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NUMERO 30


Ars Sonum Filarmonia SE (con bonus!) di Igor Zamberlan

Hi-fi spagnola? Qui da noi, praticamente non pervenuta. Certo, gli altoparlanti Beyma sono noti nell’ambiente dell’autocostruzione e del professionale come driver dall’ottimo rapporto qualità-prezzo. Poi, però, a mia memoria, praticamente nient’altro. Sono sicuro che c’è qualcos’altro di interessante (almeno un marchio di diffusori, che però ora mi sfugge…), ma per qualche motivo pare che dalla terra dei campioni d’Europa (titolo meritatissimo) di calcio non arrivi praticamente niente in campo hi-fi.
Eppure è una terra di grande cultura musicale. Non è neanche piccola. Non so, non capisco. Mi aspetto sicuramente che altro ne esca nei prossimi anni. Anzi, mi sorprenderei se non ne uscisse.

Intanto c’è questo. Una storia, mi pare di intuire, abbastanza tipica: un amante della musica ed autocostruttore (fa tutt’altro mestiere, per vivere, se capisco bene) si fa un amplificatore, gli amici lo sentono, gliene chiedono uno; in qualche anno la costruzione di amplificatori diventa un secondo mestiere (a quanto capisco mantiene ancora la sanità mentale, non rinuncia all’altro lavoro, il che ha come ripercussione il fatto che questi amplificatori, fatti solo da lui, hanno ora dei tempi di consegna da Fiat Uno negli anni ’80, semestrali). Un’altra fortuna è che l’amplificatore (ce ne sono a quel punto un po’ di varianti, ma il progetto resta sostanzialmente uno) viene segnalato a Bobby Palkovich di Merlin Music Systems, che ne capisce le potenzialità anche in abbinamento coi suoi diffusori e, dopo un po’ di ottimizzazioni e concentrandosi su un’unica variante, si mette a dimostrarlo alle fiere americane e a distribuirlo nel mondo, esclusa l’Europa dove continua a pensarci il costruttore. Questa, senza neanche troppo semplificarla, la sequenza degli eventi.


Il Filarmonia SE

Sballandolo (a proposito: imballo splendido e di grande sicurezza) si presenta piccolo ed elegantissimo. E’ un tipico amplificatore valvolare, quindi le valvole sono a vista, i trasformatori dietro, allineati, con quello di alimentazione in mezzo fra i due trasformatori di uscita. Le sette valvole (quattro EL34, una E88CC, due 5814a) sono nella parte anteriore dell’amplificatore. Sul pannello frontale ci sono un interruttore di accensione, un led e due manopole, una per il volume e una per la selezione degli ingressi. Finito. Dietro tre ingressi, un’uscita tape diretta (niente tape monitor) e le uscite, sugli ormai consueti morsetti Cardas con chiusura contemporanea di ambedue i poli, che accettano solo forcelle e cavo spellato, almeno ufficialmente.
Dentro? Non l’ho aperto. Non so spiegarvi perché, forse per la finitura abbastanza incredibile, che probabilmente mi ha suggerito “occhio, sono delicata”. Comunque, è davvero molto bello, con le superfici decisamente uniformi e probabilmente lucidate a mano.

L'Ars Sonum Filarmonia SE

Quel che racconta il progettista (via Bobby di Merlin) è che c’è una connessione particolare dello stadio d’uscita (“a special screen-grid regulated pentode circuit with auto-regulated polarization”, cito dal materiale informativo ufficiale: la sensazione è che il collegamento non sia in ultralineare, certamente non è a triodo, probabile qualche connessione alla McIntosh? Certamente il bias è “automatico”); che le due 5814A sono utilizzate come driver e sfasatore, mentre la E88CC fa da stadio di preamplificazione.
Alcuni dei condensatori – a quanto comprendo tutti  quelli di accoppiamento fra gli stadi –sono gli Hovland tanto cari anche a Bobby Palkovich; il resto della ccomponentistica è di qualità (condensatori Aerovox, Elna, Panasonic, Wima, Philips; resistenze selezionate all’1%; allo 0.5% quelle di catodo sulle finali e quelle sul percorso audio, a strato metallico). I trasformatori sono tutti avvolti custom, con tolleranze dello 0.5% per quelli di uscita. L’alimentazione è rettificata a stato solido e regolata separatamente per le varie tensioni richieste.
La potenza dichiarata è di una trentina di watt, di cui circa 22 in classe A. La controreazione globale dovrebbe essere limitata a 6 dB. La costruzione dovrebbe essere ibrida, parte in aria e parte su stampato. Il potenziometro è un ALPS Blue Velvet.
Le valvole – scelte e non messe per caso – sono JJ per le finali (E34L) e per l’ingresso, JAN Philips per le driver/sfasatrici. Le finali sono selezionate con una tolleranza del 2% rispetto ad un riferimento, credo dopo un processo di rodaggio iniziale, in modo da mantenere costanza di prestazioni nel tempo.

Il telaio è, come dicevo, elegante e finito in modo strepitoso. Dovrebbe essere di acciaio, cromato e poi lucidato a mano. L’eleganza dell’oggetto è data anche dalla sua compattezza: pare suggerire, l’Ars Sonum, di essere grande quanto basta, non di più. Non vuole urlare la sua presenza, non vuole imporsi, vuol fare il suo mestiere con discrezione e con, ahem, bellezza.

I morsetti Cardas

L’estrema attenzione del costruttore all’ottimizzazione (ma qui penso che, di nuovo, ci sia la zampetta di Bobby Palkovich) è confermata dalla presenza, nella confezione, di un cavo Cardas Golden Reference di alimentazione. Ho provato ad usare dell’altro, anche di costo nettamente superiore. Niente da fare, nel mio sistema il Cardas è quello che va meglio (come sul Norma, al contrario di quanto accade su altri oggetti tipo il Nova, che va bene col suo cavo di alimentazione, o su altri amplificatori, dove ho preferito spesso il White  Gold Infinito FII che spero Aldo  Zaninello si sia definitivamente dimenticato qui – ssshhhhh).

Il manuale è in inglese, molto ben fatto. C’è un’inquietante avvertenza a non accendere mai l’amplificatore senza diffusori collegati, pena una sorta di autodistruzione (e se sbaglio  a collegare i cavi? Vabbe’…). Mi pare inoltre di comprendere che l’amplificatore è ottimizzato per carichi intorno agli 8 ohm; non sono previsti secondari multipli sul trasformatore di uscita. Non mi pare l’amplificatore ideale per diffusori dal carico tormentato; io l’ho provato sulle mie Merlin con grande soddisfazione, ma non credo che l’idea sia quella di attaccarlo alle Apogee Scintilla, né a diffusori che siano dichiarati per 8 ohm. Ripeterò anche sotto  questa avvertenza: non garantisco minimamente i risultati che ho riscontrato su diffusori difficili. Diciamo che implica anche la scelta dei diffusori, l’Ars Sonum. Ne vale la pena? Continuate a leggere dopo il bonus.


BONUS: Merlin VSM MXe!

Le Merlin in mezzo alla confusione del trasloco

Lo metto qui perché il distributore è lo stesso e perché, in un certo senso, il Filarmonia è l’amplificatore per questi diffusori. Qualche mese dopo che avevo deciso di tenere le MMe, recensite qualche numero fa, si è presentata l’occasione di passare alle MXe senza grossi “dolori” economici (una coppia aveva subito qualche danno estetico). Una volta verificato con la mia compagna che una coppia di diffusori rossi non fosse motivo sufficiente di proiezione, mia e dei diffusori, fuori dalla finestra, ho accettato. Avventatamente? Chissà. Son qui per raccontarvelo.
Le MXe sono i diffusori top del catalogo Merlin. Apparentemente non c’è alcuna differenza, a parte la finitura, con le più economiche MMe (che poi tanto economiche non sono, ovviamente…). In realtà, la finitura (bellissima, vista dal vivo…) e il trattamento del mobile pare permettano, grazie alla maggior rigidità che si portano dietro – o almeno, questo è quel che ho capito – alcuni piccoli aggiustamenti ad una delle reti di compensazione, l’utilizzo di alcuni ulteriori componenti trattati criogenicamente e altri piccoli dettagli diversi. Oppure, diciamo che c’è una mutua influenza fra quel che fa la finitura e quel che fanno i piccoli aggiustamenti (ad esempio, le variazioni nella rete di compensazione potrebbero essere semplicemente dovute ad una risonanza che cade in una frequenza leggermente diversa. Ovviamente Bobby Palkovich di Merlin sta piuttosto abbottonato sui suoi segreti).

Le differenze sono, comunque, all’apparenza del tutto marginali: stesso mobile di base (anche se mi è parso che quello delle MXe sia più pesante, ma potrei sbagliarmi); stessi altoparlanti; stessi morsetti; stesse punte; eccetera. Stesso crossover, come progetto, a parte quella compensazione. Non dovrebbe esserci alcuna differenza.

E invece c’è. La sostituzione, nel mio caso, è stata diretta; le MMe avevano appena finito  di suonare e sono state sostituite, con lo stesso disco, dalle MXe. Alcune cose sono state subito evidenti: le MXe hanno un po’ di stabilità in più (sembra che siano più, come dire, imperturbabili), un filo di risoluzione in più e forse un pochino di distorsione in meno; suonano più dolci e al contempo più aperte. Il basso pare essere un po’ (ancora un po’…) più smorzato Forse c’è maggior solidità nella regione del basso e del mediobasso. Al contempo, pare esserci un po’ più di energia nella parte alta del medio, che si ripercuote in un’ancora minor nasalità (non che le MMe siano nasali, anzi: sono quelle cose che si sentono solo a confronto diretto). Il senso di silenzio fra le note è superiore nelle MXe; direi che il suono è più contrastato (la risoluzione in più…). Forse si corre un po’ più il rischio, con l’amplificazione sbagliata, di farle suonare un po’ troppo, come dire, smagrite; o di mettere in evidenza respiri e sibilanti. Con quella giusta (il Filarmonia!), le MXe sono un diffusore migliore, non ho dubbi.
Di quanto migliori? Per me in modo significativo. E’ come se le MMe fossero ingegnerizzate per essere un filo più “facili”, da interfacciare e da, ehm, vivere. Credo però che tanta risoluzione e un tal livello di messa a punto (parlo delle MXe) sia un’arma a doppio taglio; come scrivevo poco sopra, le MMe probabilmente vanno bene con un numero superiore di amplificazioni; in alcuni impianti in cui le MMe sono praticamente perfette, le MXe rischiano di essere un po’ troppo cattive con ciò che sta a monte.
In ogni caso, a me le sfide piacciono. Oltretutto, questa versione mi pare ancor di più dell’altra una finestra aperta, che mi permette giudizi ancora più chiari e facili sui componenti che mi trovo a provare. Richiedono, penso, una mano e delle orecchie più esperte per arrivare alla massima soddisfazione, rispetto alle altre. Non le vedo più di tanto con una serie di amplificazioni a stato solido radiografanti e un po’ smagrite, che magari arrivano ancora a dare un risultato soddisfacente con le MMe.
Credo che ambedue le scelte, MMe e MXe, siano perfettamente valide; le MXe sono superiori di quel tanto che permette di arrivare, per me, nel mio sistema a giustificare il loro maggior costo. Però, alla fine, sono lo stesso diffusore, per cui penso che sarei potuto vivere felice anche con le MMe. Non fate l’errore, però, di pensare che le MXe siano un upgrade certo e tranquillo in qualsiasi impianto: i cavalli di razza (più di razza) necessitano di (ancora) maggiori attenzioni…


Ars Sonum Filarmonia SE: l'ascolto


Torniamo all’oggetto della prova. Le voci che riguardano questo amplificatore parlano di un “omaggio” al Dynaco ST-70. Non lo so, non l’ho mai sentito. Certo, se la cosa sta a suggerire in qualche modo un suono vintage, l’idea è un po’ fuorviante. Gli ultimi amplificatori vintage a valvole che ho avuto a casa mia sono dei Quad II e dei Radford MA-15; da questi ultimi troppo tempo è passato, dai primi un po’, ma non abbastanza da farmi dire che siamo piuttosto lontani.
Il Filarmonia è un amplificatore risolutamente moderno, tanto nella capacità di risolvere il dettaglio quanto nell’estensione della risposta in frequenza. Qui, coi miei diffusori, non c’è alcuna recriminazione, alcuna concessione da fare, alcun “sì, certo, però…”. L’Ars Sonum è un oggetto contemporaneo, ha tutta la dinamica, la reattività e l’estensione che si richiede ad un amplificatore nel primo decennio del 2000. E in più ha, sì, un tocco di magia; forse qui sta l’omaggio al vintage, nella capacità del suo progettista di trovare accuratezza e un tocco di magia insieme.

Gli ingressi del Filarmonia

In ogni caso, come impostazione generale l’Ars Sonum è piuttosto aperto, non chiuso e rotondo come il tipico amplificatore vintage. Non suona da stato solido, questo no, ma appartiene alla scuola valvolare aperta e dinamica, non a quella nostalgica; lui non cerca di raggiungere la dolcezza e la magia perdendosi per strada il dettaglio e indugiando sulla gamma media. Ha anzi – ma vedete sotto per l’avvertenza – una splendida coerenza e una neutralità notevolissima, un suono di grande compattezza, di grana praticamente impercettibile.
La resa del dettaglio, del microcontrasto mi ha preso davvero in contropiede. L’amplificatore formicola di dettagli, riproposti con quel tipo di microdinamica che fa balzare sulla sedia se si presta attenzione. Se non si presta attenzione, però, e qui sta la virtù che trovo solo nelle valvole a prezzi ancora umani (per lo stato solido occorre salire di più), se ci si vuole lasciar trascinare dalla musica, l’Ars Sonum lo lascia fare; il dettaglio non distoglie, per fortuna, dalla musica. Non è, neanche qui, un microdettaglio, né una microdinamica, ottenuta a scapito della macrodinamica: quest’ultima c’è tutta, fin quando l’amplificatore ce la fa (ed è sorprendente quanto lontano riescano ad andare una trentina di watt con diffusori sufficientemente efficienti da non richiedere saldatori ad arco per pilotarli).
La grana, la fluidità, la continuità dei suoni, sono, come scrivevo sopra, di livello per me assoluto. Direi anzi che, se si può fare una critica a questo tipo di suono, è quella di aver scelto un partito preso di raffinatezza piuttosto che di cattiveria. E’ un amplificatore colto, di gusto, di delicatezza; posizione assolutamente intelligente se si deve contare su una trentina di watt e non si vuole riservare l’amplificatore a pochi diffusori dall’efficienza ancora più elevata.
Quel che però sorprende, in questo contesto, di classe comunque elevatissima, è il senso di autorevolezza che questo amplificatore esprime. L’autorevolezza passa, in questo caso, più che attraverso un controllo ipersviluppato del basso e del mediobasso, per una grande sicurezza dinamica e per una splendida precisione nella descrizione del soundstage. C’è qualcosa di assolutamente sorprendente nel modo in cui, ad esempio, una chitarra o una voce spiccano nella loro esatta posizione, con le loro esatte dimensioni nei tre sensi, con una focalizzazione molto spinta, con, alla fine e per semplificare, un realismo che in certi momenti lascia a bocca aperta e che non ho sentito da alcun altro degli amplificatori che ho in casa (forse la sto risentendo ora, con un monotriodo con la 845: ma nel complesso il sistema di amplificazione attuale avrebbe, sul nuovo, un prezzo probabilmente almeno triplo rispetto all’Ars Sonum). Anche l’accoppiata Klyne/Lindemann, tutt’altro che economica, ha in questo ceduto le armi all’Ars Sonum.
La dimensione della scena riproposta dall’Ars Sonum è, di nuovo, di eccellenza. La larghezza, soprattutto, è assolutamente affascinante; lo è soprattutto perché, di nuovo come il mio attuale monotriodo, riesce a mantenere meglio del solito la dimensionalità e la focalizzazione degli strumenti non solo se questi sono all’interno dell’area delimitata dai diffusori, ma anche quando – e con questo amplificatore e con le Merlin capita spesso – gli esecutori finiscono fuori, all’esterno dei diffusori. Soprattutto la dimensionalità mi ha sorpreso: ho quasi sempre sentito, con sistemi che avanzano la scena, com’è questo Ars Sonum con le Merlin, la dimensionalità, il senso di corpo, perdere un po’ del  realismo che sono in grado di riproporre quando gli esecutori si trovano ad essere proiettati davanti e all’esterno dei diffusori. Qui è tutto a posto.

E poi c’è la magia. Credo di aver ricondotto quella magia ad un aspetto specifico, stavolta. In un contesto di eccellenza, l’eccezionalità del Filarmonia è per me in una gamma di frequenze specifica, in abbinamento con le Merlin, una gamma di frequenze che quasi tutti gli altri amplificatori e quasi tutte le altre accoppiate amplificatore/diffusore (tutte, vorrei dire: ovviamente non ho sentito tutto e quindi non lo dico, però è così nella mia esperienza) non rendono in modo così magico, che si trova in quell’incrocio fra il medio, il medioalto e l’alto. Quasi sempre è lì che vengono fuori eventuali problemi di fluidità e di grana, spesso il medioalto è avanti ed acquisisce un che di scolpito in tempo reale, qualcosa che ne impedisce il fluire. Qui c’è una liquidità abbastanza incredibile: una specie di naturalezza praticamente mai sentita prima, nella gamma probabilmente più difficile da riprodurre in assoluto. A tutta prima non avevo nemmeno capito cosa stesse succedendo. Mi ci sono volute numerose prove e numerosi confronti per arrivarci. Una volta individuata, era assolutamente consistente. Per me, questa gamma vale da sola un ascolto. Praticamente tutti gli strumenti acquistano una levigatezza timbrica più vicina alla realtà, senza perdere la loro naturale essenza; anche perché le alte frequenze restano estesissime, piene di aria e di estrema precisione (sorprendenti da un valvolare, tantopiù di questo prezzo, tantopiù con un più o meno dichiarato intento di omaggio ad un oggetto vintage).

Limiti? Beh, 30 watt restano 30 watt. Inoltre, il basso non ha l’impatto (e forse nemmeno l’estensione, ma di un niente) di uno stato solido di classe. E’ un basso più “melodioso” che BONG-BONG-BONG, per intenderci. Ah, occhio, qui: ad un certo punto, forse perché avevo collegato i cavi di potenza sbagliati, forse perché il rodaggio non era ancora finito, mi è parso di rilevare una certa disconnessione temporale del basso  rispetto alle altre gamme (degli amici che erano da me in quel momento hanno sentito la stessa cosa). Più avanti, con altri cavi, forse perché ormai l’amplificatore era definitivamente maturato, la sensazione è scomparsa. Tornando ai limiti, con tutta la sua estensione, con la sua apertura, con la sua capacità dinamica, il Filarmonia non mi è parso l’amplificatore ideale per chi voglia una riproduzione basata essenzialmente e primariamente sull’impatto, sulla grinta, sulla cattiveria. No, è troppo raffinato per questo, anche se la sua microdinamica e la sua plasticità possono comunque essere di assoluta soddisfazione anche con generi cattivi.
Ah, un’ultima cosa: per fortuna, mi è arrivato con oltre cinquanta ore di uso. Se avessi dovuto osservare la dieta prescritta, quella delle tre ore di accensione più una di spegnimento nelle prime cinquanta ore di vita, credo che sarei impazzito.

Una conclusione? Per me, per una serie di parametri, l’Ars Sonum, coi miei diffusori, è quanto di meglio ho sentito, senza far distinzioni di categoria. Non me lo sono comprato solo perché l’attività di recensore implica la necessità di una coppia pre/finale e non mi posso, in questo momento, permettere di avere anche un integrato. Ma nel momento in cui me lo potrò permettere, probabilmente farò un bonifico a Tecnospazio. Sì, il livello è quello. Bobby Palkovich aveva ragione, un’altra volta. Pensate al Filarmonia, se avete un budget prefissato per l’impianto nel suo complesso e diffusori con cui sia compatibile, come ad una maniera immediata di alzare, pure di parecchio, il budget per la sorgente, o per i nuovi diffusori stessi…

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