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NUMERO 27


Everest: le prime impressioni di Marco Roghi

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Ecco le nuove Everest, denominate DD66000 (per distinguerle dalle prime DD55000 di oltre vent’anni fa). Non mi sarei mai aspettato di ascoltarle già al TAV, qui a Milano, e così presto. Le mie ultime informazioni me ne davano solo una coppia in Italia, da Di Prinzio, vero motore dell’iniziativa, che ne richiese una coppia per la propria show-room già l’estate scorsa, insieme ad altre creature interessanti come le K2 (esattamente il modello di punta S9800, e l’interessante S4800, anch’esso classico tre vie con woofer da 15" e sezione medio-alti a tromba), e le varie "piccole" Array. Finalmente quindi, grazie a questa iniziativa, ed alla sensibilità di Kenwood Italia nella persona dei Sig.ri Petroni e Cieri, rispettivamente responsabili commerciale e tecnico, abbiamo la possibilità di ascoltare in Italia anche le Jbl "più rappresentative".

Il primo impatto con i due giganti avviene al TAV, e per quanto sia personalmente abituato, e quindi preparato, all’impatto con sistemi di simili dimensioni, non posso non sorprendermi: la costruzione appare curatissima, le proporzioni del mobile (non particolarmente sviluppato in altezza, bensì, grazie ai due woofer da 15", in larghezza, un po’ come avveniva per analoghe ragioni nelle Olympus e poi nelle 4350) risultano azzeccatissime. Qualche piccolo segno sul mobile suggerisce il buon rodaggio di questa coppia, avvenuto nelle diverse fiere europee di settore alle quali sono state fatte ascoltare.

La saletta JBL al Tav è piccola. Non microscopica come altre salette, ma decisamente piccola per due diffusori di questa tipologia. A spanne ipotizzo 30 mq, dove ne servirebbero almeno il doppio.

La catena è Mark Levinson, di tutto rispetto:

ML390S

ML326S

ML432.

Cavi speaker: Monster Cable (modello in serie limitatissima non distribuito in Europa, portato personalmente dal Sig. Wehlin Lars Olov, responsabile Hi-end JBL)

Filtro di rete G&BL

Personalmente ho sempre avuto in passato un’ottima esperienza relativamente all’abbinamento di elettroniche Mark Levinson con le JBL "grandi", per intenderci quelle dotate di woofer da 15". Ricordo come le mie 4333A Studio Monitor trasformarono il loro carattere quando collegai loro, per breve tempo, il celebre finale 23.5. In quell’occasione i woofer 2231 in Alnico da 15", notoriamente assetati di corrente, scesero come mai prima, e ritrovarono inaspettato vigore.

Non ho quindi alcun dubbio, già sulla carta, che il 432 possa dimostrarsi un buon compagno per le DD66000.

Al Tav ho avuto modo di ascoltarle sia con software personale che con l’eccezionale (dal punto di vista storico e tecnico) cd JBL demo.

Passiamo all’ascolto…

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Nat King Cole è il primo a materializzarsi nell’ambiente. L’incisione ha ben 50 anni, ma è quanto mai viva, e non li dimostra, il brano è il celeberrimo "When I fall in love". La voce è presente, immanente, come è giusto aspettarsi ascoltando sistemi come questo. Né mi aspettavo, dopo aver ascoltato tante JBL similari per dimensioni ed impatto, un Nat King Cole più piccolo. E’ una voce grande, si, ma che ben si staglia sullo sfondo, assolutamente in rilievo. La voce è un filo metallica, appena di più rispetto a quando la ascolto sulle mie Tannoy GRF pilotate dai McIntosh Mc30, o anche rispetto a quella ascoltata nel mio sistema custom multiamplificato Altec/Jbl (Conrad Johnson in basso e Quad II in alto). Ma i miei sono sistemi volutamente dolci, arrotondanti ogni asperità. Le Everest invece sottolineano da subito la nobile discendenza dai sistemi Jbl professionali del passato, rivelatori all’inverosimile. E quindi un’incisione del genere viene proposta esattamente così com’è, senza troppe interpretazioni più o meno piacevoli. Take Five di Dave Brubeck è solo di qualche anno posteriore (1959), e risulta assai dinamica. Il sax è naturalissimo, presente, di corrette dimensioni, materico, con molta profondità. Ora le DD66000 iniziano ad entusiasmare, la sezione ritmica è ben resa dai quattro 15" (due per cassa), il cui respiro inizia a smuovere suppellettili e stomaci. I woofer sono due 1501 in Alnico, roba da 16 kili ognuno, di cui ben 13,6 per il solo complesso magnetico, e rappresentano una versione migliorata e potenziata dei 1500Al montati sulle K2-S9800. Dei due 15" delle Everest, solo uno si spinge in alto fino ai 700Hz, zona di incrocio col driver dei medio-alti 476Be, driver che quindi copre da solo buona parte della gamma utile. Se penso che pure il mio driver JBL Le275 in Alnico, di quasi quarant’anni più vecchio, nel mio set-up, riesce a coprire il medesimo intervallo di frequenza, con un roll-off in alto appena più accentuato, considero che…buon sangue non mente, e che da simili progenitori non possono che discendere creature ancor più performanti. Dopo qs primi assaggi arriva la celebre "A Swinging Safari" del noto compositore Bert Kaempfert, del 1962. Presentazione molto potente e precisa, dettagliata all’inverosimile. Chitarra basso e batteria fanno battere il piede, la quantità e la dinamica mi riportano indietro nel tempo, al mio primo ascolto delle mitiche 4350 Studio Monitor, anch’esse con doppio woofer da 15" e sezione medio alti a tromba. Ma nelle nuove Everest, a dispetto della mancanza, in questo caso, di un mid basso (era il 2202 in Alnico nelle 4350), l’equilibrio non sembra risentirne. La sensazione all’orecchio è quella di una moderata esaltazione degli estremi banda accompagnata da una proiezione in avanti del medio, ma in manierà più contenuta rispetto alle più classiche realizzazioni JBL anni ’70, che tanto resero celebre il suono west coast. Nelle DD66000 c’è tutto questo, ma c’è (finalmente!) anche di più: una trasparenza, un dettaglio, una pulizia che derivano da un progetto (e quindi anche da un crossover) di trent’anni più moderno. Né sulle mie vecchie 4333A, né sulle sorelle maggiori 4350, ricordo una tale nitidezza e luminosità.

E così si prosegue, sulle note di "Taya Tan" dei Pink Martini, facente parte del mio software personale. China Forbes si materializza, una presenza olograficamente sconcertante, la voce sussurrata con cui si apre il brano è svincolata totalmente dai diffusori, per acquistare corpo e profondità. La sezione ritmica con cui prosegue il brano è riprodotta senza compressione: apparentemente sembra non esserci alcun limite dinamico. La sensazione di matericità è pari a quella dei migliori sistemi custom ad alta efficienza, con la differenza che le DD66000 sistemi ad alta efficienza non sono, e richiedono, come consuetudine dei grandi sistemi JBL, molta corrente. Almeno per potersi esprimere con l’energia di cui sono capaci.

Ripeto l’esperienza d’ascolto oltre un mese dopo da Mino, col medesimo software, e stavolta pure con qualche vinile (nella saletta JBL al Tav non ricordo sorgenti analogiche). Le Everest sono qui pilotate da un sistema MBL, esuberante dinamicamente, come e più del sistema Mark Levinson con cui le stesse erano pilotate a Milano. Non so se attribuirla all’ambiente o più probabilmente alla catena, ma in questa occasione mi sembra di notare una nota di eccessiva presenza e brillantezza. Sono sicuro che il carattere del finalone MBL qui presente contribuisca a rendere a tratti fin troppo caratterizzante il lavoro del driver 476Be e del supertweeter 045Be-1, entrambi con membrana in Berillio (come la sigla lascia intuire), e rispettivamente deputati alla riproduzione dai 700 Hz in su, con lo 045Be-1 che interviene da tale frequenza (decisamente supersonica).

Insomma, un due vie e mezzo (così venivano definite anche le mie 4333, data le presenza di un supertweeter, il 2405, che però interveniva assai prima, già a 7kHz) assai completo ed esuberante, in grado di rilanciare JBL nell’odierno ristretto Olimpo dei diffusori davvero senza compromessi. Cosa desiderare di più: un punch west coast unito ad una trasparenza sconosciuta alle progenitrici più vecchie (lì, più colpa dei vecchi circuiti passivi che non dei driver in sé…). Un suono sempre arioso e aperto in alto, a tratti frizzante, con note di iperdefinizione. Avete presente l’inserimento di un pre moderno ARC in un set-up che ben conoscete? Ecco, esattamente questa potrebbe essere la sensazione: essere dentro l’evento, distinguerne i contorni (quelli della voce di Nat King Cole, per fare un esempio concreto) in maniera più visiva che uditiva, non esattamente in chiave impressionista, semmai con lo stesso impatto di un lavoro di Roy Lichtenstein, tratto deciso, stacchi precisi e netti tra le diverse zone della tela, colori vivaci e saturi. Le voci sono grandi, non stupiscono chi a tali sistemi è abituato, ma sicuramente possono destare qualche resistenza in coloro che sono abituati ad ascoltare sistemi piccoli, o che gradiscono "filtrare" la riproduzione dell’evento sonoro. Filtri che, con le DD66000 Everest, davvero non esistono, che vi piaccia o meno. Come nei vecchi sistemi JBL Studio Monitor, non solo le voci sono grandi, ma tutto vi arriva in faccia con una facilità disarmante. Scegliete bene ciò che posizionerete a monte, altrimenti saranno dolori.

Il basso è qualcosa di fenomenale, neppure le 4350 erano riuscite a spostarmi dalla sedia con tale energia. Davvero, date ai woofer 1501 corrente, e questi ve la trasformeranno in energia meccanica pura. La sensazione è quella che si prova quando decidete di appoggiare il piede sull’acceleratore avendo dietro la schiena (è solo un esempio) un moderno flat six di Stoccarda: energia meccanica all’apparenza inesauribile, ma mai cattiva, sempre sotto controllo. Quando tutto è così fluido e naturale, non c’è bisogno di mostrare i muscoli. Ma quando ci si scatena, con le DD66000 la sensazione è di totale assenza di distorsione, caratteristica alla quale anche le più "normali" tra le JBL storiche ci avevano abituato, comprese le Jubal con le quali mi divertivo, in un ambiente di 12 mq, a "mandare in power guard" il mio fin troppo rimpianto McIntosh Ma-6800: più mandavi corrente, più quelle la trasformavano in musica indistorta, a livelli SPL sempre più elevati. Tornando alle Everest, gran dinamica ma anche gran dettaglio, molta informazione. Sicuramente le DD66000 richiedono ascolti "partecipati": se decidete di ascoltare grandi sistemi in sottofondo, compratevi delle Westminster Royal, e lo dico da amante delle Tannoy "più grandi", le DD66000 non sono capaci di regalarvi ascolti altrettanto rilassati e rilassanti. Però se volete essere proiettati dentro la musica, e vi piace godere e riscoprire ogni singola nota presente nei vostri vinili o cd, allora le Everest fanno per voi.

Attenzione alle amplificazioni: potete spostare l’equilibrio timbrico in maniera decisiva e sensibile: personalmente ho preferito l’abbinamento con l’ML 432 rispetto al finale MBL, ma sono sicuro che altri preferiranno l’interpretazione meno rotonda e più incisiva di quest’ultimo.

Una parola sui sistemi più piccoli, K2-S4800 e K2-S9800, oltre che sul "piccolo" e conveniente Array 1400.

Le K2-S9800 hanno woofer e supertweeter strettamente imparentati con quelli delle Everest, e il family feeling si avverte tutto. L’immanenza non può ovviamente essere la medesima delle sorellone dal costo doppio, ma il woofer 1500 è degno erede dei vecchi 2231, anch’essi 15" in Alnico, di buona memoria, e l’impatto, la capacità di scendere negli inferi, parrebbero perlomeno i medesimi. Questi componenti moderni, inseriti in un progetto attuale, si dimostrano sempre frenati, ma capaci di un buon slam quando richiesto.

Il punto debole delle K2-S9800, ammesso che si possa considerare un punto debole, è lo stesso delle DD66000: richiedono un ampli decisamente generoso e dotato di controllo in basso, ma morbido e arrotondato in alto, pena una certa sovrabbondanza di informazioni nel registro alto e medio alto che potrebbe determinare una precoce fatica d’ascolto.

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La conferma di quanto scritto sopra viene dall’ascolto delle sorelline K2-S4800, di impostazione simile (due vie e mezzo con woofer da 15" e medio-alti a tromba,più supertweeter) a quella delle S9800. Anche il 15" è simile al componente delle 9800, ma con magnete in ferrite (infatti la sigla è 1500Fe), il driver dei medio-alti è il 435Al, per cui stando alla sigla dovrebbe avere magnete in Alnico, dotato di membrana in alluminio (contrariamente a quanto avviene nei driver delle sorelle maggiori, con membrana in Berillio). Anche il supetweeter, con intervento a partire dagli 8kHz, deriva dallo 045Be delle sorelle maggiori, e si chiama 045Ti. Il carattere delle piccole S4800, entry level della serie K2, almeno sulla carta, dovrebbe ricalcare quello già descritto più sopra per le altre. E proprio l’inserimento della coppia di k2-S4800 in una catena assai diversa dalle precedenti (lettore Accuphase, pre ARC Ls-26 e finale McIntosh Mc402) dimostra come si possa stravolgere a proprio piacimento (è un gran pregio, secondo me) l’impronta di qs diffusori. E che siano esigenti, elettricamente, lo si avverte presto: alzando il volume, la presentazione delle voci si indurisce progressivamente, ed infine, esagerando, si accendono ripetutamente le spie del power guard del finale Mc402. In affanno è lui, non le k2S4800, ma i volumi di ascolto sono decisamente elevati. La sorpresa, positiva, è che con il 402 riusciamo finalmente a controllare in maniera egregia l’emissione in alto, sempre piacevole, mai penetrante né fastidiosa, almeno finché, come scritto, non si esagera col volume. Quindi un interfacciamento timbricamente molto riuscito (e non è certo una novità). Magari ipotizzando, perchè no, finali Mac più performanti elettricamente.

Ultima sorpresa finale, le Array 1400 con woofer da 14", ma qui il mio ascolto è fugace, e le condizioni non controllate dal punto di vista dei rumori ambientali. L’impressione è che siano estremamente gradevoli, azzeccate timbricamente, con un’eccellente dispersione, e con la capacità di ricreare una scena ampia e credibile. Da riascoltare: potrebbero rappresentare una risposta concreta a chi cerca un suono JBL moderno, potente in basso, mai aggressivo né penetrante in alto, ad una cifra ragionevole, e con la certezza di possedere un sistema dotato di ottima componentistica e dal carattere complessivo molto particolare e piacevole.

Jbl è tornata alla grande, da estimatore di vecchia data non posso che gioirne.


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