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NUMERO 29


UN GIAPPONESE SOTTO IL VESUVIO
di Paolo Di Marcoberardino

Nell’ospitale convivio a Napoli della SI AUDIO di Fulvio Chiappetta, l’importatore Audio Logos ha presentato un sistema completo AUDIO TEKNE in un contesto molto riuscito.
Gli occhi a mandorla sono sempre andati d’accordo con i vulcani, no ?


Non capita spesso di poter ascoltare un sistema di quello che è uno dei costruttori più esclusivi del mondo, Kiyoaki Imai, anima filosofica e produttiva della Audio Tekne, sia perché tali creazioni non hanno certo una diffusione estesa, per motivi di prezzo ma anche di caratteristiche intrinseche di cui poi tratteremo, sia per la concezione prettamente artigianale delle stesse.

Molto si è detto su Audio Tekne in questi anni, ma è necessario anche in questa occasione ripercorrere alcuni tratti caratteristici del marchio, che si discostano non poco da quanto rappresentato dalla maggior parte dei prodotti hi end del mercato mondiale.
Conoscere Imai, che fu intervistato già dalla rivista, nel numero 16, in occasione di un nutrito set di interventi di costruttori di cavi, e soprattutto ciò che pensa sulla musica, è necessario per poter comprendere fino in fondo la filosofia che definisce lo standard di questi prodotti, che forse più di ogni altro sono il risultato di un lungo percorso prima intellettuale che tecnico.
Questo è il motivo per il quale Imai costruisce in modo quasi autarchico tutto ciò che deve essere inserito in un impianto di riproduzione domestica, accessori compresi, fatta eccezione per la sorgente digitale.
L’obiettivo primario che si prefigge, e forse unico, è il pieno rispetto dell’evento sonoro reale, e la riproduzione dello stesso in modo da non aggiungere nulla: l’impianto non deve suonare bensì deve limitarsi a riprodurre in modo non “colorato” il programma musicale che gli viene posto; da ciò deriva la genesi produttiva delle sue creature, che spesso trova riscontro in scelte controcorrente o addirittura uniche, unicità che peraltro troviamo anche nelle prestazioni musicali.
Ecco quindi che i suoi amplificatori di basso wattaggio fanno uso di valvole, siano essi tubi DHT quali le 300B o insolitamente triodi a riscaldamento indiretto come le 6AS7g, sempre in circuitazione Push Pull e non Single Ended come fa la quasi totalità dei costruttori per stadi finali da pochi watt (fermo restando che ci sono in giro poi una miriade di schemi siffatti e di autocostruttori che vi ricorrono); i suoi apparecchi fanno sempre uso di trasformatori di accoppiamento interstadio di elevata qualità, oltre a quelli canonici di alimentazione ed uscita, non utilizzano potenziometri di volume ormai da diversi anni, sono costruiti con largo uso di carbon block, materiale del tutto inerte e non risuonante e via dicendo.
Tutto in un prodotto Audio Tekne, è sottinteso alla corretta riproduzione dell’evento reale nella sua interezza e purezza, senza alterazioni di sorta, tenendo bene a mente, come dice Imai, che la tecnica deve essere al servizio della musica e dunque della cultura.
Personalmente, mi sento molto vicino a questo approccio umanista ad un mondo che fa della tecnica il suo caposaldo, ovviamente se a farlo è, appunto, un signore che progetta e costruisce oggetti tecnici.
Quanto sopra, per dire quindi che siamo al cospetto di prodotti pienamente artigianali, costruiti da Imai nella sua villetta in Giappone in collaborazione con il figlio e la consorte Tomiko (che si diceva addetta alla produzione dei cavi), con una modalità interamente deindustrializzata ed in continua evoluzione, anche frutto di modifiche di minima entità, proprio come farebbe qualunque artigiano; ciò comporta che la sua produzione possa presentare nell’ambito dello stesso prodotto differenze circuitali o nella componentistica, rendendone di fatto uniche le prestazioni di ogni singolo esemplare.
Adesso, una doverosa considerazione sui costi di tali prodotti, che appare sin da subito di livello oserei dire parossistico.
Certamente la componentistica è di costo non indifferente, soprattutto alla luce dell’elevato numero di trasformatori presenti in ognuna di queste elettroniche, e chi si intende di autocostruzione sa che il trasformatore è quanto di più costoso possa essere contenuto in una elettronica.
Vi è da dire che nell’ambito di prodotti puramente artigianali, al di là del valore dei costi intrinseco alla produzione del prodotto, ci sono delle valutazioni che, prescindendo da principi merceologici, sono legate all’arbitrio del costruttore, il quale se ritiene di valutare 100 e non 10 il costo in termini di progetto, evoluzione, produzione manuale e quant’altro necessario allo scopo, cosi è e nulla possiamo dire.
Peraltro, come io credo sia, un costo elevato può anche essere inteso nell’ottica di una sorta di affrancamento dal mercato, lasciando i prodotti Audio Tekne fuori dalla mischia ed in un ambito del tutto estraneo a qualunque considerazione sul rapporto prestazioni/prezzo, che personalmente ritengo molto basso, come a dichiararne illogico ogni tentativo di paragone con altri marchi.
Dunque prodotti cosi legati alla cultura ed alle convinzioni intellettuali del suo creatore, non potranno che riflettere come uno specchio egli stesso ed il suo mondo.
Imai è prima di tutto un vero melomane, un amante sviscerato della musica che ascolta molto frequentemente dal vivo (quanti progettisti di elettroniche lo fanno ?), ed è un giapponese autentico, nei modi e nei tempi e quindi nei riti.
Nel bene o nel male, questi prodotti sono quanto di più personale ci sia, pertanto dovremo avvicinarci ad essi con un sentire diverso, un approccio oculato e meno rigido possibile, assecondando il loro essere invece di far emergere le contraddizioni del loro avere, perché se da un punto di vista tecnico il loro avere può deludere, il loro essere deve potersi esprimere in modo libero e compiuto.
Insomma, parlare di Audio Tekne è decisamente insidioso.

L’impianto in dimostrazione.


2008 videohifi

In questa occasione veniva presentato il sistema minimo, di costo già impressionante, che il costruttore giapponese ha espressamente previsto per il mercato europeo, e stiamo parlando delle elettroniche United Series, ossia il pre phono CK-1 e l’amplificatore integrato CK-2.
L’estetica di tali elettroniche ricalca quella di tutta la produzione di Imai da sempre, essendo caratterizzata dalla livrea rossa lucida, molto personale, che dona un’aria da fuoriserie vera e propria, scostandosi dalle cromature o dal nero di tante produzioni europee e di stampo americano, per non parlare del legno spesso utilizzato da costruttori nostrani.
Nulla ho potuto raccogliere dal punto di vista tecnico sul pre fono, per dire solamente che oltre alle valvole, naturalmente, fa uso massiccio di trasformatori (ne ho contati quattro di accoppiamento), possiede due tipi di ingressi, uno per MC a bassa impedenza ed uno per quelle ad alta impedenza, ed ha, come tutta la produzione, un circuito di guadagno funzionante in Push Pull.
L’integrato utilizza in classe A1 il doppio triodo a riscaldamento indiretto 6AS7g, valvola di origine americana (credo RCA) non espressamente progettata per uso audio; all’ingresso come regolatore di volume viene utilizzato un dispendioso trasformatore ATT le cui diverse prese del secondario sono utilizzate in funzione di regolazione del segnale, i watt massimi dichiarati sono 8, che diventano 6 con una distorsione misurata del 5% ai 1000 hertz (non oso pensare agli estremi banda), ma che da autorevoli voci raccolte, che quindi non posso confermare direttamente, sono al clipping poco più di 3.
Come potete vedere nell’ambito dell’avere c’è ben poco.
Una brevissima annotazione sull’uso di tali valvole e sulla relativa circuitazione: il Push-Pull tra le peculiarità intrinseche, oltre alla maggiore potenza che garantisce, ha la caratteristica di annullare i residui di distorsione in maniera molto efficace ma in particolare quelli di ordine pari, e per questo i detrattori ritengono migliore il single ended che, eliminando quelli di ordine dispari ritenuti più dannosi all’ascolto, donerebbe alla riproduzione un maggior senso di naturalezza e minore fatica d’ascolto.
Gli stessi detrattori ritengono quindi utile il PP solamente nel caso siano necessarie alte potenze, estendendo ove possibile il SE anche in quei casi di potenze medie utilizzando paralleli di più valvole di potenza.
Imai non è di questo avviso, ritenendo la circuitazione in SE non scevra da colorazioni, e quindi inadeguata, facendo della naturalezza il suo obiettivo primario, sempre in ossequio al principio che un impianto non deve “suonare” ma soltanto “riprodurre”.
Anche l’utilizzo di un tubo a riscaldamento indiretto non è usuale, e se oggi cominciano a farlo in diversi a livello industriale top (Lamm e BAT sui loro valvolari di medioalta potenza con le russe 6C33, ma siamo su tutt’altro tipo di elettroniche), Imai è stato certamente uno dei primi perlomeno nell’era valvolare moderna; tale tipologia costruttiva viene generalmente utilizzata nei piccoli tubi di segnale, poiché il riscaldamento indiretto del catodo per mezzo di un filamento interno ad esso produce un rumore inferiore, caratteristica preziosa quando si parla di piccoli triodi che trattano livelli bassi di segnale.
Nel caso del CK-2, trattandosi come già detto di un PP, dei doppi triodi 6AS7g viene utilizzata una sola sezione (ve ne sono dunque due per canale), e per lo stadio che precede il trasformatore sfasatore, dovrebbero essere utilizzate delle 6414, anch’esse in PP.
Tecnicamente, quindi, è un amplificatore con due stadi PP mutuamente accoppiati con un trasformatore interstadio.
Le valvole, secondo quanto dice Imai, praticamente non si esauriscono mai o quasi, dato l’uso molto conservativo delle stesse.
Insomma, un circuito oggi insolito, frutto di convinzioni che probabilmente non trovano spazio nella letteratura tecnica, con scelte sicuramente inusuali.

2008 videohifi

La sorgente analogica è un Micro Seiki BL 101L, glorioso giradischi non più in produzione dal secolo scorso e che Imai provvede ad acquistare sul mercato dell’usato per poi ricondizionarlo e modificarlo secondo i suoi dettami: sostanzialmente viene impreziosito di componenti ed accessori in carbon block, mentre la testina, ovviamente con il corpo nel medesimo materiale, è la MC-6310, di impedenza molto bassa, pari a 2 ohm.
Sui cavi credo sia il caso di non dilungarci, molti audiofili li utilizzano a prescindere dalle elettroniche della casa anche perché di costo terreno, sono costruiti in rame litz intrecciato secondo una geometria non nota, utilizzano poco isolante, hanno i due poli simmetrici, presentano valori di bassa induttanza ed alta capacità; quest’ultimo particolare ne rende non universale l’uso, soprattutto per ciò che riguarda il cavo di potenza, che potrebbe mettere in crisi finali a stato solido poco stabili su carichi capacitivi.

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Per i diffusori, invece, dovremo dire qualcosa in più, poiché nel bene e nel male, sono l’impronta sonora di questo impianto.
Sono dei monovia, e quindi già in partenza sapremo che gli estremi banda non li riproducono (non è cattiveria mia, è proprio una questione fisica); quello in dimostrazione è il modello SP-8716 3,5 C, con il cabinet interamente in carbon block, purtroppo con mio grande disappunto privi del tweeter opzionale, che peraltro ne alza il prezzo a livelli vertiginosi.
Essi sono frutto di un progetto degli anni cinquanta, ed utilizzano un altoparlante che rappresenta un po’ la storia di questa tipologia di diffusori anomali ed un po’ oltranzisti, il Diatone P610, da 16 cm di diametro, qui nella versione da 16 ohm.
Il caricamento è in un bass reflex anomalo, che praticamente si comporta a bassi livelli di ascolto come un “aria libera”, il livello di potenza sopportato non supera i 20 watt (tanto noi ne abbiamo molti di meno), l’efficienza si aggira sui 90 db (dunque non siamo in presenza di un diffusore ad alta efficienza), e la risposta in frequenza risulta piuttosto lineare a patto di orientare il diffusore/altoparlante verso l’ascoltatore senza alcuna angolazione (ma nella dimostrazione non lo erano, in quanto perfettamente paralleli tra loro); sono presenti modesti fenomeni di breack-up nella risposta in frequenza, che un mediobasso non può non avere, centrati in particolare a 6000 hertz, e che a mio modesto avviso all’ascolto si sentono tutti in maniera non del tutto piacevole.
Ovviamente non c’è il crossover, il modulo dell’impedenza è molto alto e regolare con un picco nella sola zona di risonanza del Diatone centrata intorno ai 70 hertz, e ciò non può che sollevare qualsiasi finale, ma soprattutto “questo” finale, da impegni particolarmente gravosi di pilotaggio.
Come vedete, anche sul resto dell’impianto, l’”avere” è ben poca cosa.

2008 videohifi

Già maah ... come suona ?

A questo punto vorrei giungere alle conclusioni in stile Monopoli, senza passare per il via, non per timore di esprimere un giudizio, ma perchè formularlo sul suono di questo impianto è impresa piuttosto ardua, non dimentichiamo in un ambiente che non mi è noto e con un programma musicale fatto di incisioni che non posseggo, tranne due o tre eccezioni.
Siamo al cospetto di un impianto costosissimo, seppure alla base della gamma, ed il primissimo ascolto ti lascia piuttosto interdetto.
E’ il suono più arioso mai ascoltato ? Nemmeno per sogno.
E’ il suono più dinamico mai ascoltato ? No, no, proprio no.
Indistorto ? Nooo.
Dettagliato ? Sempre no.
I bassi sono portentosi, gli alti scintillanti ? No, i bassi solo accennati e gli alti non si sono visti proprio.
E allora ? E’ un suono normale, nel senso di come lo concepisce Imai.
Come è un sassofono dal vivo ? Normale, suona come un sassofono normale, di sicuro non anormale.
E la voce, dal vivo, non è forse normale ? Certamente poiché la diffusione avviene per mezzo di un monovia, la riproduzione è frutto di una sottrazione inevitabile di frequenze ed armoniche; ci voleva un tweeter, o il sistema top Audio Tekne a tromba che ascoltai una decina di anni fa con impressioni molto positive.
Ma qui dobbiamo farci “bastare” questo diffusore, che fa poche cose, e quelle poche molto bene, anche se è ovvio che a molti tutto ciò che non fa è irrinunciabile (soprattutto a questi livelli di prezzo).
E badate bene che ho detto suono normale, non ordinario.
Infatti la sensazione di presenza fisica e realismo è molto accentuata quando ad essere riprodotti sono quegli strumenti le cui fondamentali risiedono nella gamma di frequenze più congeniali all’altoparlante, ossia tra i 400 ed i 1000 hertz.
Molto bello il pianoforte, della cui rappresentazione viene elogiata la cassa armonica piuttosto che l’impulso del martelletto, con un decadimento molto corretto dei suoni che molti impianti più tradizionali, anche di alto livello, tendono invece a mozzare in modo sbrigativo; non cosi frequentemente ho avuto la netta sensazione di avere davanti un pianoforte a coda nel salone, devo dire.
Bene la voce maschile, meno quella femminile, sempre ossessionata da una lieve impuntatura in quell’arco di frequenze interessate da fenomeni di break-up della membrana del 16 cm, fenomeno che disturba anche la riproduzione degli archi un po’ affaticati nei pieni forse anche per raggiunti limiti dell’integrato.
Belli gli strumenti a fiato, pastosi e corretti, anche se meno lucidi del dovuto.
Sui livelli di emissione sonora raggiunti, devo dire che l’ambiente è piuttosto grande (direi sugli 80 metri quadrati) ed assorbente, ma il livello, con alcuni generi musicali e quindi non con tutti, mi è parso consono ad una corretta e realistica riproduzione, pur rilevando in più di una occasione fenomeni di clipping, che però in tali tipologie di stadi finali determinano più una compressione dei pieni che una vera e propria distorsione udibile.
Potrei continuare ancora un po’ con questo tenore, in una consueta elencazione delle caratteristiche di questo impianto, nei modi spesso utilizzati quando si deve far capire come suona qualcosa, parlando di bassi, timbrica o di immagine o di altre cose del genere.
Faremmo un torto ad Imai, ed a coloro che potrebbero avvicinarsi alle sue creature.
Pur nei limiti nell’”avere”, questo impianto dimostra caratteristiche pressoché uniche nell’”essere”.
Prima di tutto la normalità di cui parlavamo prima, essa si vicina al reale, figlia diretta di assenza di colorazioni non nella timbrica, pesantemente condizionata dalla tipologia di diffusore utilizzato, ma nella rappresentazione armonica, nel decadimento delle code sonore, nella naturalezza degli attacchi.
L’Armonia, quella con la A maiuscola, è preservata quasi nella sua interezza, e questa è la principale dote che avvicina questa rappresentazione “virtuale” di ascolto casalingo a quella reale.
Una rappresentazione mai sbrigativa, sempre meditata, per molti lenta, ma di una lentezza giapponese, frutto quindi di una cultura che lascia il maturare delle cose ai tempi e non a fattori alieni; una cultura che antepone sempre l’obiettivo, il fine, al mezzo utilizzato, che però non deve snaturare l’essenza degli oggetti e dell’uomo che li utilizza.
Il suono di questo impianto vuole ottenere una assenza, un impianto che non c’è e che quindi non si frappone tra la musica e l’uomo.
Certamente non per tutti, non per tutte le musiche, perlomeno in questa configurazione, né per tutti i momenti della vita.
Vedo questo impianto come un punto di arrivo ed allo stesso tempo come un punto di non ritorno.
Lo vedo come un termine di un percorso, che invece molti appassionati non terminano mai, fatto di compra e vendi continui, di cambiamenti spesso non meditati, di affannose ricerche del suono più arioso, più trasparente, più bello, per trovarlo e poi perderlo e poi inseguirlo nell’oggetto ultimo nato, nel fenomeno del momento.
La ricerca dell’assoluto che inganna, la mente ed il portafogli.
Qui di assoluti non ce ne sono, in nessun parametro questo impianto è in grado di dare qualcosa di straordinario nel senso che molti intendono; semplicemente l’obiettivo è un altro, quello di dare naturalezza alla musica e quindi un po’ di pace dei sensi all’ascoltatore che non dovrà fare sforzo alcuno, non avrà nessuna fatica d’ascolto, nessuno stress, facendosi bastare il poco che “ha” per ciò di molto che “è”.
Un ascolto meditato e meditativo, come una carezza morbida ed amichevole, e quindi, anche un punto di non ritorno, perché quando si apprezzano questi elementi essenziali e preziosi, tutto il resto suona un po’ artefatto, e di tornare indietro proprio non se ne parla.
Ecco perché un impianto non per tutti, ma solo per coloro che fanno una scelta di campo forse drastica, ma non certo insensata, alla fine di un percorso nel quale spesso si perde l’obiettivo primario dell’ascoltare musica a vantaggio di spettacoli effimeri.
Indubbiamente, un sistema Audio Tekne alto di gamma, o già semplicemente un diffusore diverso, oltre a svuotare un decisamente cospicuo conto in banca, potrebbe offrire molto di più in termini di “avere”, colmando alcune lacune ascoltate in tale occasione, e quindi sublimando le sue qualità.
Ma questa, è tutta un’altra storia.
Se siete tra coloro che si sono stancati di giocare, che non hanno più voglia di accendere l’impianto vagando per il salone di casa con la faccia mesta, se avete perso la passione per l’ascolto della musica, sempre che siate ricchi sfondati, forse questa può essere la cura adatta: vendete tutto, ascoltate questo impianto, e forse vi potrete salvare, seduti sul vostro divano, con una tazza di thè verde in mano.
Al limite, va bene anche il sake.
Ringrazio della piacevole giornata oltre l’importatore del marchio, anche il padrone di casa Fulvio Chiappetta, che si è dimostrato come sempre persona di estrema ospitalità e simpatia con tutti, addetti ai lavori e semplici appassionati, unite ad una competenza e sensibilità musicale rare.


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