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numero 32
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Audial AYA II di Igor Zamberlan



“Il DAC di Pedja”. Credo che sia stato così, come molti altri utenti di Internet di lungo corso che si interessano di alta fedeltà a vari livelli, che ho sentito per la prima volta parlare di Pedja Rogic. Credo che il suo primo schema di DAC sia apparso sulla rete intorno al 2003/2004; già c’era più di qualcosa di quello che è dentro il convertitore di cui vi sto parlando. P. Rogic è stato fra i “pionieri” dei convertitori digitali/analogici non oversampling da autocostruire, infatti; si è sempre concentrato sul TDA1541A, anche se credo abbia anche pubblicato qualcosa con il TDA1543. Ci sono state, certo, delle varianti; ci sono state schede in vendita, trasformatori di alimentazione più o meno ufficiali, eccetera. Ci sono stati tantissimi messaggi nei vari forum più o meno di autocostruzione in giro per il mondo (oggi P. Rogic ha la sua sezione sul forum diyhifi.org, un posto che accoglie altri personaggi che hanno molte cose interessanti da dire e una grande esperienza di progettazione hi-fi, sempre che cose simili vi interessino – occhio che potreste avere alcune convinzioni leggermente scosse).

Poi a febbraio 2006 Rogic ha deciso di aprire un’azienda, Audial, e di cominciare a commercializzare dei prodotti. L’AYA II è uno dei primi (penso il secondo, ma il primo non era l’AYA I o l’AYA-e-basta, grazie per averlo chiesto; credo sia stato il The Model. Del suo erede Model S parleremo un’altra volta).

Per essere un’azienda sul mercato da poco più di tre anni, Audial ha una gamma piuttosto articolata. Ha pure due sezioni: una per i prodotti finiti, che oggi sono tre convertitori D/A, e una per i kit, che oggi sono un convertitore D/A, uno stadio di amplificazione in tensione configurabile anche come buffer e un regolatore a componenti discreti per alte correnti. In una specie di intervista, su cui baso in parte questa introduzione, Pedja Rogic mi ha detto che i DAC restano una parte per lui fondamentale, ma che in futuro si potranno aggiungere altri prodotti anche alla sezione prodotti finiti della sua azienda. In ogni caso, durante il periodo della prova ciò che si è aggiunto a quella sezione è stato un altro DAC, l’AYA III, molto simile all’AYA II in prova (si potrebbe quasi dire che la mia prova riguarda anche l’AYA III, ma diciamo che sto scherzando).


In ogni caso, l’AYA II. E’, come tutti i DAC per cui P. Rogic è noto, non oversampling. Gli ho chiesto perché. Mi ha spiegato che l’ideale sarebbe se i dischi fossero registrati e venduti con una frequenza di campionamento oltre i 200 kHz, cosa che eliminerebbe la necessità di un filtro – ma anche lui ha lasciato la speranza che una cosa simile possa succedere, in una forma qualsiasi, in modo significativo, in tempi ragionevoli (la mia sensazione è che non succederà mai, ma non è qui che ne voglio parlare). Dato ciò, e dato che lui percepisce sempre una qualche forma di artificiosità quando c’è un filtro digitale, lui preferisce, per i suoi prodotti e per i suoi progetti personali, non utilizzare un filtro.


L’AYA II è la derivazione attuale del “Pedja’s DAC” che era, da tempo, noto su Internet. La versione 2.0 dell’AYA, di cui qualcuno ha ancora lo schema, non è l’AYA II, comunque: quel II sta a significare che questo oggetto è proprio una nuova versione, come una “major release” in informatica.


Dando un’occhiata alla letteratura e all’interno del DAC, mi sono reso conto che manca una cosa che da un po’ di tempo si trovava sugli schemi dei DAC di Pedja (e che mi ha sempre lasciato un po’ perplesso), cioè un sistema di reclock asincrono. Ho chiesto anche questo: Pedja mi ha spiegato che quel tipo di circuito lo riserva all’autocostruzione, perché in un oggetto commerciale una cosa che aumenta il jitter in termini assoluti è svantaggiosa, anche se può essere positiva dal punto di vista sonoro (alcuni tipi di reclock asincrono aggiungono solo jitter casuale, simile al dither: ma è proprio l’incremento della cifra del jitter che sarebbe, nelle parole di Pedja, l’equivalente di un ampli single ended a valvole a metà anni ’70, con la guerra delle specifiche di distorsione armonica in corso). Mi ha anche detto che, nell’oggetto commerciale, la sua idea è quella di non usare alcun particolare sistema di riduzione del jitter, ma di affidarsi ad un’implementazione corretta del ricevitore in ingresso; il CS8414, che utilizza, riesce a raggiungere una cifra complessiva di jitter nettamente più bassa di quella delle specifiche della Crystal (credo che questa cosa sia stata anche dimostrata da John Westlake nei forum di autocostruzione). La sua posizione generale, con cui concordo (ma c'è poco da concordare: è dura tecnica), è che non esista nessun tipo di antijitter (in tempo reale o semi-reale: se poi parliamo di buffering lunghi l’intero disco il discorso ovviamente cambia…) che elimini totalmente l’influsso della qualità di ciò che arriva in ingresso.  Detto tra parentesi, non so se avete mai pensato a come funzionano i buffer fino a pochi secondi di durata: per essere sicuri che il buffer non si svuoti (in un oggetto commerciale, un dropout non è un’opzione), occorre controllare la frequenza del segnale in ingresso e correlarla alla frequenza in uscita. Frittata fatta, anche questo a quel punto può essere solo un filtro anti-jitter, non è più un decorrelatore totale. Chiusa parentesi.

Quindi, tornando a quanto sopra, alla fine, secondo Pedja, ciò che definisce la necessità di un reclocking è il segnale in ingresso, la sua qualità – per esempio, i PLL tendono ad aumentare il jitter a bassa frequenza, anche se diminuiscono la quantità assoluta di jitter, il che li rende, secondo lui, buoni candidati per migliorare le attuali implementazioni della USB, ma non per i ricevitori S/PDIF attualmente in uso (comunque  il jitter a bassa frequenza sembra correlare con un peggioramento del suono).





A proposito della USB, l’AYA II ha un ingresso di questo tipo. Però l’AYA III non ce l’ha (ed è la principale differenza fra l’AYA II e l’AYA III, oltre a piccoli aggiustamenti circuitali e a un telaio molto più bello per il III). Né ce l’ha il Model S, mentre il precedente Model ce l’aveva. Ovvio che ho dovuto chiedere a Pedja se c’è da leggere qualche messaggio in questa tendenza. La sua risposta è stata che no, che lui resta convinto che il futuro sia il PC come meccanica, ma che le attuali implementazioni della USB non sono soddisfacenti (lo sono ancora meno con alcuni convertitori DA, il TDA1541A che lui usa è fra quelli che sembrano essere colpiti negativamente dal tipo di jitter che la USB si porta dietro). Però pensa che l’interfaccia sarà la USB, mi ha accennato a possibili novità in un futuro abbastanza prossimo. Anche qui concordo e penso sia furbo - a meno di non investire in alcune particolari soluzioni o di non volersi avventurare in contesti che a me ricordano più l'autocostruzione e la sperimentazione che l'ascolto puro - stare alla finestra in attesa che una serie di problemi siano risolti (ammesso che sia interesse risolverli, ammesso che sia interesse vendere più contenuti lossless almeno a risoluzione CD: se si comincia subito ad accontentarsi potrebbe non succedere nulla di tutto ciò. Ne parleremo in modo più diffuso.

Un altro elemento caratterizzante delle realizzazioni e degli schemi di Rogic e di Audial è che lo stadio d’uscita è privo di controreazione, anche quando è implementato a monolitici (come in questo AYA II) o in modo ibrido monolitici/discreti (come nel Model S) oltre che quando è a discreti (The Model originale). La chiave sta nell’utilizzo, come monolitico, del Burr Brown OPA861, che non è un normale operazionale classico, ma un OTA (Operational Transcondictance Amplifier), che non ha bisogno di controreazione per funzionare correttamente e che ha una banda passante estremamente ampia, e che quindi pare un ottimo candidato per l’utilizzo nella conversione corrente/tensione.




Gli altri elementi che contraddistinguono i DAC Audial riguardano la cura delle alimentazioni (numerose, stabilizzate separatamente e isolate fra loro), l’utilizzo di un trasformatore in ingresso e una cura maniacale del layout delle schede.

I connettori sono di buona qualità; il telaio dell’AYA II è buono, ma un po’ utilitario (non paragonabile con quello del Model S o, all’apparenza, con quello dell’AYA III). Probabilmente la finitura è ottima, ma l’esemplare che mi è arrivato (un demo molto vissuto) presentava un po’ di segni di uso, probabilmente.


Ascolto

Qualsiasi DAC non oversampling pone qualche problema, dato che la presentazione generale del suono è abbastanza diversa da quella di un DAC o un lettore con sovracampionamento, a frequenza CD in particolare, da rendere i confronti poco significativi. In un sistema lineare, infatti, la differenza in termini di energia alle alte frequenze è, almeno per me, a tutta prima sufficiente a distogliere l’attenzione da qualsiasi altra considerazione. Tenendo presente questo, ho comunque utilizzato le mie metodologie consuete (convivenza a lungo termine, confronti a medio termine, confronti serrati ripetuti), dando, per questa volta, vista l’esperienza precedente con convertitori non oversampling, maggior peso ai risultati dalla convivenza a lungo termine.



Cominciamo dal sistema in uso: per questa prova è stato perlopiù composto da meccaniche Marantz CD10 con scheda di clock e uscita digitale diretta e Pioneer 656 modificato Audiopraise,  Il pre è stato prevalentemente lo Uesugi 18, anche se a volte ho utilizzato il Tom Evans Vibe o il Threshold Fet Ten/hl. I finali sono stati i Graaf GM 20 in configurazione mono. Diffusori i Merlin VSM MXe (in un primo periodo Dynaudio Acoustics LS5/12). Cavi perlopiù T Project Cable (potenza – in un primo periodo comunque questi erano i van den Hul Revelation –, parzialmente interconnessione: la versione è la Reference 7N), poi Wire World, Vacuum State, Boomerang; cavi digitali White Gold o Shat (oltre a un vecchio cavo che mi era stato dato quando ho acquistato quindici anni fa un’accoppiata meccanica/DAC Lector terminato BNC/RCA e a un Apogee BNC/BNC). Il sistema è collegato ad una linea di alimentazione dedicata e utilizza filtri Black Noise (Extreme sulle sorgenti digitali e sul BAM delle Merlin, 500 sul pre, Miniblack sui finali). La stanza dedicata (di piccole dimensioni) è trattata con correttori e diffusori Astri.

Ho un certo numero di DAC in casa (il primo non oversampling che mi sia comprato, l’Altmann Attraction, ha cambiato proprietario un po’ di tempo fa, in ogni caso, ma lo ricordo sempre con piacere); nel periodo di prova del DAC, comunque, la sorgente digitale principale è stata il lettore Bel Canto PL-1a a cui accenno nella prova del DAC WBE.



Proprio con questi due oggetti ho effettuato delle prove a confronto; il DAC Audial non è uscito benissimo da tali confronti, per i motivi di cui sopra. In particolare, rispetto al Bel Canto la differenza in termini di energia in gamma altissima è parsa tale da inficiare il confronto; rispetto al WBE, mancava parte del dettaglio, soprattutto mancavano presenza e saturazione del colore strumentale. Questo è ciò che ho percepito ad un confronto diretto, nel primo periodo in cui ho avuto modo di prendere in esame l’oggetto.

Poi, il DAC WBE tornato alla base (e il sistema riconfigurato con le Merlin e coi T-Project), il DAC Audial ha cominciato a sembrare molto più a suo agio. Intanto, mi è parso superiore per finezza e dettaglio agli altri non oversampling provati fino a quel momento. Poi la scena ha smesso di sembrarmi troppo poco presente e mi è parso riempirsi quel lieve senso di mancata presenza. Probabilmente una questione di sinergie, forse anche di abitudine al suono del sistema con il DAC Audial in linea. Alla fine… beh, alla fine ho preso il suo fratello grande. Sotto vi spiego anche perché (no, la recensione del fratello grande sarà nel prossimo numero).

Comunque, al di là del deficit di energia nell’ottava più alta (che comunque può pure arrivare ad essere un vantaggio in molti sistemi, visto l’andazzo generale, di impianti e registrazioni, verso un certo, uhm, sparamento delle alte frequenze – sì, lo so, è un’equalizzazione senza avere in mano la manopola, ma da un certo punto di vista sto leggermente cambiando opinione su alcune cose, come si potrà intuire sotto), l’Audial non è definibile “scuro”, almeno nelle mie condizioni, almeno ascoltandolo a lungo termine. Anzi, sarà forse l’assenza di controreazione, sarà forse l’uso del TDA1541A, ma è sicuramente, a parte forse un breve ascolto con un prototipo di Silvano Sivieri (Olimpia Audio) che usava lo stesso TDA1541A (e a parte il Model S), il DAC non oversampling meno “scuro” che io abbia sentito. Probabilmente per gli stessi motivi, il DAC ha una bella precisione nella ricostruzione del palcoscenico virtuale, che forse non è larghissimo, ma che è profondo e ben delineato. In questo, e con il media CD, utilizzando il Marantz come meccanica, si è rivelato superiore al Bel Canto, che tende ad imporsi, come già notavo nella recensione del WBE (peraltro la tendenza ad imporsi è abbastanza tipica, nella mia esperienza, dei lettori normali della generazione upsampling/post-upsampling di fascia elevata. Quelli di fascia bassa variano di più, ma spesso hanno altri problemi). Utilizzando il Pioneer, e soprattutto con l’oversampling x2 della Audiopraise attivato, il suono assumeva caratteristiche poco gradevoli (apparentemente si perdeva addirittura in volume, cosa poco probabile e che non ho riscontrato con altri DAC: forse questo DAC risente più di altri della qualità della meccanica, quindi occhio anche a quello; il cavo digitale pare contare un po’ meno, ma è anche vero che non avevo nessun cavo contemporaneamente di pedigree audiophile comprovato e terminato BNC, o si verificava una condizione o si verificava l’altra…).



Un po’ per volta, con l’uso e con l’abitudine, ho capito che avrei fatto fatica a rinunciare a questo tipo di suono, pur mancandomi, in assoluto, qualcosa (magari un po’ più di dettaglio, comunque un po’ più di colore strumentale, sempre quel filo di presenza: non dimenticate, però, che questo è un DAC da 800 euro più tasse e dazi, mentre il resto che avevo a disposizione era decisamente più costoso). Questo tipo di suono, non impositivo, forse non corretto in assoluto, ma comunque – nel caso dell’AYA II – meno lontano di quello del non oversampling stereotipo dalla correttezza, pare in grado di entrare dentro un po’ per volta, di convincere intimamente più che di lasciare ammirati a breve. Probabilmente è perché, come mi è capitato di dire (non ricordo più se qui o altrove), ha i suoi punti di forza in qualità considerate normalmente secondarie, la raffinatezza, la fluidità, una velocità che sembra dare il tempo alla musica di svilupparsi (va bene, se volete fare gli oggettivisti a tutti i costi sto chiaramente delirando, ma sto cercando di descrivere delle sensazioni…). Non viene nemmeno da pensare, ascoltandolo, a quanto sia fermo e tirato il basso (che comunque è ottimo) o all’acuto cristallino, o alla scena grande come Place de la Concorde: passa un po’ in secondo piano, il tutto; ci si lascia prendere dalla musica, che entra quasi di soppiatto. Vorreste chiedermi perché questo non mi è capitato allo stesso modo con un oggetto che è certamente superiore dal punto di vista strumentale (e direi anche in assoluto, il fattore moltiplicativo cinque sul prezzo in parte è dovuto alla diversa tipologia di distribuzione, ma per il resto c'è) come il WBE? Intendiamoci: il WBE mi è piaciuto tantissimo, ho scritto sopra del confronto diretto, dal quale l'AYA II esce perdente. E' che non si riesce quasi mai a capire, a confronto diretto, quali possano essere gli effetti a lungo termine, quelli della convivenza. Lo so, è un argomento banale e abusato, ma è uno di quelli che pare non si possa fare a meno di ribadire ad ogni occasione. Non so, è come se qualcosa di più soggettivo, anche selvaggiamente soggettivo (ma fino ad un certo punto, alcuni degli argomenti a favore del non oversampling sono difendibili, a mio giudizio) prendesse il sopravvento, sulla distanza. Non credo occorra ricordare il caso delle amplificazioni valvolari di bassa potenza non controreazionate, esempio abusato; non credo che l'unica spiegazione del loro duraturo utilizzo da parte di audiofili anche molto esperti sia la noia per il resto, o il fascino di certi personaggi gurueschi (peraltro, sto diventando, in questo periodo, proprio mentre sto apportando gli ultimi ritocchi a questo articolo, sempre più utente anche di quelle; la mia diffidenza per i guru dell'audio è sempre la stessa, però. Anzi, direi che con gli anni sta diventando proprio insofferenza, tanto per loro quanto per certi sentenziosi epigoni...).

Alla fine, questo DAC ha avuto il merito di farmi riconciliare con il formato a 16 bit e 44100 Hz, o quantomeno di farmi vedere che sarebbe stato possibile, con appena qualcosa in più, arrivare a tanto: e la prossima volta vi racconto come, alla fine, con il suo – decisamente più costoso, è vero – si ottenga, secondo me, l’equilibrio fra i due mondi (quello del non oversampling e quello dell’oversampling). Mi verrebbe da dire che, se cercate un DAC non oversampling non troppo costoso che mantenga l’impronta tipica di quel tipo di suono, personalmente vi consiglierei questo AYA II, o magari l’AYA III se non vi interessa – come non interessa a me – la USB. Il Model S è un'altra cosa (e un altro racconto).

Non distribuito in Italia; costruttore Audial (http://www.audialonline.com). Prezzo: chiedere, circa 800/850 Euro più spedizione.


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