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L'artificiosa crisi di questo
settore
Comprendo che quanto sto per scrivere- sin già dal titolo- potrà
essere irritante o addirittura fastidiosamente provocatorio per alcuni
dei lettori ( specie operatori del settore), potrà sembrare una
provocazione ( a tutti gli effetti solo in minima parte lo è), ma
d’altra parte è esattamente quello che penso, e se scrivere esattamente
quello che penso non mi avrà magari portato un gran bene, certamente
non mi ha in alcun modo arricchito, è l’unica maniera in cui so
scrivere. Anche a costo di apparire sgradevole.
Vi parlo della crisi in generale’ E che ve ne parlo a fare? Di
null’altro si parla ( logicamente) e tutti, o almeno gran parte di voi,
la vivete sulla vostra pelle.
Ma, c’è un ma grosso come una casa che aleggia sulle nostre teste,
sulle teste dei pollastri che ancora si azzuffano in questo mercato, o
in esso razzolano, o da esso attendono di essere spennati. E il ma è
costituito da quel fattore “X” che con una semplicissima equazione è
possibile risolvere da incognita a cognitissima,che contraddistingue
tutte le crisi, strutturali e meno strutturali, che abbiamo vissuto
negli ultimi 30 anni ( e non sono state poche) e che hanno sempre, dico
sempre, visto reagire gli operatori di questo settore ( diciamo gran
parte di essi, odio per natura le generalizzazioni perchè sono sempre
ingiuste), nella stessa maniera: mettendo le mani avanti.
Si disdicono contratti pubblicitari, si frena lo sviluppo dei nuovi
progetti, talvolta si presentano addirittura “linee di transizione”, un
po’ al risparmio, o ancora si sbracano i prezzi e di contraltare chi
pensa che ci sia comunque una scorciatoia per fare fatturato, si lancia
sui prodotti dal costo impossibile, facendo un ragionamento che di
fatto non regge: “chi ha i soldi continuerà a spenderli”. Ragionamento
estremamente fallace, perché per dirla come mia nonna ( che quando non
avanzava qualcosa a tavola, si sedeva e piangeva perché quello era a
suo avviso il segno inequivocabile che “eravamo diventati poveri”,
manco fossimo mai stati ricchi…) quando mi scandalizzavo nell’osservare
a tirchieria dei parenti o de genitori degli amici infinitamente più
facoltosi di noi comportarsi con spilorceria: “ è per questo che i
ricchi sono ricchi”.
Ed è proprio chi dispone di maggiori facoltà il primo a smettere di
spendere soldi quando si annunciano tempi di crisi.
Ma c’è un altro ma, anche questo bello grosso: è proprio in tempi di
crisi che quei pochi soldi che eventualmente avanzano, o che con grande
sforzo si fanno avanzare, vengono investiti in quelli che comunemente e
nuovamente mal generalizzando, si definiscono “beni voluttuari” e tra
questi vengono inopinatamente, sempre, inseriti l’acquisto di software
e hardware musicale: perché come noi sappiamo bene tutti, la musica è
un “divertissement” di scarsa utilità e profondità di cui si può
sicuramente fare a meno.
Oh, intendiamoci, mi rendo perfettamente conto che chi ha il problema
di arrivare a fine mese con le bollette pagate e la famiglia nutrita
decentemente e magari pure decentemente vestita, si porrà molto
marginalmente il problema della musica ben riprodotta, e guai se così
non fosse.
Ma ciò che sfugge agli analisti quotidiani e a lungo termine è che
proprio nei momenti di grande crisi, quando incerti sono gli
investimenti ( se non fortemente a rischio), i risparmi vengono
costantemente corrosi, i depositi bancari finiscono per costare più del
loro rendimento ( che non esiste più da anni, almeno per cifre che i
più riescono a contare senza aiuto esterno, ma questo è un altro paio
di maniche), spesso, molto spesso, se non sono gli stessi eventuali
beneficiari della cosa a remare contro ( vedi in apertura) chi ha un
Euro in avanzo, lo investe in quelli che comunemente ( a ampiamente)
vengono definiti “beni rifugio” e la cui natura e qualità cambia
secondo lo stato della situazione economica. Oggetti da collezione,
oggetti in grado di fornire piacere e soddisfazione, ma anche di
costituire un valore non troppo deteriorabile nel tempo, oggetti
apparentemente ludici ma che tendono a rivalutarsi con il passare degli
anni, sono appetitissimi dai cosiddetti “investitori” (che non sono
necessariamente i tycoon, ma possiamo benissimo essere io e uno
qualsiasi di voi).
Guardando ad un altro strambo mercato che conosco assai bene, per
passione e frequentazione, ricavo la singolare ( ma non per me)
cognizione, che i giocattoli da collezione, i treni elettrici etc., un
nome su tutti Marklin, le cui valutazioni avevano subito una notevole
flessione nei passati anni di calma più o meno piatta, stanno
riprendendo quota a velocità vertiginose.
Guardando ad altri mercati ( che pure soffrono la crisi) in cui l’alta
fedeltà, i dischi, insomma la musica riprodotta in genere è assai
diffusa, uno su tutti il Giappone, non posso non notare come gli
oggetti veramente validi e riconosciuti tali, stanno subendo ( aggiungo
ahimé, perché ancora ogni tanto un accessorietto strambo, una testina
vecchia, mi capita di acquistarli) fortissimi incrementi nella
richiesta e dunque nel valore dell’offerta.
In tempi di crisi il “consumatore” cerca di discernere meglio: è
disposto a pagare un prezzo congruo ad un oggetto di effettiva validità
ed efficacia ( e non a rischio immediata svalutazione) mentre rifugge
dagli oggetti “mordi e fuggi”, da quelli che più sono assimilabili al
consumo in quanto tale, cioè ad un azione rapida da effettuare,
apparentemente poco costosa, di scarsa soddisfazione e di minima durata
nel tempo.
Ciò che intendo dire, insomma è una crisi, anche la più drastica, può
costituire un occasione di crescita per chi fa imprenditoria, e anche
di guadagno, magari non immediato ma sicuramente di investimento a
medio termine e di risparmio affidato a cose apparentemente meno solide
di quelle considerate solitamente solide, e che invece si rivelano un
valore poco decrementabile quando non tendente a crescere.
Insomma, vista dalla parte degli operatori, la più grande sciocchezza
che si possa fare in tempi di crisi è quella di disinvestire
attendendo un qualche Messia che miracolosamente restituisca le
posizioni perse ( e disinvestendo si perdono sempre e comunque
posizioni) o anche quella di pensare di puntare sul ristretto, ma sordo
a certe sirene, bacino degli ultra-facoltosi, aumentando a dismisura il
prezzo ( ma non il valore) degli oggetti proposti.
Per quel che riguarda gli utenti ( il termine “consumatori” mi sta
proprio sulle scatole) due errori fatali vanno evitati: il panico che
porta a non comprare anche quando farlo non comporta alcun rischio per
il proprio status futuro ( la crisi di panico impedisce la circolazione
del danaro, il danaro che non circola non crea lavoro e impiego e
marcisce, deprimendo nella stagnazione e nella deflazione, nelle tasche
di chi è convinto di risparmiarlo tenendolo fermo, è il classico cane
che si morde la cosa), e l’altrettanto panico ( giustificato spesso, e
come si potrebbe non farlo, dalla necessità di realizzare, ma spesso
questa necessità non c’è, è appunto la paura a dettarla) che porta a
svendere, perdendo di tasca propria, alimentando il mercato parallelo
dei piccoli e grandi speculatori, che con fare d’avvoltoio ruotano
sulle nostre teste, e destabilizzando così, al ribasso, il mercato.
Se avete necessità impellenti, fate ciò che credete meglio, nessuno,
men che mai il sottoscritto potrà darvi consigli migliori dei fatti che
solo voi conoscete, ma se questa necessità non c’è, rispetto alle
offerte ad un tozzo di pane, tenete la vostra roba, ascoltatela oppure
riponetela in un luogo asciutto badando bene di manutenerla di tanto in
tanto, ma non cedete alla mediocre lusinga di chi sa bene come
investire i propri soldi e mortificare i vostri.
La cosa sembrerà paradossale, come tutto quanto sin qui scritto, ma se
c’è un mercato che davvero non dovrebbe conoscere la crisi
strutturale, è proprio quello dell’alta fedeltà. Qualche perché ho
cercato di spiegarlo. Ne aggiungo un altro: in periodi di crisi
generalizzata, il buon gusto, la buona creanza e anche un certo timore
di essere notati, portano ad un naturale allontanamento della clientela
naturale dai beni vistosi ed edonistici. Che so, le auto di lusso, gli
orologi dai troppo accentuati brillori, certe griffes un po’ eccessive.
Ma l’edonismo, che è parte fondamentale ( e se non pessimamente usata,
anche utile) dell’animo umano, dev’essere comunque soddisfatto. E noi
siamo appassionati di beni, che hanno in se una grossa componente
edonistica, che non vengono sfoggiati, Stanno in casa, al massimo
visibili alla propria schiera di amici.
Rifletteteci un secondo.
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