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NUMERO 30


Casse Acustiche GERMAN PHYSIKS HRS 120 C di Domenico Pizzamiglio

 

Distributore LP Audio

Prezzo 18.000,00 euro la coppia (edizione limitata)

Ci sono prodotti che speri di veder magari in qualche fiera (la classica domanda: "ci saranno?") e poi un giorno invece te li trovi in giro per casa. Da tempo mi sarebbe piaciuto fare un ascolto controllato di un sistema German Physiks ed ora accade.

Il "glamour" di queste casse acustiche è indubbio; possono piacere o non piacere, certo, perché esteticamente ci troviamo davanti a qualcosa di diverso dal solito. Ma non lasciano indifferenti, prima di tutto perché la finitura è semplicemente perfetta e quindi se l’estetica incontra il gusto dell’ascoltatore, la seduzione di una simile finitura non può lasciare indifferente e, portafogli permettendo, l’idea dell’acquisto si insinua lestamente. In ogni caso è una estetica con la quale si può facilmente convivere.

La versione sulla quale ho messo le mani (sempre con i guanti, per prudenza) è una serie limitata che vale un cospicuo risparmio sul costo della HRS 120 C standard; la casa ha realizzato un numero limitato di coppie bianche o argento che valgono una riduzione del prezzo di listino stimabile in qualche migliaio di euro. A me sono capitate con la finitura bianca, realizzata in modo veramente encomiabile.

La cassa in sé non è particolarmente grande; anzi, abituato ai due monoliti Magneplanar sembra che le nostre siano addirittura piccole.

Come solito, poco vale che mi addentri in spiegazioni tecniche che mi si addicono ben poco; peraltro la maggior parte delle informazioni le potete trovare su un qualsiasi annuario e quindi poco vale che io vi dica che sono a due vie e che utilizzano un altoparlante DDD per il medio-acuto e un woofer per il basso. In questo caso il DDD e anche il woofer sono in fibra di carbonio. Dalle foto potrete capire il perché di quello strano cappello che caratterizza tutte le German Physiks: perché lì ha sede l’equipaggio mobile del DDD.

Probabilmente per seguire la dispersione a 360° operata dal DDD, il woofer da 20 cm. è montato verso il basso, dove ci sono le aperture del mobile che fanno sì che anche in quel caso l’irradiazione sia omnidirezionale. Le casse hanno le punte in dotazione e hanno una morsettiera, di eccellente qualità, che permette la connessione di un solo paio di cavi. E’ altresì presente la regolazione della risposta alle alte frequenze che avviene spostando dei comodissimi ponticelli; dico subito che ho preferito stare a 0 db perché gli interventi per incrementare o ridurre la gamma acuta a mio avviso modificano in qualche modo la riproposizione della scena. E poi in casa mia non ne ho sentito la necessità.

Le casse sono, sulla carta, bassamente efficienti. Tuttavia non paiono servire grandi pappe, ma la qualità deve essere alta. E pure parecchio. Le HRS 120 C sono quanto mai esigenti in questo senso e variano le loro performance come raramente mi era capitato di ascoltare con un sistema di altoparlanti. Quindi, mettetevi il cuore in pace alla ricerca di quel che le fa suonare come sanno ed in relazione al vostro ambiente.

Devo dire grazie all’amico Stefano che mi ha aiutato ad issare lo scatolone sino al quarto piano. Dove abito io non c’è ascensore (case della vecchia Milano) e portare su uno scatolone che contiene 60 kg di altoparlanti non è stato agevole.

Preparatevi ad un lungo rodaggio durante il quale la variazione di suono è sensibile.

Sul fronte posizionamento fate attenzione: seguite pure le regole dettate dal manuale (1.50 mt dalla parete posteriore e una distanza tra le casse che sia 2/3 della distanza dal punto di ascolto, ma a casa mia è bastato meno), ma sappiate che una variazione di "quattro centimetri quattro", cioè l’aver allargato le casse di 4 cm tra loro, ha modificato la resa della scena mica da ridere. E pure quella del mediobasso.

L’impianto non è il solito. Il fido Burmester è stato pensionato da una macchina arrivata in casa in modo del tutto fortuito, il pre fono American Hybrid Technology —P Non Signature. Non faccia ridere quel Non Signature; così è definito ed è composto da una piccola scatola metallica che contiene il pre-fono vero e proprio, oltre ad una scatola piuttosto grande e pesante quanto un buon finale che è l’alimentazione. Rigorosamente dual mono, rigorosamente regolabile in sensibilità ed impedenze, costava un botto. Qui in Italia mi pare non fosse mai arrivato. Comunque l’ho portato a casa, l’ho collegato, sono rimasto sorpreso da cotanta finezza di grana, da quella scena così naturalmente grande che non me la son sentita di riportarlo indietro. L’ho tenuto e aggiungo pure che è il miglior pre-fono passato per casa in tanti anni. Per giunta ha un rapporto S/N dichiarato di 90 db sul fono MC e devo dire che tanto silenzio da un pre-fono non l’avevo proprio mai (non) ascoltato.

Quindi, riassumendo: giradischi Musical Life Basic 40 con braccio Morch DP6 e canna Precision, cavo braccio Cardas in argento, testina Transfiguration Aria, pre-fono American Hybrid Technology —P Non Signature, lettore CD Astin-Trew AT 3500, preamplificatore Lavardin Pre 6.2, finali NuForce Ref9SEV2 e Bryston 2B-LP, (altoparlanti Magneplanar MG 1.6), filtri di rete e multiprese Black Noise, cavi di alimentazione Black Noise ed Ecosse, cavi di segnali realizzati espressamente su mia richiesta, Audio Note e altri, accessori Clearlight, Gingko e altri.

Solo analogico, please, non tanto perché non ami il digitale; quanto perché il mio lettore di cd è oggettivamente meno allineato con queste casse ed il loro prezzo (che poi io lo abbia ascoltato senza problemi questo è altro conto).

Partiamo come sempre sul "facile". Igor Stravinskij, l’Oiseau de feu, nell’esecuzione di Dorati su Decca. Master digitale. Colpisce immediatamente il fronte sonoro, assolutamente posposto alle casse acustiche e ben esteso in una credibile profondità; io sono abituato all’emissione non solo anteriore, posto che ho le Magneplanar, ma devo dire che con le German Physiks si ottiene qualcosa di ancora meglio. Solo l’altezza non mi è parsa adeguata, ma io ascolto da tre metri circa e forse stando più lontani qualcosa si recupera. E poi, basta regolare le punte in modo da dare un leggero orientamento verso avanti e il problema, se di problema di tratta, viene mitigato in modo accettabile. Timbri naturali, il giusto apporto di armoniche, sì da definire con chiarezza il timbro di ogni strumento, senza dover fare alcuna fatica. Sugli archi rilevo una particolarità che sviscererò poi con l’ascolto di musiche vocali; come una caratterizzazione dell’estremo acuto. Ma ne parliamo poi. La dinamica irrompe senza difficoltà ed anzi con una sensazione di scarsissima fatica di ascolto, indice — ritengo — di bassa colorazione. Le percussioni più grandi hanno corpo sufficiente per un sistema che usa due woofer da 20 cm di diametro. Rilevo l’ineliminabile, almeno da me, carenza di mediobasso che toglie un po’ di pathos alla riproduzione, anche se conferisce una velocità fulminea ai tempi di attacco.

Grande compagine per grande compagine, vediamo che accade con la Fantastica di Berlioz su Decca diretta da Mehta. La riproduzione è lucente, con timbri da sala da concerto di recente progettazione, tipo gli Arcimboldi o l’Auditorium qui a Milano. Ancora una volta rilevo come non paia esserci nessuna forma di compressione, come il suono esca libero dietro le casse acustiche, con uno stage ben più ampio di quello che la distanza tra le casse lascerebbe supporre. Ogni tanto c’è qualche localizzazione all’interno del DDD, ma credo sia inevitabile nel mio ambiente ove la parete laterale (in realtà una sfilza di cd sia a destra che a sinistra) può creare qualche problema. Rimango particolarmente affascinato dal suono dei legni, di una naturalezza veramente incantevole. Il medio-basso? Sempre un po’ indietro, ma non così tanto da inficiare una prestazione che dovrebbe far ricredere chi guarda con diffidenza altoparlanti per così dire non convenzionali, invece che piazzarcisi davanti per capire se valga o meno la pena di prestare attenzione. In questo caso, vale senz’altro la pena. Ancora, rilevo qualcosa che "mi quadra" poco sulla campana tubolare che compare nell’ultimo movimenti.

Provo con l’organo. Una registrazione della Toccata e Fuga in re min. del buon Giovannino (Sebastiano Ruscello, in arte Bach) su Crystal Clear. Qui la carenza di mediobasso stranamente si sente meno. Permangono una notevole naturalezza dei vari registri in gioco ed una grande facilità nello scendere verso le note più profonde. Meno immanente di quanto sono abituato ad ascoltare in casa, ma è vero che le mie Magneplanar irradiano in modo diverso e su un fronte più ampio. Non avessi quel riferimento e avessi delle casse convenzionali, probabilmente non rileverei il particolare in modo così netto. La discreta efficienza delle German Physiks unita alla facilità di erogazione dei miei finali (in questo caso i NuForce) porta rapidamente a volumi molto alti che mi vengono fatti rilevare da mia moglie che sostiene il letto stia vibrando; e lei è in un’altra camera piuttosto lontana dal punto di emissione del suono.

Decido che voglio essere cattivo e torno all’amato Arvo Pårt. La Passione secondo San Giovanni su ECM. Le voci sono piuttosto naturali, "facili". Non c’è mai il minimo accenno di confusione, di sovraffollamento; forse a volte una sensazione di "calma indotta" che non elimina la ineliminabile — perché naturale - sensazione di sforzo delle corde vocali, ma rende le voci più piacevoli di quanto dovrebbero essere; o almeno di quanto ricordi di aver sin qui ascoltato. Ma ho tempo per sviscerare questa sensazione già comparsa con i violini nell’Oiseau de Feu. L’ambienza ricca della chiesa ove è stata fatta la ripresa è tutta lì, dietro le casse. Solo l’altezza soffre un po’, ma, lo ripeto, io sono abituato alle Magneplanar e quel parametro l’ho sempre trovato deficitario con quasi tutti i sistemi non troppo sviluppati in altezza. Rimango assorto ad ascoltare e ad un certo punto mi accorgo che ho dimenticato che sto facendo una recensione; indosso nuovamente il mio ruolo quando sento il pedale dell’organo che accompagna il basso (il cantante, intendo) e mi rendo conto di come scenda con facilità, con correttezza, provocando una vibrazione del divano alla quale non ero più abituato. Bella prestazione: ho retto senza difficoltà tutta la Passio e chi sa di cosa parlo, comprenderà bene cosa intendo (non so se ve ne siete resi conto, ma io cerco anche di darvi qualche "dritta" per l’acquisto di buona musica, magari pure bene incisa. In fin dei conti la musica vissuta è stata un mio patrimonio per lungo tempo e quindi segnalare qualche cosa che mi piace ed emoziona mi fa piacere).

Prima di tentar di mettere in ulteriore disagio le German Physiks, scorrendo tra i miei vinili mi trovo per le mani un disco che secondo me ne magnifica le doti. Un BIS con Musica inglese per consort di flauti diretto da Clas Pehrsson. I flauti sono giustamente soffiati, anche qui discernibili in modo accurato. Eppure si ha l’impressione del suono d’insieme. E’ una sensazione strana da riferire: spero di renderla chiaramente. I cinque flauti suonano inequivocabilmente insieme, ma si è in grado di percepirne la dimensione e la posizione senza difficoltà: non il posizionamento millimetrico, però, quanto un fronte ampio, carico di risonanze ambientali e di colori timbrici.

E ora vediamo di capire come vanno queste German Physiks con la musica "moderna". The Manhattan Jazz Quintett, My funny Valentine. Qui la prova si è divisa in due. La sera prima ho ascoltato le German Physics nel mio usuale impianto traendo sempre la solita conclusione: basso molto corretto e ben modulato; mediobasso depresso, il resto di gran livello. Finito l’ascolto, ho messo a scaldare il mio Bryston 2B-LP (so che è di classe inferiore a quella del resto, ma per me suona sempre molto bene) che è rimasto collegato sino alla sera successiva quando ho ripreso l’ascolto. Per quanto il carattere sonico sia diverso da quello dei NuForce, le modifiche si percepiscono più sulla parte media e alta del DDD che sul resto del diffusore. Certo, quel vuoto nel medio basso viene in parte riempito, ma non del tutto e poi l’articolazione dei NuForce si sente mancare; e neppure il tentativo di cambio di cavi ha prodotto un risultato eclatante. Comunque, riprendendo l’esame del disco, dinamica delle percussioni veramente mozzafiato. Bello il pianoforte, che ha sapore anche di legno, e belli i fiati, con un plauso per le risonanze ambientali che accompagnano la prestazione della tromba. Una prestazione coinvolgente, con un senso del ritmo piuttosto evidente (il piede che non sta fermo).

A questo punto si insinua un dubbio; e se quel buco (io lo chiamo buco, ma meglio sarebbe definirlo leggero avvallamento) del mediobasso fosse messo lì apposta per dare quella sensazione di grande profondità della scena? Più ho proseguito con gli ascolti, più quell’idea si è fatta strada, anche se il distributore mi ha detto che così non dovrebbe essere. E anche quella sensazione sull’estremo acuto? Se servisse a rendere meno identificabile in ambiente la presenza del DDD? Domande alle quali non ho risposta, posto che non ho potuto parlare con il progettista del sistema.

Indago ulteriormente e, scarsa la mia discografia vinilica nei generi moderni (ma sto provvedendo. E l’aiuto dell’amico Angelo nel formarmi culturalmente anche verso il genere moderno, sta dando i suoi frutti), chiedo ausilio al mio lettore di CD con l’Unplugged di Eric Clapton. Quella sensazione resta; comunque. Tutto bello, stage ampio, profondo, credibile, ma la gamma mediobassa è trattenuta. E dire che il lungo rodaggio è ormai finito (200 ore). Forse potendole tenere ancora un po’, sarebbe possibile capire se col tempo la situazione possa in qualche modo mutare.

Col pianoforte, il già citato (nella prova della Skala di Lyra) Gaspard de la Nuit eseguito da Pogorelic su DGG, il timbro del pianoforte è credibilissimo; quando Pogorelic picchia con la mano sinistra, il pianoforte è ligneo, la cassa di risonanza è percepibilissima; ma continua a mancare qualcosa. Per il resto, ovviamente, nulla a ridire. Ci mancherebbe: se tutte le casse acustiche riproponessero uno stage così credibile, credo che molti di noi potrebbero anche convivere senza un’oncia di mediobasso, tanto rapisce quella emissione svincolata dai diffusori.

All’ascolto di un LP complesso qual è l’Ode for the Birthday of the Queen Ann di Händel su Oiseau Lyre, mi ritrovo con la caratteristica "apertura" delle voci bianche, a me ben nota per aver condiretto a lungo un coro di preadolescenti. Anche in questo caso, il tutto esce conseguenzialmente. Giusta l’ambienza — è una bella registrazione e se la trovate in lp compratela; in cd il riversamento ha perso un po’ di smalto, pur se resta la bellezza della musica -, azzeccati i timbri di tutti gli strumenti, l’ascolto è volato in un soffio. Girato il disco, mi sono ascoltato anche l’Anthem for the Foundling Hospital che si chiude con quell’Alleluja che è poi finito nel Messiah; percepibile una traccia di compressione proprio nell’Alleluja, ad indicare che il sistema non nasconde nulla in termini di dinamica. Pero … però … una strana sensazione mi fa capire che la risposta in frequenza sull’alto non è estesissima come sembrerebbe ad un primo ascolto. Proprio con questo disco mi accorgo che le voci delle soprano (la Kirkby e la Nelson) hanno qualcosa di strano: pare che ci sia una limitazione delle armoniche, come se mancasse un’oncia di rifinitura. Certo, la voce manifesta tutto lo sforzo che la vibrazione delle corde vocali produce, soprattutto sulle note più alte ed in forte; ma c’è qualcosa che sembra depauperare la naturalezza della voce quando si alza il volume. Ovvero, il DDD sembra "picchiare" sulle frequenze medio-acute, lasciando indietro qualcosa sulla naturalezza complessiva del suono (delle voci, intendo, perché con altri generi mi ero accorto della cosa non più di tanto). Insomma, una caratterizzazione, affascinante, perché conferisce "pathos" alla riproduzione; ma non proprio perfetta.

Un sistema di altoparlanti senz’altro affascinante per alcuni versi (la scena, prima di tutto; ma anche il basso profondo eppure ben controllato; un contrasto della gamma media sicuramente da prime della classe), con alcune piccole caratterizzazioni da accettare (il mediobasso un po’ "controllato"; l’acuto non estesissimo, anche se l’ho rilevato più sulle voce classiche che altro), o forse solo comprendere e compensare, ma talmente sincere da essere individuabili e quindi facilmente appianabili attraverso un set-up curato.

Mi ripeterò, ma faccio sempre fatica a dire se un apparecchio valga il suo prezzo o meno, o comunque a dare una quantificazione oggettiva. I soldi chiesti sono tanti e tanti sono quelli da spendere per ottenere il massimo da questi altoparlanti. Quel che è certo è che ci si trova davanti a una riproposizione dello stage di rara credibilità; mai nessuna provenienza puntiforme, ma sempre suoni ben espansi in ambiente. Che i timbri strumentali sono preservati (registrazione, sorgenti e amplificazione permettendo); che il basso non è corto, come si potrebbe temere vedendo la relativa esiguità del mobile e scende molto in frequenza, senza mai sbrodolare (le punte vanno però ben serrate) ed è veloce, tanto da non creare indesiderate lentezze a paragone con il veloce DDD. E’ inoltre sicuro che il suono varia da disco a disco, come è giusto che sia con sistemi di questo livello.

In caso di acquisto, bisogna poi tenere conto che la distanza dalla parete di fondo non può essere ridotta ad una manciata di centimetri, ma deve essere calcolata stando intorno al metro e mezzo indicato sul completo manuale di istruzioni.

Il gioco audiofilo sta nel cercare la migliore performance; queste German Physiks non opporranno grandi resistenze; nel mondo hi-end ci sono tanti prodotti e chi si compra le HRS 120 C non avrà certo il tempo di annoiarsi con la ricerca di sorgenti e amplificazioni acconce. Quel che è certo è che una volta trovate sorgenti e amplificazione giuste, la voglia di cambiare sarà piuttosto bassa. Per l’audiofilo non esiste l’acquisto per la vita, ma queste casse sono di quelle che se le scegli, le coccoli e le tieni, poi, a lungo.

Una raccomandazione a tutti quanti: non si devono mai valutare gli apparecchi alle fiere di settore e questo lo si sa. Ma soprattutto non si devono dare valutazioni su apparecchi di così alto pregio e particolare tecnologia; per bravo che sia l’operatore di turno, non è facile curare e medicare in poche ore i deficit di una stanza. Sistemi come le German Physiks temo paghino queste situazioni ed infatti io che non ne ero un grande estimatore, ho rivisto la mia posizione ed ora, quando le ascolterò in fiere, saprò quanto pagano la collocazione più o meno improvvisata di un Top Audio, o di un Sintonie o quel che sia.

Altro bell’ascolto. Che mi riserverà il futuro? Ah, saperlo! Per intanto un grazie a Luca Parlato di LP AUDIO per la fiducia e un briciolo di benevola invidia per chi questi altoparlanti potrà permettersi.

E grazie anche al lavoro di recensore che mi "obbliga" ad ascoltare ancora più musica di prima (sai che sforzo!). E, mi raccomando, tanti, tanti, tanti dischi (LP o CD che siano).


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