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Diffusori
Genesis 7.1c Convertible di Domenico Pizzamiglio
Produttore: www.genesisloudspeakers.com
Distributore:
MONDO AUDIO, Dalmine, www.mondoaudio.it
Prezzo
4.200,00 € la coppia (+ 500,00 € per altre finiture)
Le piccole
sensazioni a volte indicano molto più delle grandi perché
scendono più nel profondo. Già! E a volte capitano delle
cose alle quali non sei preparato, cose che fanno nascere emozioni
forti che ti conquistano. Io, che in hi-end mi ritengo piuttosto
tetragono all’innamoramento (ma può sempre accadere,
benché la mia fedeltà a Magneplanar sia nota), mi trovo
ora ad ammettere una debolezza che mi colpisce spessissimo con la
musica, ma non con il freddo materiale per riprodurla.
Genesis
è un marchio piuttosto noto al mondo audiofilo; i suoi sistemi
più imponenti sono tra i sogni di un buon numero di
appassionati. Tuttavia Genesis in casa mia non era mai entrata; almeno
non sino a che il mio amico Dario – provetto navigatore Internet - mi
ha parlato del nuovo distributore di questo prestigioso marchio;
trovato il sito, ho visto alcune cose che mi avrebbero potuto attrarre
per un ascolto di qualcosa che fosse poco frequentato, ma attraente.
Detto fatto, ho contattato il distributore e ho chiesto di poter
provare una coppia di Genesis da stand e nel volgere di pochi giorni ho
avuto in casa queste 7.1c in una finitura tutto legno, con baffle
frontale in essenza più scura rispetto al corpo del mobile.
Ho esaminato
le casse, che lavorano in sospensione pneumatica, rilevando
posteriormente parecchi controlli (il sistema può essere
utilizzato in stereo, ma anche come elemento centrale in un sistema
A/V) quali: i connettori d’ingresso e quelli di connessione
all’eventuale subwoofer, l’interruttore di esclusione del tweeter
posteriore, il controllo per l’intensità del tweeter anteriore.
La cassa acustica ha dimensioni pari a 60 cm di altezza, 20 di
larghezza e 28 di profondità. La casa consiglia l’uso di
piedistalli da 60 cm di altezza. Il sistema prevede due woofer in
titanio da 13 cm di diametro, entrambi posti sulla faccia anteriore e
due tweeter a nastro circolare da 2.5 cm di diametro, uno anteriore ed
uno posteriore. Non è dichiarata la frequenza di crossover, ma
è dichiarata la massima tenuta in potenza (sino a 0,5 Kw con
amplificazioni a stato solido e scusate se è poco) e la risposta
in frequenza che va da 50 a 36.000 Hz in un intervallo di tre db.
Il mobile pare piuttosto sordo ed è assemblato ad incastro, in
modo da ridurre al minimo eventuali risonanze. La finitura è da
prodotto di buona classe e la collocazione in ambiente è facile
perché comunque le casse offrono un impatto frontale piuttosto
ridotto. Sono fornite le griglie anteriori che ho comunque preferito
togliere, benché il loro montaggio abbia solo attenuato, ma
poco, la gamma acuta.
Le casse, nel mio ambiente, sono state posizionate a 115 cm dalla
parete di fondo (nel manuale d’istruzioni, piuttosto completo, si dice
che sia meglio partire da 30 cm minimi, ricercando poi la giusta
distanza sino ad ottenere il miglior risultato; come a dire “io ti dico
di partire da qui; dove poi arrivare, sta a te deciderlo”) e con una
distanza tra di loro di due metri circa, con orientamento verso il
centro praticamente invisibile (ma c’è).
D’obbligo precisare che conoscendo i miei limiti di fotografo, faccio
le foto appena possibile e comunque prima di approfondire le
caratteristiche delle casse in prova; ecco perché le Magneplanar
risultano sempre presenti, ma di fatto vengono poi tolte da lì e
spostate altrove (l’operazione non è agevole perché i
piedi delle Maggies li ho fatti fare su misura e pesano qualche decina
di chili; quindi per spostare i pannelli devo stare a svitarli e poi
riavvitarli).
L’impianto usato; giradischi Musical Life Basic 40 con braccio Morch
DP6 e canna Precision Red, cavo braccio Cardas in argento, testine
Transfiguration Aria e Lyra Dorian, pre-fono American Hybrid Technology
–P Non Signature, lettore CD Astin-Trew AT 3500, preamplificatore
Lavardin Pre 6.2, finali NuForce Ref9SEV2, altoparlanti
Magneplanar MG 1.6, filtri di rete e multiprese Black Noise, cavi di
alimentazione Black Noise ed Ecosse, cavi di segnale custom, Audio Note
e altri.
Posizionate praticamente da subito come poi, lavorando un po’ e con
minimi spostamenti, sono rimaste per tutta la prova, mi sono reso conto
che la mia stanza sembra proprio nata in funzione degli altoparlanti
dipolari. Quei due tweeter posteriori sono stati spenti per non
più di due minuti; spegnerli vuol dire mortificare uno dei
parametri che maggiormente conquista in questi altoparlanti, ovvero la
credibilità della scatola sonora che si apre “da” e “dietro”
loro.
Prima di tutto voglio fare una precisazione; se è vero che
l’efficienza non è altissima e se è vero che la potenza
massima dichiarata come ammessa faccia impressione, non è
necessario spremere l’amplificazione all’inverosimile. La
capacità di restituire dettagli precisi e puntuali rimane anche
a basso volume. Comunque si sappia sin d’ora che la Genesis fa
amplificazioni cosiddette “digitali” che per il momento non ho potuto
provare ma che sembrano avvalorare la mia tesi che con i NuForce queste
Genesis vadano proprio d’accordo (e una prova con Spectral dice che si
può comunque provare anche con altro).
Come partenza, ho scelto un pianoforte, quello di Ivo Pogorelic nel CD
dedicato a Brahms su DGG. Il timbro del pianoforte è subito
apparso lucente eppure naturale, con una bella sensazione di scena, di
espansione dei suoni, anche verticalmente (le casse appaiono piuttosto
alte, posto che tra cassa e piedistallo siamo a 120 cm di altezza
totale o quasi); la parte sinistra della tastiera non è
depauperata più di tanto ed è invece sembrata scendere
con semplicità, almeno sin dove le riesce. Una notevole
quantità di piccoli dettagli, di piccole sfumature timbriche si
è appalesata durante l’ascolto. Ho ascoltato due volte il cd per
aver conferma di quel che e mi domandavo se quel che ascoltavo fosse
mia invenzione o se fosse la realtà. Era realtà.
Dimensionalmente, alzando molto il volume, si stenta a riportare il
pianoforte nella stanza, ma non credo sia questo quel che si chiede ad
un diffusore di questa filosofia, quanto il riportare una buona
riproposizione di quel che si potrebbe avere in una sala da concerto:
un bel quadro, piuttosto dettagliato, anche se non quanto una
fotografia. Insomma, la differenza emotiva che passa tra una foto e un
dipinto. Togliere l’emissione dei due tweeter posteriori significa
vedere la fotografia ovvero togliere il 50% dell’emozione che queste
casse sanno offrire. Suonano sempre bene, tonalmente accurate,
timbricamente credibili, ma si perde una bella fetta di magia.
Tastiera per tastiera, provo con l’organo. I sei corali Schubler di
Bach nell’esecuzione di Marie Claire Alain su Erato. Il basso è
tagliato nella sua porzione più bassa, sicuramente, ma rimane
credibile perché sino a dove scendono, questi diffusori lo fanno
bene, con controllo e senza fastidiose code. Le canne piccole hanno
un’accuratezza timbrica di notevole spessore e la riproposizione dello
strumento nello spazio è ancora totalmente svincolata dagli
altoparlanti. Anche l’altezza della scena, pur non raggiungendo i
vertici delle Maggies, appare credibile. Come contraltare, provo gli
stessi brani con la registrazione di Fangius su BIS, registrazione
diversa dal punto di vista timbrico, più chiusa, meno vivida,
ripresa più da lontano. Le Genesis mostrano la differenza di
ripresa con la massima semplicità possibile, ad indicare il loro
grado di trasparenza.
Passo ad Arvo Pårt con il Fratres su Naxos. L’ho ascoltato due
volte: ho percepito alcune cose mai percepite prima in modo tanto
chiaro (e per svariate ragioni nell’ultimo anno ho “perso” anche troppo
tempo ad ascoltare questo disco, con impianti anche di buon pregio,
senza però percepire quel che ho sentito in casa con queste
Genesis i cui tweeter paiono veramente essere spietati con quel che sta
a monte, disco compreso). Per esempio quanto sia stentato l’attacco del
primo brano; con anche una leggerissima stonatura. Come la scena sia
sempre svincolata dai diffusori. Come le percussioni più piccole
siano veloci, dettagliate e come purtroppo quelle più
ingombranti che agiscono in gamma bassa siano invece un po’ leggere e
possano, soprattutto a volumi alti, suonare costipate. Da quei tweeter
non esce mai un suono meno che corretto, mai un accenno di fatica e
questo tenendo il controllo dei tweeter su flat. Non è un suono
dolce, questo no; è preciso, forse radiografante ma nel miglior
senso della parola, ovvero un accurato esame del segnale
cosicché se questo è buono, buona sarà la
riproduzione.
Con le Quattro Stagioni di Vivaldi ad opera del Drottingholm Ensamble
su BIS, mi rendo conto di alcune particolarità ulteriori di
questi altoparlanti che manifestano una sana propensione monitor
mescolata ad un aplomb di tutto rispetto. Il gruppo strumentale
è restituito con qualità timbrica, prospettica e dinamica
senz’altro appaganti. I due woofer caricati in sospensione pneumatica
restituiscono degli archi gravi non profondissimi ma credibili. Ad un
certo punto mi accorgo che l’alta risoluzione di cui sono capaci questi
tweeter lascia percepire chiaramente come a volte il violino solo Erik
Nielsen-Sparf si avvicini più del necessario al microfono di
ripresa perché lo strumento assume una connotazione timbrica
diversa e si modifica anche la resa spaziale e lo strumento tende a
rimpicciolirsi, aumentando però di volume. Unico appunto che
posso muovere è all’organo che disegna il basso continuo
nell’Inverno. Con le Magneplanar sono abituato a percepire l’aria che
carica le canne ed il suono che nasce con il ritardo naturale di un
normale organo a canne; con le Genesis lo sento corto e sento meno
questo ritardo. Ma mi pare normale; d’altro canto la colpa è mia
che non ho voluto il subwoofer che invece mi era stato proposto per la
prova del sistema completo. Tuttavia, la riproduzione non perde nulla
in godibilità.
La grande orchestra non è il patrimonio di diffusori di piccolo
litraggio. Con la Sinfonia n. 7 Antartica di Vaughan-Williams su Naxos
(quante registrazioni di qualità da questa economica etichetta),
il suono cresce di intensità senza difficoltà, ma la
sensazione di corpo rimane spesso indietro. Certo, la riproposizione
del palcoscenico virtuale è sempre credibile, naturale, ben
espansa, ma il suono è di fiato corto. In modo molto sincero,
queste casse acustiche vi dicono che sono arrivate alla fine delle loro
pur notevoli possibilità. In compenso, il timbro degli strumenti
non ferisce le orecchie neppure alzando il volume ben oltre il lecito.
Non senza pensare a chi mi ha instillato l’idea dell’incauto acquisto
(il nostro condirettore Igor Zamberlan), prendo dalla discoteca il CD
dei Dead Can Dance che contiene il brano che io chiamo “quello del
bécchino” (spiegazione: una signora, in quel brano, canta una
parola che sembra suonare come Sotramòrt, ovvero bécchino
in milanese. Poi non vorrà certo dire quello, ma sentita
l’atmosfera in cui quella parola viene cantata, il tutto suona molto
cimiteriale). Il volume inizia ad alzarsi in modo preoccupante; la
stanza si riempie di suoni, il basso pompa ma non scende abbastanza, ma
quel che mi lascia favorevolmente colpito è che comunque il
volume che riempie la stanza è molto alto, che continuo a non
localizzare le casse e che a quel volume il fronte sonoro appare molto
alto. Una prestazione interessante anche con un genere che pratico meno
degli altri. La Signora è nella stanza e urla le sue
ciaculatorie simil-muezzin senza nessuna forma di stress. Inizio a
pensare che la potenza massima retta da questo sistema non sia solo un
dato scritto sulla carta, anche perché i NuForce stranamente si
scaldano più del dovuto.
My funny Valentine del Manhattan Jazz Quintett è una gran bella
registrazione. Lo sapevo già prima e ne ho la conferma ora;
certo, i violenti colpi di grancassa che compaiono nell’omonimo brano,
mentre la tromba suona il suo intervento, non hanno la violenza che
sono solito percepire, ma se c’è un parametro al quale queste
Genesis non sono estranee, questo è la velocità. Fulminea
negli attacchi, naturale nei rilasci. Sarò stato odiato dal
vicinato perché il disco è stato tutto ascoltato a volume
molto alto visto che lo stress per le orecchie è ridotto al
minimo, mentre il coinvolgimento emotivo è notevole. Questo
disco fa parte del mio patrimonio personale, quello che io definisco
“il mio essere musicale”. Mi accompagna da tanti anni senza mai
stancarmi e ne sono anche moderatamente geloso perché non mi
piace dividerne l’ascolto con troppe persone. E poi è strano che
un parruccone baroccomane come me si lasci andare a generi più
moderni; ma quando la musica è bella, apre la mente e poi il
cuore (sempre che ci si voglia aprire).
A volte, però, si chiede alla musica di sollevare il morale, di
creare un momento di ilarità e cosa di meglio della scena degli
inni nazionali dal Viaggio a Reims di Rossini diretto da Abbado su
Fonit Cetra? Enzo Dara è cantante di eccellenti mezzi vocali e
di sicura capacità comica ed in scena dà il meglio di
sé, anche se in questa registrazione non ci fa mancare nulla. Il
suo Barone di Trombonok è veramente divertente e sottolinea gli
interventi degli altri interpreti con spirito (e con tanta, tanta
voce). Tutti i cantanti sono ben restituiti, dalla compianta Lucia
Valentini Terrani, Contessa Malibea, nel cui inno sento mancare solo la
perentorietà dei colpi assestati col piede sulle tavole in legno
del palcoscenico (la registrazione è stata effettuata in un
normale teatro), a Leo Nucci, a Francisco Araiza (la cui voce continua
a non farmi impazzire, nemmeno con le Genesis), la magnetica Contessa
di Folleville di Lella Cuberli e Lord Sidney delineato da Samuel Ramey
(forse Karajan aveva ragione nel dire che un cantante con tanti mezzi
vocali, fosse un po’ impacciato come interprete, ma quella voce ha
fascino da vendere). L’atmosfera del teatro, a condizione di non andare
a cercare volumi troppo alti, è preservata, fatta salva la prima
ottava che proprio latita; ma la bellezza delle voci (che ho tutte
ascoltate dal vivo negli anni passati) è preservata.
La Terza delle quattro Suites per Orchestra di Bach nell’esecuzione di
Pinnock su Archiv (vecchio vinile doppio, neppure digital, ma dalla
dinamica dirompente) regala l’emozione di un timpano veloce, secco come
un timpano d’epoca sa essere. Archi tutti timbricamente corretti e
trombe solo leggermente troppo aperte, con una scena ossigenata in modo
coerente a quanto uno si potrebbe aspettare.
Apro una parentesi: qualcuno avrà notato come nel frattempo
abbia aggiunto al parco testine una Lyra Dorian. La Skala no, ma questa
me la sono potuta comprare. Bene, l’ascolto comparato tra la
Transfiguration e la Lyra è stato fatto esaminando attentamente
la terza suite. Chiaramente la prova ha poi avuto conferma
sull’impianto personale completo delle Magneplanar, ma le piccole
Genesis avevano previamente evidenziato tutte le differenze che ci sono
tra queste due testine, ovvero quanto la Transfiguration sia
controllata, attenta alla minima sfumatura senza mai gettare in faccia
alcunché, tanto quanto la Lyra è molto più
“estroversa”, con un basso un po’ più turgido ed un acuto
più pronunciato ma senza mai essere stridente. Luminosa, direi.
Piccola foto della danzatrice con il suo compagno Mørch, foto
peraltro dovuta perché se penso a quella che compare nella prova
della Skala, provo vergogna.
A Night In Tunisia di Art Blakey and the Jazz Messenger, registrazione
“diretta” della Philips, anni 80, è un bel banco di prova. A
parte il suono dei piatti (me lo ha confermato un amico batterista, o
sarebbe meglio dire un Drummer) che appare sin troppo lucente e sia che
abbia usato la Lyra che la Transfiguration, tutti gli strumenti
appaiono ben delineati, con il solo limite dovuto alla risposta in
frequenza tagliata verso il basso profondo. Ma sino a dove arrivano,
queste casse si lasciano ascoltare e pure a volumi considerevoli. La
localizzazione degli strumenti può poi essere calibrata a
piacere. Se si spengono i tweeter posteriori la localizzazione è
molto spinta, tanto che ad un certo punto ho avuto l’impressione di
avere la tromba poco davanti a me. Accendendo i tweeter posteriori la
scena torna ad essere ampia, correttamente dilatata, più
naturale anche in altezza.
Nello
Jubilate Domino di Buxtehude (tratto da un vinile Accent intitolato
German Cantatas and Arias) si colgono tante piccole sfumature sia delle
due viole da gamba che dell’organo, ma soprattutto nella voce di
René Jacobs il cui timbro gutturale viene restituito fedelmente,
come fedelmente vengono restituiti i passaggi dalla voce di gola alla
voce di testa. Ho sempre trovato Jacobs un esecutore intelligente, in
grado di ben interpretare il testo cantato, anche se la voce, proprio
per quella tecnica di gola, non fosse il massimo della bellezza. Lo
ascoltai dal vivo tanti anni fa, quando i contralti maschi in Italia
ancora non erano notissimi (e infatti una signora seduta al mio fianco,
si piccava del suo francese e rilevava come sul programma vi fosse un
errore di ortografia, posto che mancava la seconda “e” che dopo quella
accentata, in francese, trasforma il nome René da Renato in
Renata. Peccato che a cantare fosse un maschio!), accompagnato da Jos
Van Immerseel all’organo ed al clavicembalo nella Cantoria di San
Maurizio al Monastero Maggiore, qui a Milano. Quel timbro così
gutturale mi è parso molto ben riprodotto dalle Genesis. La
prospettiva scenica in questo disco non è di quelle da
cardiopalma, e le Genesis lo confermano restituendo uno Jacobs
credibile per dimensione e statura, mentre le viole da gamba risultano
localizzate in modo confuso, come mi avevano confermato anche alcuni
ascolti fatti nel corso degli anni sia con il mio impianto che con
impianti di livello ben più elevato.
Di questo
disco vi parlo volentieri, ma non capiterà mai che nessuno di
voi possa dividerne con me l’ascolto perché c’è qualcosa
di profondamente personale che rimane nella mia mente come una delle
cose più belle mai capitate nella mia vita. Parlo del vinile
Telefunken con Cathy Barberian che canta musiche di Monteverdi
accompagnata dal Concentus Musicus Wien. Quella Lettera Amorosa che a
lei, avvezza alla musica moderna per essere stata moglie di Luciano
Berio, riusciva invece tanto bene. La sua voce a tratti afona e con
qualche accenno di nasalità (nel registro mediano spesso la
Barberian risultava nasale) risuona nell’ambiente con grande
naturalezza, con una fedeltà che mi riporta a tanti anni fa
(diciamo una trentina) quando una sera, méntore una cara amica,
mi ritrovai ad un concerto per lavoratori in cui la Barberian cantava
l’evoluzione della musica americana dai canti dei pellerossa sino a
Berlin & Co. Alla fine, la mia amica, a sua volta amica della
Barberian, mi presentò alla cantante la quale, saputo che
cantavo anch’io pur se per diletto, mi invitò a cantare con lei
quel Con che soavità che da allora è fisso nel mio cuore
(la nascita del mio “amore” per Monteverdi doveva pur essere svelata,
prima o poi). Niente pubblico: lei, il pianoforte e io piccolo piccolo
e intimorito da quella parrucca bionda tanto chiassosa. Ecco
perché neppure le persone a me più vicine ascoltano quel
disco con me; è un patrimonio mio, personale e non cedibile e la
reazione emotiva che suscita è mia, custodita gelosamente.
Finita la digressione personale, il clavicembalo di accompagnamento
è un classico clavicembalo Telefunken anni settanta, spigoloso e
più spostato verso le note acute che sulla reale sonorità
di un clavicembalo che in realtà è molto meno tintinnante
di quanto i dischi ci ripropongano spesso. Ma la voce della Barberian
è veramente bella.
Per
concludere ho ascoltato un disco di una delle mie cantanti predilette,
Jessye Norman. Gli Ultimi Quattro leader di Richard Strauss con
l’orchestra del Concertgebow diretta da Masur su Philips (è
stato trasferito anche su CD in collana economica per i 50anni
dell’etichetta. Se piace il genere, da comprare immantinente).
Per questo ascolto ho allargato le casse di una quarantina di
centimetri buoni, cercando un’angolazione che facesse si che non si
creasse alcun buco in centro. Cosa ho ottenuto? Una bella orchestra,
sempre un po’ povera di corpo, ma ben scandita nella scena che mi si
apriva davanti e la Norman davanti, all’altezza dei violini, con la sua
voce potente, controllata, mai fuori tono e quegli ampi respiri che le
permettevano di restare in un’apparente apnea cantando per lunghe
battute. Ho perso un po’ di profondità della scena che ha teso a
schiacciarsi, rispetto a quanto ottenibile nella posizione che vedete
nella fotografia; ma tenendo le luci spente me ne sono accorto meno,
mentre quel che è rimasto era tutto di livello notevole.
Insomma,
inutile dire che questo sistema di altoparlanti mi è piaciuto
parecchio. Inadatto alla riproduzione full range di un’orchestra
sinfonica, incapace di far tremare il pavimento durante l’ascolto di
brani rock o jazz, è pur vero che attraverso una ricostruzione
scenica veramente ottima e di una restituzione timbrica che poco o
nulla ha a che rimproverarsi, riesce comunque a coinvolgere
emotivamente chi ascolta (e mi pare si sia capito, visto che ho svelato
alcuni miei piccoli segreti). Non lascia indifferenti, cattura
l’attenzione, per certi versi affascina. Io, poi, prevenuto e convinto
che mi sarei trovato davanti ad un sistema di altoparlanti con un bel
bassone potente, sono rimasto quasi male quando invece mi sono
ritrovato con questa accuratezza timbrica e questo controllo che
permettono di ascoltare a volumi molto elevati senza provare fatica.
Certo, le nostre Genesis suonano molto bene anche a volumi notturni,
posto che i tweeter a nastro non nascondono nessuna sfumatura nemmeno a
livelli molto bassi.
Insieme con
le casse mi è arrivata anche una coppia di cavi di potenza NBS
Professial (Mondo Audio è distributore anche di NBS) che ho
provato tanto con le Genesis che con le Maggies. Anche in questo caso
nessun basso in eccesso, ma tanti dettagli senza mai giungere alla
fatica d’ascolto; forse, rispetto a quanto sono abituato ad ascoltare,
il suono è stato portato un po’ in avanti con un effetto monitor
che non è il mio preferito, ma che comunque somma fascino al
già citato fascino delle Genesis (con la Barberian pareva
proprio di averla a pochi metri, scolpita anche nel corpo). Vero
è che il costo di 1,5 mt di cavo è pari a quello delle
casse acustiche, ma ora comprendo perché un conoscente è
tanto amante degli NBS.
Visto che la
Genesis ha in catalogo amplificazioni digitali, ho voluto verificare se
amplificazioni “normali” possano essere gradite da questi moderni
diffusori. Il Bryston è stato gradito e anche l’Olimpia Audio
Alfonso; lo Spectral pure, ma confermo che con i NuForce la
riproduzione è stata irrinunciabile, soprattutto se a pilotare
il tutto c’erano tanti bei dischi in vinile. E ne sono passati tanti in
questo periodo: io chiedo sempre di poter tenere gli apparecchi in
prova almeno per un mese perché ritengo che in un periodo
inferiore sia difficile capire veramente come vada un’apparecchiatura.
Certo, su periodi più brevi ne traggo una impressione, spesso
anche azzeccata, ma da qui a riferirne per me ne passa e pure tanto.
Insomma, il
prezzo mi pare commisurato a quel che viene offerto. Dotarsi di
piedistalli stabili è il minimo che si richiede (i Solidsteel
prestatimi dal distributore hanno fatto il loro dovere, soprattutto
quando sono stati resi assolutamente stabili rispetto alle piastrelle
non perfettamente piane del pavimento di casa mia), come è
richiesta un po’ d’aria posteriormente alle casse per far esprimere il
tweeter posteriore come sa.
Non saranno necessari 500 Watt per canale, anche se le casse accettano
elevate potenze senza batter ciglio; ma, mi raccomando, che siano watt
buoni per non snaturare le qualità di queste Genesis che, lo
ricordo, potranno essere ulteriormente implementate da un subwoofer che
la stessa Genesis produce.
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