 | Ars Sonum Filarmonia SE (con bonus!) di Igor Zamberlan
Hi-fi spagnola? Qui da noi, praticamente non pervenuta. Certo, gli
altoparlanti Beyma sono noti nell’ambiente dell’autocostruzione e del
professionale come driver dall’ottimo rapporto qualità-prezzo. Poi,
però, a mia memoria, praticamente nient’altro. Sono sicuro che c’è
qualcos’altro di interessante (almeno un marchio di diffusori, che però
ora mi sfugge…), ma per qualche motivo pare che dalla terra dei
campioni d’Europa (titolo meritatissimo) di calcio non arrivi
praticamente niente in campo hi-fi. Eppure è una terra di grande cultura musicale.
Non è neanche piccola. Non so, non capisco. Mi aspetto sicuramente che
altro ne esca nei prossimi anni. Anzi, mi sorprenderei se non ne
uscisse.
Intanto c’è questo. Una storia, mi pare di intuire,
abbastanza tipica: un amante della musica ed autocostruttore (fa
tutt’altro mestiere, per vivere, se capisco bene) si fa un
amplificatore, gli amici lo sentono, gliene chiedono uno; in qualche
anno la costruzione di amplificatori diventa un secondo mestiere (a
quanto capisco mantiene ancora la sanità mentale, non rinuncia
all’altro lavoro, il che ha come ripercussione il fatto che questi
amplificatori, fatti solo da lui, hanno ora dei tempi di consegna da
Fiat Uno negli anni ’80, semestrali). Un’altra fortuna è che
l’amplificatore (ce ne sono a quel punto un po’ di varianti, ma il
progetto resta sostanzialmente uno) viene segnalato a Bobby Palkovich
di Merlin Music Systems, che ne capisce le potenzialità anche in
abbinamento coi suoi diffusori e, dopo un po’ di ottimizzazioni e
concentrandosi su un’unica variante, si mette a dimostrarlo alle fiere
americane e a distribuirlo nel mondo, esclusa l’Europa dove continua a
pensarci il costruttore. Questa, senza neanche troppo semplificarla, la
sequenza degli eventi.
Il Filarmonia SE
Sballandolo
(a proposito: imballo splendido e di grande sicurezza) si presenta
piccolo ed elegantissimo. E’ un tipico amplificatore valvolare, quindi
le valvole sono a vista, i trasformatori dietro, allineati, con quello
di alimentazione in mezzo fra i due trasformatori di uscita. Le sette
valvole (quattro EL34, una E88CC, due 5814a) sono nella parte anteriore
dell’amplificatore. Sul pannello frontale ci sono un interruttore di
accensione, un led e due manopole, una per il volume e una per la
selezione degli ingressi. Finito. Dietro tre ingressi, un’uscita tape
diretta (niente tape monitor) e le uscite, sugli ormai consueti
morsetti Cardas con chiusura contemporanea di ambedue i poli, che
accettano solo forcelle e cavo spellato, almeno ufficialmente. Dentro?
Non l’ho aperto. Non so spiegarvi perché, forse per la finitura
abbastanza incredibile, che probabilmente mi ha suggerito “occhio, sono
delicata”. Comunque, è davvero molto bello, con le superfici
decisamente uniformi e probabilmente lucidate a mano.

Quel
che racconta il progettista (via Bobby di Merlin) è che c’è una
connessione particolare dello stadio d’uscita (“a special screen-grid
regulated pentode circuit with auto-regulated polarization”, cito dal
materiale informativo ufficiale: la sensazione è che il collegamento
non sia in ultralineare, certamente non è a triodo, probabile qualche
connessione alla McIntosh? Certamente il bias è “automatico”); che le
due 5814A sono utilizzate come driver e sfasatore, mentre la E88CC fa
da stadio di preamplificazione. Alcuni dei condensatori – a quanto
comprendo tutti quelli di accoppiamento fra gli stadi –sono gli
Hovland tanto cari anche a Bobby Palkovich; il resto della
ccomponentistica è di qualità (condensatori Aerovox, Elna, Panasonic,
Wima, Philips; resistenze selezionate all’1%; allo 0.5% quelle di
catodo sulle finali e quelle sul percorso audio, a strato metallico). I
trasformatori sono tutti avvolti custom, con tolleranze dello 0.5% per
quelli di uscita. L’alimentazione è rettificata a stato solido e
regolata separatamente per le varie tensioni richieste. La potenza
dichiarata è di una trentina di watt, di cui circa 22 in classe A. La
controreazione globale dovrebbe essere limitata a 6 dB. La costruzione
dovrebbe essere ibrida, parte in aria e parte su stampato. Il
potenziometro è un ALPS Blue Velvet. Le valvole – scelte e non messe
per caso – sono JJ per le finali (E34L) e per l’ingresso, JAN Philips
per le driver/sfasatrici. Le finali sono selezionate con una tolleranza
del 2% rispetto ad un riferimento, credo dopo un processo di rodaggio
iniziale, in modo da mantenere costanza di prestazioni nel tempo.
Il
telaio è, come dicevo, elegante e finito in modo strepitoso. Dovrebbe
essere di acciaio, cromato e poi lucidato a mano. L’eleganza
dell’oggetto è data anche dalla sua compattezza: pare suggerire, l’Ars
Sonum, di essere grande quanto basta, non di più. Non vuole urlare la
sua presenza, non vuole imporsi, vuol fare il suo mestiere con
discrezione e con, ahem, bellezza.

L’estrema
attenzione del costruttore all’ottimizzazione (ma qui penso che, di
nuovo, ci sia la zampetta di Bobby Palkovich) è confermata dalla
presenza, nella confezione, di un cavo Cardas Golden Reference di
alimentazione. Ho provato ad usare dell’altro, anche di costo
nettamente superiore. Niente da fare, nel mio sistema il Cardas è
quello che va meglio (come sul Norma, al contrario di quanto accade su
altri oggetti tipo il Nova, che va bene col suo cavo di alimentazione,
o su altri amplificatori, dove ho preferito spesso il White Gold
Infinito FII che spero Aldo Zaninello si sia definitivamente
dimenticato qui – ssshhhhh).
Il manuale è in inglese, molto ben
fatto. C’è un’inquietante avvertenza a non accendere mai
l’amplificatore senza diffusori collegati, pena una sorta di
autodistruzione (e se sbaglio a collegare i cavi? Vabbe’…). Mi
pare inoltre di comprendere che l’amplificatore è ottimizzato per
carichi intorno agli 8 ohm; non sono previsti secondari multipli sul
trasformatore di uscita. Non mi pare l’amplificatore ideale per
diffusori dal carico tormentato; io l’ho provato sulle mie Merlin con
grande soddisfazione, ma non credo che l’idea sia quella di attaccarlo
alle Apogee Scintilla, né a diffusori che siano dichiarati per 8 ohm.
Ripeterò anche sotto questa avvertenza: non garantisco
minimamente i risultati che ho riscontrato su diffusori difficili.
Diciamo che implica anche la scelta dei diffusori, l’Ars Sonum. Ne vale
la pena? Continuate a leggere dopo il bonus.
BONUS: Merlin VSM MXe!

Lo
metto qui perché il distributore è lo stesso e perché, in un certo
senso, il Filarmonia è l’amplificatore per questi diffusori. Qualche
mese dopo che avevo deciso di tenere le MMe, recensite qualche numero
fa, si è presentata l’occasione di passare alle MXe senza grossi
“dolori” economici (una coppia aveva subito qualche danno estetico).
Una volta verificato con la mia compagna che una coppia di diffusori
rossi non fosse motivo sufficiente di proiezione, mia e dei diffusori,
fuori dalla finestra, ho accettato. Avventatamente? Chissà. Son qui per
raccontarvelo. Le MXe sono i diffusori top del catalogo Merlin.
Apparentemente non c’è alcuna differenza, a parte la finitura, con le
più economiche MMe (che poi tanto economiche non sono, ovviamente…). In
realtà, la finitura (bellissima, vista dal vivo…) e il trattamento del
mobile pare permettano, grazie alla maggior rigidità che si portano
dietro – o almeno, questo è quel che ho capito – alcuni piccoli
aggiustamenti ad una delle reti di compensazione, l’utilizzo di alcuni
ulteriori componenti trattati criogenicamente e altri piccoli dettagli
diversi. Oppure, diciamo che c’è una mutua influenza fra quel che fa la
finitura e quel che fanno i piccoli aggiustamenti (ad esempio, le
variazioni nella rete di compensazione potrebbero essere semplicemente
dovute ad una risonanza che cade in una frequenza leggermente diversa.
Ovviamente Bobby Palkovich di Merlin sta piuttosto abbottonato sui suoi
segreti).
Le differenze sono, comunque, all’apparenza del tutto
marginali: stesso mobile di base (anche se mi è parso che quello delle
MXe sia più pesante, ma potrei sbagliarmi); stessi altoparlanti; stessi
morsetti; stesse punte; eccetera. Stesso crossover, come progetto, a
parte quella compensazione. Non dovrebbe esserci alcuna differenza.
E
invece c’è. La sostituzione, nel mio caso, è stata diretta; le MMe
avevano appena finito di suonare e sono state sostituite, con lo
stesso disco, dalle MXe. Alcune cose sono state subito evidenti: le MXe
hanno un po’ di stabilità in più (sembra che siano più, come dire,
imperturbabili), un filo di risoluzione in più e forse un pochino di
distorsione in meno; suonano più dolci e al contempo più aperte. Il
basso pare essere un po’ (ancora un po’…) più smorzato Forse c’è
maggior solidità nella regione del basso e del mediobasso. Al contempo,
pare esserci un po’ più di energia nella parte alta del medio, che si
ripercuote in un’ancora minor nasalità (non che le MMe siano nasali,
anzi: sono quelle cose che si sentono solo a confronto diretto). Il
senso di silenzio fra le note è superiore nelle MXe; direi che il suono
è più contrastato (la risoluzione in più…). Forse si corre un po’ più
il rischio, con l’amplificazione sbagliata, di farle suonare un po’
troppo, come dire, smagrite; o di mettere in evidenza respiri e
sibilanti. Con quella giusta (il Filarmonia!), le MXe sono un diffusore
migliore, non ho dubbi. Di quanto migliori? Per me in modo
significativo. E’ come se le MMe fossero ingegnerizzate per essere un
filo più “facili”, da interfacciare e da, ehm, vivere. Credo però che
tanta risoluzione e un tal livello di messa a punto (parlo delle MXe)
sia un’arma a doppio taglio; come scrivevo poco sopra, le MMe
probabilmente vanno bene con un numero superiore di amplificazioni; in
alcuni impianti in cui le MMe sono praticamente perfette, le MXe
rischiano di essere un po’ troppo cattive con ciò che sta a monte. In
ogni caso, a me le sfide piacciono. Oltretutto, questa versione mi pare
ancor di più dell’altra una finestra aperta, che mi permette giudizi
ancora più chiari e facili sui componenti che mi trovo a provare.
Richiedono, penso, una mano e delle orecchie più esperte per arrivare
alla massima soddisfazione, rispetto alle altre. Non le vedo più di
tanto con una serie di amplificazioni a stato solido radiografanti e un
po’ smagrite, che magari arrivano ancora a dare un risultato
soddisfacente con le MMe. Credo che ambedue le scelte, MMe e MXe,
siano perfettamente valide; le MXe sono superiori di quel tanto che
permette di arrivare, per me, nel mio sistema a giustificare il loro
maggior costo. Però, alla fine, sono lo stesso diffusore, per cui penso
che sarei potuto vivere felice anche con le MMe. Non fate l’errore,
però, di pensare che le MXe siano un upgrade certo e tranquillo in
qualsiasi impianto: i cavalli di razza (più di razza) necessitano di
(ancora) maggiori attenzioni…
Ars Sonum Filarmonia SE: l'ascolto
Torniamo
all’oggetto della prova. Le voci che riguardano questo amplificatore
parlano di un “omaggio” al Dynaco ST-70. Non lo so, non l’ho mai
sentito. Certo, se la cosa sta a suggerire in qualche modo un suono
vintage, l’idea è un po’ fuorviante. Gli ultimi amplificatori vintage a
valvole che ho avuto a casa mia sono dei Quad II e dei Radford MA-15;
da questi ultimi troppo tempo è passato, dai primi un po’, ma non
abbastanza da farmi dire che siamo piuttosto lontani. Il Filarmonia
è un amplificatore risolutamente moderno, tanto nella capacità di
risolvere il dettaglio quanto nell’estensione della risposta in
frequenza. Qui, coi miei diffusori, non c’è alcuna recriminazione,
alcuna concessione da fare, alcun “sì, certo, però…”. L’Ars Sonum è un
oggetto contemporaneo, ha tutta la dinamica, la reattività e
l’estensione che si richiede ad un amplificatore nel primo decennio del
2000. E in più ha, sì, un tocco di magia; forse qui sta l’omaggio al
vintage, nella capacità del suo progettista di trovare accuratezza e un
tocco di magia insieme.

In
ogni caso, come impostazione generale l’Ars Sonum è piuttosto aperto,
non chiuso e rotondo come il tipico amplificatore vintage. Non suona da
stato solido, questo no, ma appartiene alla scuola valvolare aperta e
dinamica, non a quella nostalgica; lui non cerca di raggiungere la
dolcezza e la magia perdendosi per strada il dettaglio e indugiando
sulla gamma media. Ha anzi – ma vedete sotto per l’avvertenza – una
splendida coerenza e una neutralità notevolissima, un suono di grande
compattezza, di grana praticamente impercettibile. La resa del
dettaglio, del microcontrasto mi ha preso davvero in contropiede.
L’amplificatore formicola di dettagli, riproposti con quel tipo di
microdinamica che fa balzare sulla sedia se si presta attenzione. Se
non si presta attenzione, però, e qui sta la virtù che trovo solo nelle
valvole a prezzi ancora umani (per lo stato solido occorre salire di
più), se ci si vuole lasciar trascinare dalla musica, l’Ars Sonum lo
lascia fare; il dettaglio non distoglie, per fortuna, dalla musica. Non
è, neanche qui, un microdettaglio, né una microdinamica, ottenuta a
scapito della macrodinamica: quest’ultima c’è tutta, fin quando
l’amplificatore ce la fa (ed è sorprendente quanto lontano riescano ad
andare una trentina di watt con diffusori sufficientemente efficienti
da non richiedere saldatori ad arco per pilotarli). La grana, la
fluidità, la continuità dei suoni, sono, come scrivevo sopra, di
livello per me assoluto. Direi anzi che, se si può fare una critica a
questo tipo di suono, è quella di aver scelto un partito preso di
raffinatezza piuttosto che di cattiveria. E’ un amplificatore colto, di
gusto, di delicatezza; posizione assolutamente intelligente se si deve
contare su una trentina di watt e non si vuole riservare
l’amplificatore a pochi diffusori dall’efficienza ancora più elevata. Quel
che però sorprende, in questo contesto, di classe comunque
elevatissima, è il senso di autorevolezza che questo amplificatore
esprime. L’autorevolezza passa, in questo caso, più che attraverso un
controllo ipersviluppato del basso e del mediobasso, per una grande
sicurezza dinamica e per una splendida precisione nella descrizione del
soundstage. C’è qualcosa di assolutamente sorprendente nel modo in cui,
ad esempio, una chitarra o una voce spiccano nella loro esatta
posizione, con le loro esatte dimensioni nei tre sensi, con una
focalizzazione molto spinta, con, alla fine e per semplificare, un
realismo che in certi momenti lascia a bocca aperta e che non ho
sentito da alcun altro degli amplificatori che ho in casa (forse la sto
risentendo ora, con un monotriodo con la 845: ma nel complesso il
sistema di amplificazione attuale avrebbe, sul nuovo, un prezzo
probabilmente almeno triplo rispetto all’Ars Sonum). Anche l’accoppiata
Klyne/Lindemann, tutt’altro che economica, ha in questo ceduto le armi
all’Ars Sonum. La dimensione della scena riproposta dall’Ars Sonum è, di nuovo,
di eccellenza. La larghezza, soprattutto, è assolutamente affascinante;
lo è soprattutto perché, di nuovo come il mio attuale monotriodo,
riesce a mantenere meglio del solito la dimensionalità e la focalizzazione degli
strumenti non solo se questi sono all’interno dell’area delimitata dai
diffusori, ma anche quando – e con questo amplificatore e con le Merlin
capita spesso – gli esecutori finiscono fuori, all’esterno dei
diffusori. Soprattutto la dimensionalità mi ha sorpreso: ho quasi
sempre sentito, con sistemi che avanzano la scena, com’è questo Ars
Sonum con le Merlin, la dimensionalità, il senso di corpo, perdere un
po’ del realismo che sono in grado di riproporre quando gli esecutori si trovano ad essere proiettati
davanti e all’esterno dei diffusori. Qui è tutto a posto.
E poi
c’è la magia. Credo di aver ricondotto quella magia ad un aspetto
specifico, stavolta. In un contesto di eccellenza, l’eccezionalità del
Filarmonia è per me in una gamma di frequenze specifica, in abbinamento
con le Merlin, una gamma di frequenze che quasi tutti gli altri
amplificatori e quasi tutte le altre accoppiate amplificatore/diffusore
(tutte, vorrei dire: ovviamente non ho sentito tutto e quindi non lo
dico, però è così nella mia esperienza) non rendono in modo così
magico, che si trova in quell’incrocio fra il medio, il medioalto e
l’alto. Quasi sempre è lì che vengono fuori eventuali problemi di
fluidità e di grana, spesso il medioalto è avanti ed acquisisce un che
di scolpito in tempo reale, qualcosa che ne impedisce il fluire. Qui
c’è una liquidità abbastanza incredibile: una specie di naturalezza
praticamente mai sentita prima, nella gamma probabilmente più difficile
da riprodurre in assoluto. A tutta prima non avevo nemmeno capito cosa
stesse succedendo. Mi ci sono volute numerose prove e numerosi
confronti per arrivarci. Una volta individuata, era assolutamente
consistente. Per me, questa gamma vale da sola un ascolto. Praticamente
tutti gli strumenti acquistano una levigatezza timbrica più vicina alla
realtà, senza perdere la loro naturale essenza; anche perché le alte
frequenze restano estesissime, piene di aria e di estrema precisione
(sorprendenti da un valvolare, tantopiù di questo prezzo, tantopiù con
un più o meno dichiarato intento di omaggio ad un oggetto vintage).
Limiti?
Beh, 30 watt restano 30 watt. Inoltre, il basso non ha l’impatto (e
forse nemmeno l’estensione, ma di un niente) di uno stato solido di
classe. E’ un basso più “melodioso” che BONG-BONG-BONG, per intenderci.
Ah, occhio, qui: ad un certo punto, forse perché avevo collegato i cavi
di potenza sbagliati, forse perché il rodaggio non era ancora finito,
mi è parso di rilevare una certa disconnessione temporale del
basso rispetto alle altre gamme (degli amici che erano da me in
quel momento hanno sentito la stessa cosa). Più avanti, con altri cavi,
forse perché ormai l’amplificatore era definitivamente maturato, la
sensazione è scomparsa. Tornando ai limiti, con tutta la sua
estensione, con la sua apertura, con la sua capacità dinamica, il
Filarmonia non mi è parso l’amplificatore ideale per chi voglia una
riproduzione basata essenzialmente e primariamente sull’impatto, sulla
grinta, sulla cattiveria. No, è troppo raffinato per questo, anche se
la sua microdinamica e la sua plasticità possono comunque essere di
assoluta soddisfazione anche con generi cattivi. Ah, un’ultima cosa:
per fortuna, mi è arrivato con oltre cinquanta ore di uso. Se avessi
dovuto osservare la dieta prescritta, quella delle tre ore di
accensione più una di spegnimento nelle prime cinquanta ore di vita,
credo che sarei impazzito.
Una conclusione? Per me, per una
serie di parametri, l’Ars Sonum, coi miei diffusori, è quanto di meglio
ho sentito, senza far distinzioni di categoria. Non me lo sono comprato
solo perché l’attività di recensore implica la necessità di una coppia
pre/finale e non mi posso, in questo momento, permettere di avere anche
un integrato. Ma nel momento in cui me lo potrò permettere,
probabilmente farò un bonifico a Tecnospazio. Sì, il livello è quello.
Bobby Palkovich aveva ragione, un’altra volta. Pensate al Filarmonia,
se avete un budget prefissato per l’impianto nel suo complesso e
diffusori con cui sia compatibile, come ad una maniera immediata di
alzare, pure di parecchio, il budget per la sorgente, o per i nuovi
diffusori stessi…
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