ricordo più se qui o altrove), ha i suoi punti di forza in
qualità considerate normalmente secondarie, la raffinatezza, la
fluidità, una velocità che sembra dare il tempo alla
musica di svilupparsi (va bene, se volete fare gli oggettivisti a tutti
i costi sto chiaramente delirando, ma sto cercando di descrivere delle
sensazioni…). Non viene nemmeno da pensare, ascoltandolo, a quanto sia
fermo e tirato il basso (che comunque è ottimo) o all’acuto
cristallino, o alla scena grande come Place de la Concorde: passa un
po’ in secondo piano, il tutto; ci si lascia prendere dalla musica, che
entra quasi di soppiatto. Vorreste chiedermi perché questo non
mi è capitato allo stesso modo con un oggetto che è
certamente superiore dal punto di vista strumentale (e direi anche in
assoluto, il fattore moltiplicativo cinque sul prezzo in parte è
dovuto alla diversa tipologia di distribuzione, ma per il resto
c'è) come il WBE? Intendiamoci: il WBE mi è piaciuto
tantissimo, ho scritto sopra del confronto diretto, dal quale l'AYA II
esce perdente. E' che non si riesce quasi mai a capire, a confronto
diretto, quali possano essere gli effetti a lungo termine, quelli della
convivenza. Lo so, è un argomento banale e abusato, ma è
uno di quelli che pare non si possa fare a meno di ribadire ad ogni
occasione. Non so, è come se qualcosa di più soggettivo,
anche selvaggiamente soggettivo (ma fino ad un certo punto, alcuni
degli argomenti a favore del non oversampling sono difendibili, a mio
giudizio) prendesse il sopravvento, sulla distanza. Non credo occorra
ricordare il caso delle amplificazioni valvolari di bassa potenza non
controreazionate, esempio abusato; non credo che l'unica spiegazione
del loro duraturo utilizzo da parte di audiofili anche molto esperti
sia la noia per il resto, o il fascino di certi personaggi gurueschi
(peraltro, sto diventando, in questo periodo, proprio mentre sto
apportando gli ultimi ritocchi a questo articolo, sempre più
utente anche di quelle; la mia diffidenza per i guru dell'audio
è sempre la stessa, però. Anzi, direi che con gli anni
sta diventando proprio insofferenza, tanto per loro quanto per certi
sentenziosi epigoni...).
Alla fine, questo DAC ha avuto il
merito di farmi riconciliare con il
formato a 16 bit e 44100 Hz, o quantomeno di farmi vedere che sarebbe
stato possibile, con appena qualcosa in più, arrivare a tanto: e
la prossima volta vi racconto come, alla fine, con il suo – decisamente
più costoso, è vero – si ottenga, secondo me,
l’equilibrio fra i due mondi (quello del non oversampling e quello
dell’oversampling). Mi verrebbe da dire che, se cercate un DAC non
oversampling non troppo costoso che
mantenga l’impronta tipica di quel tipo di suono, personalmente vi
consiglierei questo AYA II, o magari l’AYA III se non vi interessa –
come non
interessa a me – la USB. Il Model S è un'altra cosa (e un altro
racconto).
Non distribuito in Italia;
costruttore Audial (http://www.audialonline.com).
Prezzo: chiedere, circa 800/850 Euro più spedizione.
|
 |