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NUMERO 29


Testina MC LYRA SKALA
di Domenico Pizzamiglio

Produttore LYRA CO. Ltd, Tokyo, Giappone www.lyraaudio.com Distributore per l’Italia Audiograffiti, Pandino (CR), www.audiograffiti.com Prezzo 2990,00 Euro

Prova lunga.
Ma davanti a cotanto oggetto chi se la sente di tirare dritto senza soffermarsi un po’ di più? Io no.
Credo che mai come in questo caso sia doveroso partire da un ringraziamento al Signor Sergio Pozzi. Non era per me credibile che mi desse in prova - a me, “recensore” in erba - una testina, qualunque essa fosse. Fatta la richiesta, ho pensato che non avrebbe avuto seguito. Ma ad un certo punto, mentre chiacchieravo seduto comodamente sul divano con un amico, mi è comparso davanti il Signor Pozzi con la scatola di una testina Lyra. Letto il nome del modello, mi è venuto un attimo di incredulità. Come? A me una testina simile? La SKALA. Una testina da 3000 Euro??? Questa è una gran bella prova di fiducia, anche perché il Signor Pozzi non mi conosce o quasi, se non come casuale frequentatore del suo punto vendita in Pandino. Quindi, un grazie di cuore per la fiducia.
Per finire la recensione (anticipo la fine, per una volta tanto), ho avuto tra le mani una testina d’altissimo livello. Non tanto perché nella mia vita audiofila è la prima volta che vado oltre un certo quid monetario e tutto sommato mettere mano su un pezzo da novanta come questo non è da tutti i giorni. Ma perché le qualità soniche sono veramente notevoli per tanto sono assolutamente naturali e conseguenti quel che uno si aspetta da un oggetto di sì nobil schiatta.
Tecnicamente, come solito, io valgo tanto quanto una còtica e quindi mi limito a dire che l’uscita di questa testina è piuttosto bassa, pur se non bassissima per una MC classica, 0,4 mV e che il peso ottimale è stato trovato in 1.7 gr, laddove la casa consiglia da 1.65 a 1.75 gr. L’impedenza di carico è stata un po’ un problema perché a me lascia sempre perplesso un range di regolazione così ampio come con questa Skala e come con tutte le Lyra in genere. Da 100 a 47.000 Ohm. Con il mio Burmester ho provato tutte le combinazioni possibili per poi trovare la soluzione migliore con 270 Ohm (diciamo che tra 100 e 1000 non c’è una differenza abissale, mentre se si sta sotto i 100, il suono tende a chiudersi un po’ troppo).
Devo dire che come sono stato informato di esser diventato redattore di Videohifi, mi sono precipitato a farmi dare una nuova canna per il mio Mørch DP6 perché avrei preferito non dover staccare la mia Transfiguration Aria ogni volta che un distributore si fosse detto disponibile per una prova di testine. Pensavo fosse una speranza peregrina, e invece ho fatto bene perché avuta la canna, il giorno successivo è arrivata la Skala.
Montare la testina è stato facile e devo dire che ho avuto una certa fortuna perché ho azzeccato immediatamente la dimatura, come mi ha confermato la mia dima di precisione. Controllo al VTA, regolazione del peso con bilancina elettronica di precisione e via. Lascio girare la testina un paio d’ore con il volume prossimo allo zero mentre do un’occhiata alla televisione. Mi si dice sia già rodata; ma se è ferma da tempo, è comunque meglio darle una rinfrescatina. Immediato un plauso a Lyra; il sistema di serraggio prevede delle madreviti nel corpo della testina, così da non dover utilizzare la solita rondella nella parte inferiore della testina; visto come è concepita la protezione in plastica della testina, poi, il montaggio è avvenuto in assoluta tranquillità senza patemi per il sottile stilo in boro e per la puntina ad esso saldata. La confezione non è particolarmente lussuosa, ma è funzionale e prevede anche un set di viti, oltre all’esauriente manuale in sola lingua inglese (menomale che non è in giapponese).
Ecco i protagonisti. Da sinistra in alto l’involucro esterno della testina e la bustina di cartone contenente le viti per il fissaggio allo shell. Sotto la Skala con a fianco la protezione in plastica trasparente e la canna Precision Red della Mørch.

videohifi 2008

Il mio Musical Life è stato immediatamente pronto ad accogliere la nuova canna e la nuova testina. Si vede in questa foto, dove il sole bacia il mio gira che già di suo appare molto felice (e poi io lo trovo bellissimo).

videohifi 2008

Ricordo il mio impianto: giradischi Musical Life Basic 40 con braccio Morch DP6 e canna Precision, cavo braccio Cardas in argento, testina Transfiguration Aria, pre-fono Burmester 897 –la sola parte fono di quell’apparecchio-, lettore CD Astin-Trew AT 3500, preamplificatore Lavardin Pre 6.2, finali NuForce Ref9SEV2, altoparlanti Magneplanar MG 1.6, filtri di rete e multiprese Black Noise, cavi di alimentazione Black Noise ed Ecosse, cavi di segnali realizzati espressamente su mia richiesta, Audio Note e altri, accessori Clearlight, Gyngko e altri, oltre ad alcuni “muletti” come il pre NuForce P8, i finali NuForce Ref8.2 ed il finale Bryston 2B-LP.
In aggiunta, per testare la testina anche con un pre-fono recente (e senz’altro più performante del mio; e pure per andare più sul sicuro) l’amico Dario mi ha prestato il suo personale Einstein. Pur con le evidenti differenze tra Burmester e Einstein (che non vi descrivo perché già basta e avanza la testina), le differenze tra le due testine sono state confermate sia dall’uso dell’uno che dell’altro.
Avrete notato che ho cambiato pre. Ho acquistato un Lavardin Pre 6.2, eccellente macchina da musica che ha sostituito il NuForce P8 che comunque è ancora in casa per doppi incrociati che si dovessero rendere necessari.
Citazione rapida per un gradito “gift” di Pozzi. Il Lyra SPT, liquido per la pulizia da spennellare sulla puntina. Funziona. Si garantisce non lasci tracce e costa 69,00 Euro.
Allora, iniziamo questa disamina con una “provetta da poco”. L’Oratorio di Natale di Bach nell’esecuzione di Gardiner su Archiv. Che dire: l’immagine è grande, il suono pulito, tutto appare in ordine, nulla sembra lasciato al caso. Il tracciamento è ottimale sempre e comunque; non ho rilevato assolutamente nessun tentativo di sporcare il suono perché la punta non fosse in grado di seguire perfettamente il solco. La gamma bassa ha un peso che la mia Transfiguration (né la Dynavector D17/II, anzi lei ancora meno) non offre anche se in realtà ... ma vedremo alla fine. Mi colpisce sin da subito (per forza, inizia la prima cantata) il suono del timpano che solitamente percepisco con una pelle molto tesa, mentre con la Lyra sento una pienezza mai avvertita, neppure con le varie Ortofon, AudioTechnica, Benz, ZYX et similia passate per casa negli ultimi 10 anni circa. I cantanti sono tutti ben scolpiti nello stage, forse appena meno profondo di quanto offre la Transfiguration, ma sicuramente più pieno tra le casse, pur offrendo una naturale separazione tra gli strumenti. Con la Transfiguration, nei momenti di massimo contenuto energetico, compare una leggera propensione alla lateralizzazione; con la Skala no. Ci sono piccoli particolari in tutti i dischi ascoltati che manifestano la classe di appartenenza della Skala. Piccole risonanze ambientali prima rimaste in secondo piano; piccoli accenti dinamici prima appena meno evidenti, pur considerando che la mia Transfiguration Aria non è esattamente una testina di poco conto; anzi. E poi mi colpisce la facilità con la quale il suono esce dalle Maggies, una facilità sconosciuta in precedenza. Nessun accenno di asprezza, nessuna difficoltà con qualsivoglia genere – purché ben registrato e ben stampato, ma questo va da sé .
Proseguo l’interrogatorio per questa testina, non dimentico del fatto che una domanda si impone: “ma quando mi ricapita?”. Passo al Miserere di Arvo Part su ECM. Il rumore del vinile è accentuato, probabilmente a causa del disegno della puntina che scende maggiormente in profondità nei solchi (e poi le recenti ristampe ECM, quelle che costano sui 15 euro e che si trovano da Mondatori, Feltrinelli et similia sono parecchio rumorose e tendono a rovinarsi ad ogni passaggio). Ascolto attentamente e mi appare evidente come il fagotto risulti suonare in un ambiente più riverberante di quanto mai sia stato uso ascoltare. D’altro canto si è in una chiesa e dalle foto del libretto allegato all’LP si vede che non sono state apportate correzioni particolari al Tempio. I cantanti hanno un peso, una presenza nello stage, piuttosto congruo all’esperienza dell’ascolto dal vivo. Sapete i miei trascorsi canori e su queste cose non transigo. Nel pieno con coro, campane tubolari, organo e strumenti che compare dopo circa quattro minuti dall’inizio, il volume aumenta in modo assolutamente naturale sino a riempire l’ambiente di sonorità pulite, naturali e senza nessuna caratteristica che possa definirsi particolare. Solo, a volte, mi pare che la pedaliera dell’organo debordi un po’, ma è una caratterizzazione che avevo notato anche nell’Oratorio. Giusto una sottolineatura. Alla fine del pieno, le risonanze che restano nell’aria della chiesa sono tante, più di quante ricordassi, e decadono come uno si aspetterebbe fosse stato nel momento della magistrale ripresa della ECM.
Passo a Count Basie; non potendo disporre del vinile di You and Me che per me rimane una delle registrazioni jazz più eccitanti che abbia ascoltato in vita mia, con la copia Speaker’s Corner di Count Basie and the Kansas City Seven. Ascolto un po’ dalla solita posizione, sul divano e poi mi sposto per appuntare direttamente le prime note di ascolto al computer posto sul tavolo da pranzo, a circa sette metri dalle Maggies. Da quella posizione percepisco un basso tornito, profondo, mai fuori posto ed una successione di strumenti dal timbro immacolato. Anche qui, nessuna difficoltà da mistracking. L’immagine, anche da lontano, sembra un’oncia più grande di quanto accade con la Transfiguration Aria. Ad alcuni potrà apparire una cosa da poco, ma così non è per chi spesso si accosta per la prima volta ad un concerto live e comprende quanto grande e alto sia lo stage in un concerto dal vivo.
Ascolto la Sagra della Primavera della Telarc, non tanto perché sia timbricamente perfetta (anzi), quanto perché è una delle poche registrazioni in cui mi ritrovo con la possanza delle percussioni gravi. Ed infatti, nell’episodio La Glorificazione dell’Eletta mi trovo davanti a una grancassa credibile, così come ho la conferma che i timpani sono assolutamente ridondanti già in fase di ripresa, troppo grandi e comunque “troppo troppi” in assoluto. La dinamica viene sciorinata quasi fosse la cosa più facile di questo mondo; a dire il vero grossi problemi non li ho neppure con la Transfiguration Aria, ma l’unico (nel senso che è proprio uno solo su tutto il disco) accenno di mistracking della Transfiguration con la Lyra non c’è più e comunque, se si esclude la Ortofon MC 3000, è il tracciamento migliore che abbia sinora ascoltato. Con questa capacità di tracciamento, l’immagine non collassa mai.
Vediamo la preziosità timbrica con Vivaldi, il secondo volume dei concerti su Telefunken (grazie Mattia; fu ed è regalo graditissimo). A parte qualche intemperanza telefunkeniana sugli archi, devo dire che il tutto è pervaso da una lucentezza interiore che si somma alla già naturale lucentezza del pre Lavardin Pre 6.2 che ora è rodato e suona da par suo. Gli strumenti risultano assolutamente svincolati dalle Maggies, naturali per quanto riguarda i legni ed il cembalo; eccellente il violoncello, mentre i violini risentono un po’ di quell’accento metallico che spesso ha connotato le registrazioni Telefunken con strumenti d’epoca che poi dal vivo suonano in ben diverso modo.
Mi faccio un passaggio anche con un altro disco che uso per divertirmi. Il Concerto di Capodanno del 1979 diretto da Boskowski, una delle prime, se non la prima, registrazione Decca digital. Nella polka schell Auf der Jagdt sono registrati dei colpi di schioppo e uno di cannoncino. Lo spostamento d’aria che l’impulso elettrico generato dalla Skala trasferisce sulle Maggies è percepibile in modo evidente. Gli strumenti dei Wiener Philharmoniker sono immacolati per timbro e per posizionamento, ben stagliati dietro le casse in modo credibile, con la giusta profondità che la sala degli Amici della Musica in Vienna permette (se uno considera che i contrabbassi suonano stando contro una parete di legno, avete voglia ad inventare una profondità che non c’è).
Pianoforte? Why not. Maurice Ravel, Gaspard de la Nuit eseguito da Pogorelic. Un vecchio DGG che nel trasferimento su CD mi pare aver perso parecchio smalto. Lavato recentemente con una Nitty Gritty che gli ha tolto un bel po’ di Lencoclean, il disco è ritornato all’antico splendore. Timbri lucenti, dinamiche naturali, dimensioni credibili dello strumento, in Ondines tutto prosegue con una facilità notevole. Ma è in Scarbo che temo il peggio, ovvero il famigerato mistracking. Assolutamente nulla di tutto questo; la punta legge perfettamente tutto sino alla fine, comprese le tremende botte di mano sinistra inferte – è il caso di dirlo – da Pogorelic. Gli interventi di penale e di sordina sono sempre, sempre percepibili con chiarezza. Non saranno stati felici i vicini di casa perché un pianoforte, ancorché riprodotto, a volume naturale intorno all’una di notte può non essere il massimo della gioia.
Ultima prova (nel senso che l’ho proprio lasciata per ultima) è stato l’ascolto del noto LP con La Fille mal Gardée, lp originale Decca dell’epoca. I violini hanno sapor di crine sfregato contro delle corde di metallo; si sente la cassa di risonanza dei violini. I timbri strumentali sono preservati con eccellente approssimazione e con questo disco lo stage si apre bene anche in profondità. La dinamica è quella che uno si aspetta ci sia in un disco in cui si è fissata quella compagine con quel repertorio; certo è una approssimazione, ma è una eccellente approssimazione. Chiaro che nel tempo della prova ho ascoltato quanto più mi fosse possibile. Di tutto. Compreso Barry White (la mattina, appena sveglio, è un ottimo cordiale). Sempre ligio alla già citata regola dell’ “e quando mi ricapita” ho sfruttato ogni nanosecondo del mio tempo libero per godere di questa danzatrice che, montata sul mio Mørch DP6, si è mossa con levità tra i solchi. Insomma, chi legge dirà, ma questa testina non ha un difetto? Prima ho scritto che avremmo riparlato della mia Transfiguration Aria; bene, la Transfiguration ha un nulla in più di profondità della scena e un basso leggermente più contenuto, più confacente ai generi che usualmente ascolto: il mio patrimonio culturale. Ma ha anche un filo di naturalezza generale in meno, quel filo di naturalezza che vale la differenza di prezzo con la Lyra. Cioè quel che vale la classe della Skala che non ha mai indurimenti di nessun tipo, con nessun genere musicale e a nessuna velocità impressa sul vinile. Credo che ai detrattori del vinile non farebbe male un ascolto di un front-end come quello che ho ascoltato in questi giorni. Nessuna vena polemica, ma la palmare evidenza di un sistema che funziona ancora e pure bene, visto che ogni registrazione ha un suo carattere sonoro ben chiaro e che l’omologazione latita. Per gli amanti dell’analogico, invece, sarebbe un viaggio nel mondo dei sogni, un sogno che per me finisce qui. Il Pizzamiglio non si può comprare questa Skala perché costa troppo per le sue tasche. Ma torno volentieri alla Transfiguration che esce comunque a testa alta da un simile confronto e che si conferma prodotto di classe.
Davanti ad oggetti di questo pregio il rispetto è senz’altro dovuto. Ma è dovuta anche una certa dose di cattiveria che si è esplicitata nell’aver cercato di mettere la Skala in serio imbarazzo, conscio di aver avuto per le mani qualcosa che rappresenta “il meglio”.
. E di mostri sacri ne conosco altri a nome ZYX, EMT, Transfiguration, Allaerts ecc. ecc. Vediamo chi si fiderà delle mie mani (più che delle orecchie, nelle prove di testine credo sia importante la capacità di non far fuori lo stilo nel montaggio). Per me non sono papabili, almeno oltre un certo costo, ma beato chi se le può permettere!
Nota musicofila: questa la riporto perché ormai via forum avete tutti visto che il Domenico non si nasconde. Non ha paura di se stesso e spesso si scopre. Questa testina, nella sua perfezione formale, estrae tanto e offre tante e profonde emozioni. Emozioni che mi hanno riportato a vivere alcune situazioni del passato. Con Bach un ricordo nebuloso di me, a cinque anni, che tentavo di imparare in tedesco l’Herrscher des Himmels che apre la terza cantata dell’Oratorio. Con Count Basie è toccato a mio padre, jazzista ed il pensiero del poterlo avere accanto a me per sapere cosa avrebbe pensato del mio impianto e per parlare di musica. Con Pogorelic la mia amica Paola Majno, titolare del negozio La Stanza della Musica qui a Milano, che mi dava del cretino perché non apprezzo Wagner e che è stata purtroppo strappata alla vita troppo presto e con la quale ascoltai Pogorelic dal vivo proprio nel Gaspard de la Nuit; ho quasi risentito il suo profumo (la sua risata la ricordo sempre con un senso di profonda tristezza e di grande mancanza). Con la Fille mal Gardée ho rivissuto una sera del febbraio 2007, quando ho scoperto quel brano e ho vissuto una bella situazione e nel riviverla mi sono commosso.

Spesso dico che il mio impianto, sono io.
E forse, almeno in parte, è così.
Bella esperienza.
Alla prossima.


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