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NUMERO 28


Plinius 9200 di Igor Zamberlan

 

 

Decisamente c’è qualcosa di rassicurante e di confortevole nella potenza. Era un po’ che non avevo 200 watt a disposizione (da quando ho dato via il Gamut D200, precisamente). Pur avendo avuto per casa altri amplificatori potenti nel frattempo, nessuno mi aveva fatto riflettere su questo fatto. Forse perché non incontrava pienamente i miei gusti, forse perché non dava la stessa impressione di mancanza di limiti reali (ai volumi a cui ascolto), forse perché mi piace molto come suona uesto integrato Plinius? La risposta nel resto della recensione!

2007 copyrights videohifi

Plinius

 

Costruttore ormai storico, Plinius è neozelandese. E’ stato distribuito in Italia, direi, fra fine anni ’80 e primi anni ’90, poi nessuno più ha più ripreso in mano il marchio. Strano, mi son sempre detto: altrove, negli USA in particolare, Plinius gode, ormai da qualche anno, di un’ottima stima, con vendite che devono essere buone e recensioni positive sulla stampa classica (TAS, Stereophile), che sfociano regolarmente nell’inclusione dei suoi apparecchi nelle categorie top delle raccomandazioni.

Poi sono arrivati i catanesi del Tempio, che l’anno scorso mi hanno raccontato di aver concluso un accordo di distribuzione, e che ora mi hanno inviato il 9200, il primo Plinius che mi capita di sentire da me. Il primo e, spero, non l’ultimo.

 

9200

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La Plinius ha una certa tradizione nel campo degli amplificatori integrati. Da qualche anno i suoi apparecchi di questo tipo vengono citati, dove sono distribuiti, fra i migliori disponibili, senza più di tanto badare al prezzo, anche se direi che il 9200 appartiene già alla fascia alta degli amplificatori integrati: ce ne sono che costano di più, anche molto di più, ma il mercato degli integrati sta, generalmente, sotto questo livello di prezzo. Ultimamente comincio a pensare che l’amplificazione integrata abbia un gran senso, anche ai livelli più elevati (oddio, non sarà che la moda dei megaintegrati, quella che ha spinto anche Krell e Levinson anni fa ad uscire col loro, mi è arrivata addosso in ritardo? No, non credo). Un singolo telaio, magari con sezioni pre e finale nettamente separate, non ha svantaggi particolari se confrontato con una soluzione separata di costo piuttosto superiore. Certo, la soluzione a più telai permette maggior versatilità, maggior flessibilità negli abbinamenti, isolamento fra la delicata sezione di preamplificazione e la sezione di potenza (in particolare dalla sua alimentazione, che può essere fonte di disturbi, soprattutto per gli ingressi phono), possibilità di upgrade "a pezzi" della catena in futuro. Ma, quando i problemi di interferenze possibili sono stati risolti al meglio dal costruttore, restano soprattutto gli svantaggi "pratici". Dal punto di vista dell’interfacciamento fra le due sezioni, si potrebbe anzi sostenere che un integrato ha ottime possibilità di andare meglio di una soluzione a telai separati: il progettista, liberato dalla necessità di tener presente che il suo pre potrebbe essere collegato ad altri finali a lui sconosciuti, e che il suo finale potrebbe ritrovarsi ad essere pilotato da pre diversi da quelli che ha in mente, si può permettere di ottimizzare al massimo quel collegamento (le sezioni restano comunque filosoficamente e, quasi sempre, anche circuitalmente separate, soprattutto a questi livelli di prezzo; un collegamento interno, via cablaggio, è spesso presente). E se è vero che i telai separati permettono maggior flessibilità e upgrade "a rate" — tanto, come tutti gli audiofili sanno, un upgrade prima o poi arriverà — è anche vero che l’integrato sarà costato meno e avrà permesso di risparmiare un cavo di interconnessione (che, coi prezzi odierni, è una considerazione interessante).

Il Plinius come si pone da questo punto di vista? La versatilità non gli manca: è possibile che preamplificatori separati abbiano un maggior numero di ingressi bilanciati, per esempio, ma qui c’è l’uscita pre, un ingresso bilanciato (configurabile anche come ingresso sbilanciato spostando un deviatore sul pannello posteriore: gli RCA ci sono, quindi niente adattatori), altri tre ingressi linea sbilanciati, un ingresso phono, due loop tape, un ingresso/uscita processore (comandato da un altro deviatore sul pannello posteriore), il morsetto per la massa del giradischi e pure un ulteriore deviatore per scegliere se la massa deve essere collegata al telaio o deve essere flottante.

C’è anche il telecomando, che permette comunque solo di variare il volume e di inserire o disinserire il muting (a me va bene: se cambio sorgente, in genere vado vicino all’amplificatore per cambiare disco…). Il frontale presenta due selettori degli ingressi, uno source e uno tape: l’antica "doppia barra di registrazione" al massimo della comodità. Il selettore tape ha una posizione standby che esclude i loop dal circuito, se ho ben capito.

Ci sono poi due uscite per altoparlanti, su morsetti di ottima qualità.

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L’unica lamentela che mi sento di fare relativamente alla comodità del 9200 è che gli RCA sono troppo ravvicinati fra loro: non sono riuscito ad utilizzare, per esempio, i cavi Shunyata Altair (che infine sto restituendo al distributore…) e anche i Wire World mi hanno posto qualche problema; agli Audioclass ho dovuto togliere il "barilotto" esterno. Verificate quindi la compatibilità dei vostri cavi e connettori prima di lanciarvi.

Internamente la costruzione è ordinatissima: l’intero amplificatore è costituito, essenzialmente, da due grosse schede montate una sopra l’altra, una che contiene la sezione di preamplificazione e una che contiene la sezione di potenza, con un grosso toroidale montato sul fondo, attraverso una sagomatura della scheda di potenza, che sta sotto.

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In pratica l’intera circuitazione è costituita da componenti discreti, le uniche eccezioni paiono essere alcuni regolatori di tensione, alcuni servocontrolli e — forse — il buffer delle uscite tape. Sono presenti un certo numero di condensatori in polipropilene (Bennic); la sezione di potenza dovrebbe essere accoppiata in continua. Le uniche regolazioni possibili all’interno riguardano il guadagno della sezione phono, selezionabile fra due livelli (61 dB e 54 dB). Non sono riuscito a trovare qual è di preciso la resistenza di carico dell’ingresso phono, probabilmente è 47 kOhm (il manuale dice "47 kOhm all inputs", ma non è chiaro se quell’"all" includa anche il phono…). Comunque, è una fortuna che non ci siano regolazioni interne, dato che l’apertura del telaio richiede l’uso di due chiavi a brugola distinte, neanche tanto standard.

Lo stadio finale dovrebbe, a quanto ho capito, essere strettamente derivato dall’ultimo grosso progetto Plinius, quello del finale multicanale Odeon, che ha mietuto premi in tutto il mondo. Non mi è chiaro se anche questo circuito utilizzi la caratteristica che contraddistingue il resto della produzione Plinius, quella di fare uso di transistor di uscita NPN, senza usare i PNP corrispondenti (il matching è quasi sempre teorico). Di fatto, l’integrato utilizza una sezione di potenza molto simile a quella del finale stereo P10 e la sua sezione pre non sembra molto inferiore, come versatilità, a quella dell’M8. I due, insieme, costano 8650 Euro; l’integrato costa 5050 Euro.

Esteticamente trovo il 9200 molto accattivante; la finitura è pressoché perfetta. Durante il periodo in cui è stato a casa mia non ha manifestato alcun problema, alcun rumore molesto, nessuna stranezza.

 

Il suono

 

Ho utilizzato, col Plinius, brevemente il GamuT CD3 prima di consegnarlo alle amorevoli cure di Enrico Puppo in bilanciato (non avevo, al momento, altre sorgenti bilanciate funzionanti in casa). La maggior parte della prova si è svolta con i miei Pioneer con schede di uscita digitali per l’alta risoluzione di DVDUpgrades e Audiopraise, col DAC Altmann (e con l’apparizione del North Star 192 prima serie) e col giradischi Kuzma Stabi Reference con braccio Linn Ekos e testina Lyra Evolve 99; il pre phono utilizzato normalmente è il Naim Prefix con Supercap. L’accoppiata pre-finale di riferimento è composta da uno Uesugi U-Bros 18 e da una coppia di Luxman MB88U. I diffusori sono i Merlin VSM MMe con BAM nel loop. Cavi quelli nominati sopra per il segnale, Silver Audio per il phono, Legenburg e Boomerang per la connessione coi diffusori.

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Le caratteristiche che mi sembrano definire il suono di questo integrato sono rigore, estensione e una benvenuta facilità di emissione che pare addolcire il suono al punto giusto. A tutta prima, coi cavi Boomerang (prototipi mai commercializzati in questa versione), non mi era parso mostruosamente corposo, con i miei diffusori (che notoriamente preferiscono amplificazioni non eccessivamente smorzate: il Plinius non è in alcun modo costipato, ma probabilmente è appena appena al di là del confine dell’ottimale per loro — credo che il controllo sul basso lo renda, comunque, perfetto per diffusori più tipici), ma era assolutamente credibile. Anzi, quella corposità appena accennata sembrava perfettamente in linea con la prospettiva generale del suono di questo Plinius, che è un po’ più lontana rispetto a quella di oggetti che tendono maggiormente a porre gli esecutori "dentro" la stanza di ascolto, a giocare maggiormente sulla presenza rispetto alla visione di insieme. Direi che è come se, rispetto a quanto sono abituato ad ascoltare con le mie elettroniche a valvole, ci si spostasse indietro di qualche fila a teatro (qualche significa cinque o sei, non ventidue). La larghezza della scena, comunque, era eccellente e non subisce restrizioni dovute al tipo di prospettiva.

Notoriamente, sono un ascoltatore abbastanza esigente, che cerca di scovare i difetti di un oggetto o di un sistema. Stavolta devo confessare, complessivamente, una specie di scacco. Non riesco ad isolare, a parte questioni di impostazione, che possono o meno essere gradite ed incontrare i gusti di uno specifico ascoltatore, nessun aspetto criticabile, neanche in modo lieve, nella prestazione dell’integrato Plinius, tanto che non invidio il distributore, che probabilmente vorrà vendere anche i prodotti di fascia più alta del costruttore neozelandese. Anzi, vi dirò che, utilizzando i Legenburg, anche la sensazione di lieve mancanza di corposità si è molto attenuata: pur non raggiungendo quella dei riferimenti, la nuova immanenza del basso trovata coi mostruosi — per dimensioni, peso e scomodità — cavi americani mi è parsa ancora più coerente con l’impostazione del suono dell’integrato in prova. Estensione verso l’alto? C’è, tutta. Estensione verso il basso? Si veda sopra. Coerenza fra le gamme? Da vendere. Timbrica? Perfettamente lineare, scevra da colorazioni ovvie e meno ovvie. Velocità e controllo? Fate voi. Dimensioni della scena, focalizzazione, resa degli ambienti di registrazione? Nulla da criticare. Dettaglio? Tutto quello che ci vuole, senza distogliere l’attenzione dalla musica. Capacità di coinvolgere l’ascoltatore? Ottima e abbondante, se l’ascoltatore vuole che sia la musica e non l’impianto a coinvolgerlo.

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Si può desiderare di più? Beh, credo che il tipo di ascoltatore che vuole che l’impianto si imponga, che vuole che la musica gli sia non proposta, ma, appunto, imposta, possa preferire altri tipi di amplificazione. A me questo tipo di suono sembra quasi la quintessenziale definizione dell’high-end classica, quella che cerca di minimizzare qualsiasi forma di difetto e colorazione e di lasciar passare la maggior quantità di messaggio inciso possibile.

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La mia amplificazione valvolare, in qualche modo, fa da (parziale) contraltare: è più impositiva, più corposa, più ovviamente coinvolgente, quindi, ma meno rigorosa e più colorata — com’è ovvio che sia, vista la differente impostazione. La scena è più avanzata con le valvole, forse alcuni strumenti (tipo i fiati) hanno maggior grinta, ma questo consegue dalla distanza dal palcoscenico di cui sopra. Certo, se poi metto i Massive Attack di Mezzanine quei duecento watt indistorti si fanno ben sentire: la mia accoppiata mostra una vaga tendenza alla distorsione in basso, a volumi sostenuti; il Plinius è tranquillo. E non è solo quello: questa potenza, unita a questo rigore e a questa intrinseca educazione, fanno sì che, anche nei passaggi tranquilli o comunque in quelli che non richiedono grandi potenze, si faccia strada un senso di calma e sicurezza che, in qualche modo, è quello della musica acustica dal vivo (la quale non è mai intralciata da problemi di potenza insufficiente, ovviamente…).

Occorre prestare un po’ di attenzione negli abbinamenti, comunque: il GamuT, che andava un pelino meglio attraverso gli ingressi bilanciati (probabile conseguenza dell’architettura del lettore, descritta altrove da Enrico Puppo, più che di una superiorità degli ingressi bilanciati del Plinius) mi è parso, insieme al Plinius, nel mio contesto, un po’ troppo virato sul rigore (mi viene da pensare che, con altri diffusori, meno, ahem, rigorosi anch’essi, il risultato sarebbe stato diverso).

Se vogliamo, alla fine una cosa migliorabile potrei anche pensare di averla scovata: preferirei in assoluto, forse, un acuto lievissimamente più incisivo rispetto a quello del 9200 — ma forse questo richiederebbe un lieve cambio di impostazione generale e, quindi, se la mia richiesta fosse soddisfatta, il suono dovrebbe cambiare in modo più profondo. Tutto, in questo amplificatore, mi pare pensato e realizzato allo scopo di raggiungere un determinato e coerente risultato finale, che non è di quelli che impressionano di primo acchito, se non chi abbia una vasta esperienza di alta fedeltà e riproduzione e sia in grado di riconoscere subito correttezza, naturalezza, capacità di sparire di un apparecchio.

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Ah, il phono. Sì, eccola la cosa che mi è piaciuta meno del Plinius. Non so se per mia abitudine (il mio phono con la sua alimentazione costa, a prenderlo nuovo oggi, più dell’integrato Plinius intero…), per impossibilità di gestire la mia testina (comunque il guadagno della sezione phono dell’integrato è, sulla carta, sufficiente) o perché effettivamente è così, mi è sembrato un po’ al di sotto delle prestazioni dell’integrato: un po’ dinamicamente compresso, un po’ distaccato, con una scena meno materica e più strettina del riferimento e delle sorgenti digitali attraverso gli ingressi linea. Niente di particolarmente esecrabile, ma diciamo che, alla luce di quel che ho sentito dalla sezione linea, mi aspettavo un po’ di più. Può essere considerato, secondo me, un compromesso fin quando non ci si possa permettere un phono migliore; personalmente, per i miei gusti, considero anche il Black Cube SE di Lehmann, in particolare nella versione 2006, preferibile all’ingresso phono di questo integrato.

Un’ultima nota che riguarda il deviatore relativo alla messa a terra del telaio: da me non ho avuto alcun hum a prescindere dalla posizione; in altri impianti elettrici so che le elettroniche Plinius possono avere problemi di loop di massa e, in quei casi, la possibilità di sollevare il telaio dalla massa è un toccasana che dovrebbe salvare la situazione.

 

In conclusione

 

In conclusione, come scrivevo sopra, non invidio chi si trovi a dover vendere un’elettronica più costosa della stessa impostazione: credo che questo Plinius sia un acquisto sicuro, che può accompagnare un ascoltatore per anni, senza che questi si debba sentire menomato perché, anziché comprare un sistema a più telai, ha preso un compatto, civile e razionale integrato. E’ chiaro perché il distributore, pur avendo a disposizione apparecchi più costosi e più d’effetto scenografico, utilizzi questo nelle fiere: a dei costi ancora umani fa pensare che sia difficile desiderare di più, e che per avere di più sia necessario spendere cifre non commisurate con i risultati. A questo punto, voglio proprio provare un’accoppiata pre-finale di questo marchio, perché voglio capire dove può essere migliore rispetto a questo eccellente integrato.


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