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numero 31
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Diffusori Genesis 7.1c Convertible di Domenico Pizzamiglio

 

Produttore: www.genesisloudspeakers.com

Distributore: MONDO AUDIO, Dalmine, www.mondoaudio.it

Prezzo 4.200,00 € la coppia (+ 500,00 € per altre finiture)


Le piccole sensazioni a volte indicano molto più delle grandi perché scendono più nel profondo. Già! E a volte capitano delle cose alle quali non sei preparato, cose che fanno nascere emozioni forti che ti conquistano. Io, che in hi-end mi ritengo piuttosto tetragono all’innamoramento (ma può sempre accadere, benché la mia fedeltà a Magneplanar sia nota), mi trovo ora ad ammettere una debolezza che mi colpisce spessissimo con la musica, ma non con il freddo materiale per riprodurla.

Genesis è un marchio piuttosto noto al mondo audiofilo; i suoi sistemi più imponenti sono tra i sogni di un buon numero di appassionati. Tuttavia Genesis in casa mia non era mai entrata; almeno non sino a che il mio amico Dario – provetto navigatore Internet - mi ha parlato del nuovo distributore di questo prestigioso marchio; trovato il sito, ho visto alcune cose che mi avrebbero potuto attrarre per un ascolto di qualcosa che fosse poco frequentato, ma attraente. Detto fatto, ho contattato il distributore e ho chiesto di poter provare una coppia di Genesis da stand e nel volgere di pochi giorni ho avuto in casa queste 7.1c in una finitura tutto legno, con baffle frontale in essenza più scura rispetto al corpo del mobile.

Ho esaminato le casse, che lavorano in sospensione pneumatica, rilevando posteriormente parecchi controlli (il sistema può essere utilizzato in stereo, ma anche come elemento centrale in un sistema A/V) quali: i connettori d’ingresso e quelli di connessione all’eventuale subwoofer, l’interruttore di esclusione del tweeter posteriore, il controllo per l’intensità del tweeter anteriore.





La cassa acustica ha dimensioni pari a 60 cm di altezza, 20 di larghezza e 28 di profondità. La casa consiglia l’uso di piedistalli da 60 cm di altezza. Il sistema prevede due woofer in titanio da 13 cm di diametro, entrambi posti sulla faccia anteriore e due tweeter a nastro circolare da 2.5 cm di diametro, uno anteriore ed uno posteriore. Non è dichiarata la frequenza di crossover, ma è dichiarata la massima tenuta in potenza (sino a 0,5 Kw con amplificazioni a stato solido e scusate se è poco) e la risposta in frequenza che va da 50 a 36.000 Hz in un intervallo di tre db.


 




Il mobile pare piuttosto sordo ed è assemblato ad incastro, in modo da ridurre al minimo eventuali risonanze. La finitura è da prodotto di buona classe e la collocazione in ambiente è facile perché comunque le casse offrono un impatto frontale piuttosto ridotto. Sono fornite le griglie anteriori che ho comunque preferito togliere, benché il loro montaggio abbia solo attenuato, ma poco, la gamma acuta.
Le casse, nel mio ambiente, sono state posizionate a 115 cm dalla parete di fondo (nel manuale d’istruzioni, piuttosto completo, si dice che sia meglio partire da 30 cm minimi, ricercando poi la giusta distanza sino ad ottenere il miglior risultato; come a dire “io ti dico di partire da qui; dove poi arrivare, sta a te deciderlo”) e con una distanza tra di loro di due metri circa, con orientamento verso il centro praticamente invisibile (ma c’è).




D’obbligo precisare che conoscendo i miei limiti di fotografo, faccio le foto appena possibile e comunque prima di approfondire le caratteristiche delle casse in prova; ecco perché le Magneplanar risultano sempre presenti, ma di fatto vengono poi tolte da lì e spostate altrove (l’operazione non è agevole perché i piedi delle Maggies li ho fatti fare su misura e pesano qualche decina di chili; quindi per spostare i pannelli devo stare a svitarli e poi riavvitarli).

L’impianto usato; giradischi Musical Life Basic 40 con braccio Morch DP6 e canna Precision Red, cavo braccio Cardas in argento, testine Transfiguration Aria e Lyra Dorian, pre-fono American Hybrid Technology –P Non Signature, lettore CD Astin-Trew AT 3500, preamplificatore Lavardin Pre 6.2, finali NuForce Ref9SEV2,  altoparlanti Magneplanar MG 1.6, filtri di rete e multiprese Black Noise, cavi di alimentazione Black Noise ed Ecosse, cavi di segnale custom, Audio Note e altri.

Posizionate praticamente da subito come poi, lavorando un po’ e con minimi spostamenti, sono rimaste per tutta la prova, mi sono reso conto che la mia stanza sembra proprio nata in funzione degli altoparlanti dipolari. Quei due tweeter posteriori sono stati spenti per non più di due minuti; spegnerli vuol dire mortificare uno dei parametri che maggiormente conquista in questi altoparlanti, ovvero la credibilità della scatola sonora che si apre “da” e “dietro” loro.

Prima di tutto voglio fare una precisazione; se è vero che l’efficienza non è altissima e se è vero che la potenza massima dichiarata come ammessa faccia impressione, non è necessario spremere l’amplificazione all’inverosimile. La capacità di restituire dettagli precisi e puntuali rimane anche a basso volume. Comunque si sappia sin d’ora che la Genesis fa amplificazioni cosiddette “digitali” che per il momento non ho potuto provare ma che sembrano avvalorare la mia tesi che con i NuForce queste Genesis vadano proprio d’accordo (e una prova con Spectral dice che si può comunque provare anche con altro).

Come partenza, ho scelto un pianoforte, quello di Ivo Pogorelic nel CD dedicato a Brahms su DGG. Il timbro del pianoforte è subito apparso lucente eppure naturale, con una bella sensazione di scena, di espansione dei suoni, anche verticalmente (le casse appaiono piuttosto alte, posto che tra cassa e piedistallo siamo a 120 cm di altezza totale o quasi); la parte sinistra della tastiera non è depauperata più di tanto ed è invece sembrata scendere con semplicità, almeno sin dove le riesce. Una notevole quantità di piccoli dettagli, di piccole sfumature timbriche si è appalesata durante l’ascolto. Ho ascoltato due volte il cd per aver conferma di quel che e mi domandavo se quel che ascoltavo fosse mia invenzione o se fosse la realtà. Era realtà. Dimensionalmente, alzando molto il volume, si stenta a riportare il pianoforte nella stanza, ma non credo sia questo quel che si chiede ad un diffusore di questa filosofia, quanto il riportare una buona riproposizione di quel che si potrebbe avere in una sala da concerto: un bel quadro, piuttosto dettagliato, anche se non quanto una fotografia. Insomma, la differenza emotiva che passa tra una foto e un dipinto. Togliere l’emissione dei due tweeter posteriori significa vedere la fotografia ovvero togliere il 50% dell’emozione che queste casse sanno offrire. Suonano sempre bene, tonalmente accurate, timbricamente credibili, ma si perde una bella fetta di magia.

Tastiera per tastiera, provo con l’organo. I sei corali Schubler di Bach nell’esecuzione di Marie Claire Alain su Erato. Il basso è tagliato nella sua porzione più bassa, sicuramente, ma rimane credibile perché sino a dove scendono, questi diffusori lo fanno bene, con controllo e senza fastidiose code. Le canne piccole hanno un’accuratezza timbrica di notevole spessore e la riproposizione dello strumento nello spazio è ancora totalmente svincolata dagli altoparlanti. Anche l’altezza della scena, pur non raggiungendo i vertici delle Maggies, appare credibile. Come contraltare, provo gli stessi brani con la registrazione di Fangius su BIS, registrazione diversa dal punto di vista timbrico, più chiusa, meno vivida, ripresa più da lontano. Le Genesis mostrano la differenza di ripresa con la massima semplicità possibile, ad indicare il loro grado di trasparenza.

Passo ad Arvo Pårt con il Fratres su Naxos. L’ho ascoltato due volte: ho percepito alcune cose mai percepite prima in modo tanto chiaro (e per svariate ragioni nell’ultimo anno ho “perso” anche troppo tempo ad ascoltare questo disco, con impianti anche di buon pregio, senza però percepire quel che ho sentito in casa con queste Genesis i cui tweeter paiono veramente essere spietati con quel che sta a monte, disco compreso). Per esempio quanto sia stentato l’attacco del primo brano; con anche una leggerissima stonatura. Come la scena sia sempre svincolata dai diffusori. Come le percussioni più piccole siano veloci, dettagliate e come purtroppo quelle più ingombranti che agiscono in gamma bassa siano invece un po’ leggere e possano, soprattutto a volumi alti, suonare costipate. Da quei tweeter non esce mai un suono meno che corretto, mai un accenno di fatica e questo tenendo il controllo dei tweeter su flat. Non è un suono dolce, questo no; è preciso, forse radiografante ma nel miglior senso della parola, ovvero un accurato esame del segnale cosicché se questo è buono, buona sarà la riproduzione.

Con le Quattro Stagioni di Vivaldi ad opera del Drottingholm Ensamble su BIS, mi rendo conto di alcune particolarità ulteriori di questi altoparlanti che manifestano una sana propensione monitor mescolata ad un aplomb di tutto rispetto. Il gruppo strumentale è restituito con qualità timbrica, prospettica e dinamica senz’altro appaganti. I due woofer caricati in sospensione pneumatica restituiscono degli archi gravi non profondissimi ma credibili. Ad un certo punto mi accorgo che l’alta risoluzione di cui sono capaci questi tweeter lascia percepire chiaramente come a volte il violino solo Erik Nielsen-Sparf si avvicini più del necessario al microfono di ripresa perché lo strumento assume una connotazione timbrica diversa e si modifica anche la resa spaziale e lo strumento tende a rimpicciolirsi, aumentando però di volume. Unico appunto che posso muovere è all’organo che disegna il basso continuo nell’Inverno. Con le Magneplanar sono abituato a percepire l’aria che carica le canne ed il suono che nasce con il ritardo naturale di un normale organo a canne; con le Genesis lo sento corto e sento meno questo ritardo. Ma mi pare normale; d’altro canto la colpa è mia che non ho voluto il subwoofer che invece mi era stato proposto per la prova del sistema completo. Tuttavia, la riproduzione non perde nulla in godibilità.

La grande orchestra non è il patrimonio di diffusori di piccolo litraggio. Con la Sinfonia n. 7 Antartica di Vaughan-Williams su Naxos (quante registrazioni di qualità da questa economica etichetta), il suono cresce di intensità senza difficoltà, ma la sensazione di corpo rimane spesso indietro. Certo, la riproposizione del palcoscenico virtuale è sempre credibile, naturale, ben espansa, ma il suono è di fiato corto. In modo molto sincero, queste casse acustiche vi dicono che sono arrivate alla fine delle loro pur notevoli possibilità. In compenso, il timbro degli strumenti non ferisce le orecchie neppure alzando il volume ben oltre il lecito.

Non senza pensare a chi mi ha instillato l’idea dell’incauto acquisto (il nostro condirettore Igor Zamberlan), prendo dalla discoteca il CD dei Dead Can Dance che contiene il brano che io chiamo “quello del bécchino” (spiegazione: una signora, in quel brano, canta una parola che sembra suonare come Sotramòrt, ovvero bécchino in milanese. Poi non vorrà certo dire quello, ma sentita l’atmosfera in cui quella parola viene cantata, il tutto suona molto cimiteriale). Il volume inizia ad alzarsi in modo preoccupante; la stanza si riempie di suoni, il basso pompa ma non scende abbastanza, ma quel che mi lascia favorevolmente colpito è che comunque il volume che riempie la stanza è molto alto, che continuo a non localizzare le casse e che a quel volume il fronte sonoro appare molto alto. Una prestazione interessante anche con un genere che pratico meno degli altri. La Signora è nella stanza e urla le sue ciaculatorie simil-muezzin senza nessuna forma di stress. Inizio a pensare che la potenza massima retta da questo sistema non sia solo un dato scritto sulla carta, anche perché i NuForce stranamente si scaldano più del dovuto.

My funny Valentine del Manhattan Jazz Quintett è una gran bella registrazione. Lo sapevo già prima e ne ho la conferma ora; certo, i violenti colpi di grancassa che compaiono nell’omonimo brano, mentre la tromba suona il suo intervento, non hanno la violenza che sono solito percepire, ma se c’è un parametro al quale queste Genesis non sono estranee, questo è la velocità. Fulminea negli attacchi, naturale nei rilasci. Sarò stato odiato dal vicinato perché il disco è stato tutto ascoltato a volume molto alto visto che lo stress per le orecchie è ridotto al minimo, mentre il coinvolgimento emotivo è notevole. Questo disco fa parte del mio patrimonio personale, quello che io definisco “il mio essere musicale”. Mi accompagna da tanti anni senza mai stancarmi e ne sono anche moderatamente geloso perché non mi piace dividerne l’ascolto con troppe persone. E poi è strano che un parruccone baroccomane come me si lasci andare a generi più moderni; ma quando la musica è bella, apre la mente e poi il cuore (sempre che ci si voglia aprire).

A volte, però, si chiede alla musica di sollevare il morale, di creare un momento di ilarità e cosa di meglio della scena degli inni nazionali dal Viaggio a Reims di Rossini diretto da Abbado su Fonit Cetra? Enzo Dara è cantante di eccellenti mezzi vocali e di sicura capacità comica ed in scena dà il meglio di sé, anche se in questa registrazione non ci fa mancare nulla. Il suo Barone di Trombonok è veramente divertente e sottolinea gli interventi degli altri interpreti con spirito (e con tanta, tanta voce). Tutti i cantanti sono ben restituiti, dalla compianta Lucia Valentini Terrani, Contessa Malibea, nel cui inno sento mancare solo la perentorietà dei colpi assestati col piede sulle tavole in legno del palcoscenico (la registrazione è stata effettuata in un normale teatro), a Leo Nucci, a Francisco Araiza (la cui voce continua a non farmi impazzire, nemmeno con le Genesis), la magnetica Contessa di Folleville di Lella Cuberli e Lord Sidney delineato da Samuel Ramey (forse Karajan aveva ragione nel dire che un cantante con tanti mezzi vocali, fosse un po’ impacciato come interprete, ma quella voce ha fascino da vendere). L’atmosfera del teatro, a condizione di non andare a cercare volumi troppo alti, è preservata, fatta salva la prima ottava che proprio latita; ma la bellezza delle voci (che ho tutte ascoltate dal vivo negli anni passati) è preservata.
 
La Terza delle quattro Suites per Orchestra di Bach nell’esecuzione di Pinnock su Archiv (vecchio vinile doppio, neppure digital, ma dalla dinamica dirompente) regala l’emozione di un timpano veloce, secco come un timpano d’epoca sa essere. Archi tutti timbricamente corretti e trombe solo leggermente troppo aperte, con una scena ossigenata in modo coerente a quanto uno si potrebbe aspettare.




Apro una parentesi: qualcuno avrà notato come nel frattempo abbia aggiunto al parco testine una Lyra Dorian. La Skala no, ma questa me la sono potuta comprare. Bene, l’ascolto comparato tra la Transfiguration e la Lyra è stato fatto esaminando attentamente la terza suite. Chiaramente la prova ha poi avuto conferma sull’impianto personale completo delle Magneplanar, ma le piccole Genesis avevano previamente evidenziato tutte le differenze che ci sono tra queste due testine, ovvero quanto la Transfiguration sia controllata, attenta alla minima sfumatura senza mai gettare in faccia alcunché, tanto quanto la Lyra è molto più “estroversa”, con un basso un po’ più turgido ed un acuto più pronunciato ma senza mai essere stridente. Luminosa, direi. Piccola foto della danzatrice con il suo compagno Mørch, foto peraltro dovuta perché se penso a quella che compare nella prova della Skala, provo vergogna.





A Night In Tunisia di Art Blakey and the Jazz Messenger, registrazione “diretta” della Philips, anni 80, è un bel banco di prova. A parte il suono dei piatti (me lo ha confermato un amico batterista, o sarebbe meglio dire un Drummer) che appare sin troppo lucente e sia che abbia usato la Lyra che la Transfiguration, tutti gli strumenti appaiono ben delineati, con il solo limite dovuto alla risposta in frequenza tagliata verso il basso profondo. Ma sino a dove arrivano, queste casse si lasciano ascoltare e pure a volumi considerevoli. La localizzazione degli strumenti può poi essere calibrata a piacere. Se si spengono i tweeter posteriori la localizzazione è molto spinta, tanto che ad un certo punto ho avuto l’impressione di avere la tromba poco davanti a me. Accendendo i tweeter posteriori la scena torna ad essere ampia, correttamente dilatata, più naturale anche in altezza.

Nello Jubilate Domino di Buxtehude (tratto da un vinile Accent intitolato German Cantatas and Arias) si colgono tante piccole sfumature sia delle due viole da gamba che dell’organo, ma soprattutto nella voce di René Jacobs il cui timbro gutturale viene restituito fedelmente, come fedelmente vengono restituiti i passaggi dalla voce di gola alla voce di testa. Ho sempre trovato Jacobs un esecutore intelligente, in grado di ben interpretare il testo cantato, anche se la voce, proprio per quella tecnica di gola, non fosse il massimo della bellezza. Lo ascoltai dal vivo tanti anni fa, quando i contralti maschi in Italia ancora non erano notissimi (e infatti una signora seduta al mio fianco, si piccava del suo francese e rilevava come sul programma vi fosse un errore di ortografia, posto che mancava la seconda “e” che dopo quella accentata, in francese, trasforma il nome René da Renato in Renata. Peccato che a cantare fosse un maschio!), accompagnato da Jos Van Immerseel all’organo ed al clavicembalo nella Cantoria di San Maurizio al Monastero Maggiore, qui a Milano. Quel timbro così gutturale mi è parso molto ben riprodotto dalle Genesis. La prospettiva scenica in questo disco non è di quelle da cardiopalma, e le Genesis lo confermano restituendo uno Jacobs credibile per dimensione e statura, mentre le viole da gamba risultano localizzate in modo confuso, come mi avevano confermato anche alcuni ascolti fatti nel corso degli anni sia con il mio impianto che con impianti di livello ben più elevato.

Di questo disco vi parlo volentieri, ma non capiterà mai che nessuno di voi possa dividerne con me l’ascolto perché c’è qualcosa di profondamente personale che rimane nella mia mente come una delle cose più belle mai capitate nella mia vita. Parlo del vinile Telefunken con Cathy Barberian che canta musiche di Monteverdi accompagnata dal Concentus Musicus Wien. Quella Lettera Amorosa che a lei, avvezza alla musica moderna per essere stata moglie di Luciano Berio, riusciva invece tanto bene. La sua voce a tratti afona e con qualche accenno di nasalità (nel registro mediano spesso la Barberian risultava nasale) risuona nell’ambiente con grande naturalezza, con una fedeltà che mi riporta a tanti anni fa (diciamo una trentina) quando una sera, méntore una cara amica, mi ritrovai ad un concerto per lavoratori in cui la Barberian cantava l’evoluzione della musica americana dai canti dei pellerossa sino a Berlin & Co. Alla fine, la mia amica, a sua volta amica della Barberian, mi presentò alla cantante la quale, saputo che cantavo anch’io pur se per diletto, mi invitò a cantare con lei quel Con che soavità che da allora è fisso nel mio cuore (la nascita del mio “amore” per Monteverdi doveva pur essere svelata, prima o poi). Niente pubblico: lei, il pianoforte e io piccolo piccolo e intimorito da quella parrucca bionda tanto chiassosa. Ecco perché neppure le persone a me più vicine ascoltano quel disco con me; è un patrimonio mio, personale e non cedibile e la reazione emotiva che suscita è mia, custodita gelosamente. Finita la digressione personale, il clavicembalo di accompagnamento è un classico clavicembalo Telefunken anni settanta, spigoloso e più spostato verso le note acute che sulla reale sonorità di un clavicembalo che in realtà è molto meno tintinnante di quanto i dischi ci ripropongano spesso. Ma la voce della Barberian è veramente bella.

Per concludere ho ascoltato un disco di una delle mie cantanti predilette, Jessye Norman. Gli Ultimi Quattro leader di Richard Strauss con l’orchestra del Concertgebow diretta da Masur su Philips (è stato trasferito anche su CD in collana economica per i 50anni dell’etichetta. Se piace il genere, da comprare immantinente).




Per questo ascolto ho allargato le casse di una quarantina di centimetri buoni, cercando un’angolazione che facesse si che non si creasse alcun buco in centro. Cosa ho ottenuto? Una bella orchestra, sempre un po’ povera di corpo, ma ben scandita nella scena che mi si apriva davanti e la Norman davanti, all’altezza dei violini, con la sua voce potente, controllata, mai fuori tono e quegli ampi respiri che le permettevano di restare in un’apparente apnea cantando per lunghe battute. Ho perso un po’ di profondità della scena che ha teso a schiacciarsi, rispetto a quanto ottenibile nella posizione che vedete nella fotografia; ma tenendo le luci spente me ne sono accorto meno, mentre quel che è rimasto era tutto di livello notevole.

Insomma, inutile dire che questo sistema di altoparlanti mi è piaciuto parecchio. Inadatto alla riproduzione full range di un’orchestra sinfonica, incapace di far tremare il pavimento durante l’ascolto di brani rock o jazz, è pur vero che attraverso una ricostruzione scenica veramente ottima e di una restituzione timbrica che poco o nulla ha a che rimproverarsi, riesce comunque a coinvolgere emotivamente chi ascolta (e mi pare si sia capito, visto che ho svelato alcuni miei piccoli segreti). Non lascia indifferenti, cattura l’attenzione, per certi versi affascina. Io, poi, prevenuto e convinto che mi sarei trovato davanti ad un sistema di altoparlanti con un bel bassone potente, sono rimasto quasi male quando invece mi sono ritrovato con questa accuratezza timbrica e questo controllo che permettono di ascoltare a volumi molto elevati senza provare fatica. Certo, le nostre Genesis suonano molto bene anche a volumi notturni, posto che i tweeter a nastro non nascondono nessuna sfumatura nemmeno a livelli molto bassi.

Insieme con le casse mi è arrivata anche una coppia di cavi di potenza NBS Professial (Mondo Audio è distributore anche di NBS) che ho provato tanto con le Genesis che con le Maggies. Anche in questo caso nessun basso in eccesso, ma tanti dettagli senza mai giungere alla fatica d’ascolto; forse, rispetto a quanto sono abituato ad ascoltare, il suono è stato portato un po’ in avanti con un effetto monitor che non è il mio preferito, ma che comunque somma fascino al già citato fascino delle Genesis (con la Barberian pareva proprio di averla a pochi metri, scolpita anche nel corpo). Vero è che il costo di 1,5 mt di cavo è pari a quello delle casse acustiche, ma ora comprendo perché un conoscente è tanto amante degli NBS.

Visto che la Genesis ha in catalogo amplificazioni digitali, ho voluto verificare se amplificazioni “normali” possano essere gradite da questi moderni diffusori. Il Bryston è stato gradito e anche l’Olimpia Audio Alfonso; lo Spectral pure, ma confermo che con i NuForce la riproduzione è stata irrinunciabile, soprattutto se a pilotare il tutto c’erano tanti bei dischi in vinile. E ne sono passati tanti in questo periodo: io chiedo sempre di poter tenere gli apparecchi in prova almeno per un mese perché ritengo che in un periodo inferiore sia difficile capire veramente come vada un’apparecchiatura. Certo, su periodi più brevi ne traggo una impressione, spesso anche azzeccata, ma da qui a riferirne per me ne passa e pure tanto.

Insomma, il prezzo mi pare commisurato a quel che viene offerto. Dotarsi di piedistalli stabili è il minimo che si richiede (i Solidsteel prestatimi dal distributore hanno fatto il loro dovere, soprattutto quando sono stati resi assolutamente stabili rispetto alle piastrelle non perfettamente piane del pavimento di casa mia), come è richiesta un po’ d’aria posteriormente alle casse per far esprimere il tweeter posteriore come sa.


Non saranno necessari 500 Watt per canale, anche se le casse accettano elevate potenze senza batter ciglio; ma, mi raccomando, che siano watt buoni per non snaturare le qualità di queste Genesis che, lo ricordo, potranno essere ulteriormente implementate da un subwoofer che la stessa Genesis produce.


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