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NUMERO 29


Lettore CD Restek Epos

di Emilio Paolo Forte

 




Confesso che questo marchio, benché di lunga tradizione, mi era assolutamente sconosciuto. Poteva essere altrimenti?

Alla Restek sfornano prodotti no-compromise, rigorosamente made in Germany, caratterizzati da teutonica robustezza e affidabilità, frutto di progetti che attingono alla migliore tecnologia disponibile sul mercato.

Tanto dispiego di energie, tuttavia, non è supportato da un adeguato marketing, il sito ufficiale (che, per inciso, è a dir poco allucinante!) è solo in tedesco e per di più con contenuti ridotti all’osso, e, per avere ulteriori informazioni tecniche in lingua inglese, ho dovuto contattare direttamente la casa madre.

L’approccio minimalista sposato dal management Restek lascia più di qualche perplessità, deludendo sia l’audiofilo emozionale animato dalla voglia di possesso di prodotti dotati, se non del blasone di una storia, almeno del fascino della visibilità, sia l’audiofilo feticista della componentistica e del dato tecnico, che ancora si incanta sulle tabelle, come noi ragazzetti davanti ai fatidici 240 km/h sul tachimetro delle berline sportive della fine degli anni 60.

Peccato, perché l’ascolto di prodotti come l’Epos lasciano un segno, minano certezze, ingenerano perniciose bramosie di acquisto al primo ascolto e al primo ascolto farebbero esclamare uno scurrile quanto liberatorio “cazzo!” anche ad un’educanda audiofila (se mai ce ne sia stata una nella storia dell’alta fedeltà).

Un grande CD player? Mo ve lo racconto.

Quando Dario Candarella, patron del Tempio Esoterico, importatore ufficiale per l’Italia, mi propose di ascoltare il Restek Epos, presi tempo. Per le mie recensioni mi piace avere a che fare con prodotti potenzialmente in grado di alimentare del sano entusiasmo e destare interesse e curiosità in me in primis, e poi, spero, anche nei lettori dei quali, da lettore appassionato, spero di interpretare e assecondare le aspettative. Nessuno snobismo, quindi, ma solo ottimizzazione di tempi e spazi che il direttore di VHF mi concede.

Non riuscendo a trovare elementi d’attrazione per decidere se ospitare in casa l’Epos, in fondo crucco e misconosciuto lettore di soli CD dal listino non proprio popolare di 5.200 euro, sono andato più sulla fiducia dell’obiettività del Candarella che avevo avuto modo di apprezzare già allorquando mi propose l’ascolto di quel capolavoro di amplificatore che è il Sugden A21 SE recensito sul numero 27 di VHF.

 

Qualche dato tecnico

 

Appena sballato e tolta la vite di blocco della meccanica, apprezzo una solidità e robustezza assolutamente fuori dal comune.

L’Epos è un lettore CD di fattura extra sottile eppure dall’invidiabile peso di una quindicina di chili costruito intorno ad una meccanica Philips CDM Pro 2M modificata, con carica dall’alto, montata su una base di ghisa molto pesante e isolata con 4 sistemi smorzanti professionali la cui efficacia consente anche di picchiare sui lati del lettore senza che l’urto crei alcun problema durante la lettura del compact disc.

Lo chassis è una vera corazzata., composto da una sorda struttura a sandwich dal triplo strato, dove l’esterno è in alluminio che riveste un telaio in acciaio che a sua volta è ricoperto al suo interno da materiale bituminoso. Ciò immunizza la macchina da vibrazioni e microfonicità. Inoltre lo strato di acciaio elimina l’influenza di componenti magnetiche esterne di tipo statico e l’alluminio elimina le componenti magnetiche esterne di tipo alternato (induttivo).

 

Altra particolarità è il sistema di conversione che è dotato di ben 8 convertitori Burr Brown e precisamente due coppie altamente selezionate di PCM 1704, 24 bit in parallelo per ciascun canale, nonché due coppie altamente selezionate di PCM 1702, 20 bit in parallelo per ciascun canale, alternativamente selezionabili direttamente dall’utente in base ai propri gusti. Non manca il chip per la decodifica HDCD con i benefici effetti sulle registrazioni dotate di tale sistema.

Al fine di linearizzare perfettamente il segnale rimuovendo anche l’estrema minima parte di non linearità insita nel passaggio dal digitale all’analogico viene fatto uso di un sistema di dithering. L’utente può scegliere tra 7 differenti impostazioni di dithering presettate dalla casa, ulteriormente personalizzando il suono in base alle proprie preferenze o esigenze.

Infine è possibile sostituire anche il convertitore I/V di serie (OPA 627 Burr Brown) con altri personalizzando ulteriormente il suono del lettore.

Una grande flessibilità, non c’è che dire, cui si aggiunge la possibilità di pilotare direttamente un finale, essendo il lettore dotato di un attenuatore di segnale e addirittura di un balance tra canale destro e sinistro.

Infine segnalo che si tratta di una macchina totalmente bilanciata dotata sia di uscite rca che xlr.

 




Inserisco il Restek Epos nel mio impianto con preamplificatore Bryston BP 26 MM/MC, finale McIntosh MC252, diffusori Dynaudio Special 25, cavi di alimentazione Furutech Reference III (sulla sorgente il cavo di alimentazione è un soprendente JPS Digital + filtro Black noise Estremo), cavi di segnale Nordost SPM Reference, cavi di potenza Cardas Golden Reference P.

In secondo ascolto l’Epos è stato inserito nell’impianto dell’amico Davide, utilizzando una configurazione completamente bilanciata, composto da preamplificatore BAT VK 51 SE e finale BAT VK 250, diffusori Sigma Acoustics Image SL. Cablaggio vario di livello adeguato.

 

Tanti gli sparring partner, diversi per fascia di prezzo e impostazione, che mi hanno aiutato a definire il carattere del nostro: da sua maestà Esoteric X01, a Bow Technologies ZZ8, a McIntosh MCD 201 fino a Meridian G8.

Com’è andata in estrema sintesi?

Fatico a trattenere un certo entusiasmo perché capita di rado di trovare un CD player che non richieda interminabili sedute d’ascolto per lasciar capire di che pasta è fatto.

Mi sono trovato di fronte ad una macchina straordinaria, dove l’aggettivo, lungi dal costituire iperbole, è l’unico che correttamente può esprimerne l’essenza: un lettore che, se immaginassimo per un attimo un mondo senza logiche lucrative e prescindessimo da aleatorie fasce di prezzo, collocherei nella fascia più alta di un’ideale classifica di lettori digitali integrati, in compagnia di pochissimi altri.

E, non crediate, mi costa molto ammettere che questo dannatissimo crucco vada meglio dei miei sudatissimi riferimenti e che presto sarò tormentato dal subdolo desiderio di possedere questa macchina delle meraviglie.




Se il compito del recensore è quello di essere obiettivo e non sentimentale o partigiano, allora giù l’amaro calice: il Restek Epos ha trafitto, con la cattiveria di Achille verso Ettore, il mio neo acquisto McIntosh MCD 201 e, con esso, il mio grande e flemmatico amore Bow Technologies (24/192 meccanica Philips CDM 12 pro), lasciandomi sulle mura di Troia a piangerne la disfatta; si è preso il lusso di strapazzare il Meridian G8, rivincita della meccanica di qualità sui buffer di lettura, e rivaleggiare ad armi pari nientemeno che con Rambo Esoteric. Soprattutto ha assestato un duro colpo al mio scetticismo verso il primato della sorgente, entrando di prepotenza tra i desiderata improrogabili per l’anno 2008.

Ma procediamo con ordine.

Un po’ tutti i miei dischetti preferiti si sono avvicendati sui platorelli, senza ansie o nervosismi, segno di una grande immediatezza comunicativa delle macchine in prova.

Il compact disc di Ben Harper and The Blind Boys of Alabama (I Shall Not Walk Alone, tratto dal Live in Apollo, etichetta Virgin Records), con la sua grande dinamica live e l’eccellente ricostruzione scenica in cui si collocano le voci dei solisti e del coro, consente da solo di riassumere interi pomeriggi di ascolti.

Rispetto a McIntosh e ancor più al Bow, sul Restek si riscontra un buio davvero marcato sul fondo del palcoscenico, su cui i protagonisti godono dello stesso piacevole corpo dato loro dai riferimenti, tuttavia con un nitore e focalizzazione esemplari. Quello che più stupisce è la scansione dei piani in profondità che si avvantaggia di una prospettiva inusitata che non si scompone nemmeno a volumi molto elevati.

L’estensione sugli estremi gamma è notevole e di una compostezza e rigore tale da esaltare il senso di naturalezza, ariosità e coerenza dell’intero sistema con cui ascolto.

Rispetto a Meridian, macchina dall’impostazione più analitica di quelle dianzi citate, il Restek lascia apprezzare una più pronunciata matericità e tutto lo spessore degli strumenti che conferiscono un peso credibile ai transienti aumentando drammaticamente il senso della tridimensionalità e della presenza dei protagonisti. Anche l’articolazione e l’immanenza del basso si avvantaggiano di queste prerogative regalando l’illusione di woofer più prestanti.

 

La vera sorpresa arriva quando entra in scena l’Esoteric X01.

Ci metto un po’ per realizzare che il livello d’uscita del protagonista e del suo antagonista è lo stesso, anche se all’orecchio sembra addirittura che il Restek suoni più forte, talmente granitico ed a fuoco è il palcoscenico riproposto. La scena offerta dalle due macchine appare perfettamente sovrapponibile per dimensioni, la dinamica presenta pari energia e perentorietà, la capacità analitica è per entrambe ai massimi livelli.




Mi frego le mani, mi accendo un sigaro Montecristo Petit Edmundo e mi pregusto una sfida all’ultimo bit.

Passo una mezz’oretta a scartabellare in libreria, consapevole che una tale contiguità di prestazioni richieda una accurata selezione di dischi idonei a mettere in evidenza tutte le sfumature che possono fare la differenza tra le due macchine. E le differenze non hanno tardato a venir fuori, più come prerogative di impostazione (e qui ritengo che le meccaniche giochino un ruolo determinante) che come graduazione delle reciproche potenzialità dei lettori in questione.

E’ indubitabile che l’Esoteric abbia una vocazione maggiore all’iperdefinizione, presenziando con pari energia e dettaglio tutte le gamme dello spettro sonoro.

Il capolavoro del Restek è invece sulla medioalta dove la timbrica delle voci, a parità di dettaglio, mantiene una espressività e una naturalezza commoventi che il giapponese sembra sacrificare in nome di una trasparenza che finisce con l’asciugare oltremodo gli umori del corpo e della carne, quelle oscure cavità del petto che quelle voci hanno generato: melomani o appassionati della canzone d’autore, siete avvisati.

 

Punto. Mi fermo qui.

Macchina straordinaria come poche.

Il resto fatevelo pur dire dalle vostre orecchie, s’il vous plaît.




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