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NUMERO 23


AVA Hypex UcD 180 — di Igor Zamberlan

 

E’ da tempo che faccio la corte a questi moduli Hypex. Da prima che venissero importati in Italia da Audio Video Artigiano: avevo contattato direttamente la Hypex per chiedere un paio di moduli e relativa alimentazione (montati, con i kit sono notoriamente una schiappa). Poi non se ne fece nulla, all’epoca, dato che penso fossero in corso gli abboccamenti per una distribuzione italiana proprio con AVA. E quindi, alla fine, eccoci qua.

I motivi di questo mio interesse sono abbastanza chiari: da qualche tempo ho intrapreso un’esplorazione delle diverse tecnologie in classe D (rimando all’introduzione alla classe D sul nostro speciale, comunque mi riprometto di tornarci presto, magari facendo un uso un po’ a controsenso del mio Digitalia in una futura puntata), che mi hanno portato a provare quasi tutte le diverse implementazioni sul mercato, per questa rivista e per Fedeltà del Suono (mi mancano ancora alcune soluzioni proprietarie e un Tripath più significativo in senso classico rispetto al T-Amp, ma spero di colmare presto un paio di lacune). E quella di Hypex è, senza dubbio, una delle implementazioni più interessanti.

Intanto costa poco. 80 Euro per un modulo da 90 watt su 8 ohm non è una cifra particolarmente elevata. Certo, è necessario aggiungere un’alimentazione, ma anche quella non è particolarmente costosa.

Poi i moduli UcD hanno delle caratteristiche estremamente desiderabili. Intanto l’implementazione della sezione amplificatrice è fatta completamente a discreti, il che è interessante dal punto di vista del pedigree audiofilo. Lo stadio di amplificazione Hypex è, come gli ICEPower di B&O, basato su uno stadio auto-oscillante, non c’è, cioè, oscillatore in sé. Poi la circuitazione è oggettivamente molto semplice. Questo è il suo schema semplificato:

Inoltre, la caratteristica di distorsione dell’amplificatore non varia a seconda della frequenza. Se si dà un’occhiata alle misure di altri moduli di amplificazione in classe D, si nota che, oltre una certa frequenza, ancora in gamma udibile, la distorsione sale repentinamente. Questo non succede con i moduli UcD e ciò li rende simili, dal punto di vista della distorsione, ad amplificazioni lineari non controreazionate.

Ancora, l’amplificatore Hypex non ha particolari requisiti rispetto all’alimentazione. Non è, cioè, particolarmente sensibile al ripple e alla tensione di alimentazione (in un’amplificazione in classe D da manuale, il guadagno in continua ad anello aperto è fortemente correlato alla tensione di alimentazione). E non emette radiofrequenza, in pratica. L’UcD è stato sviluppato da Bruno Putzeys (uno dei grossi nomi emergenti dell’alta fedeltà) quando lavorava presso i laboratori Philips allo scopo — anche — di essere inserito in sintoamplificatori, come quello provato da Fabio Cottatellucci qualche numero fa, che usa proprio degli stadi finali UcD. E’ ovvio che un modulo che uccida la ricezione radio (i NuForce, ad esempio, hanno un impatto abbastanza negativo sul funzionamento dei sintonizzatori) non può stare nello stesso cabinet di un sintonizzatore…

Ma, ancora più interessante, gi UcD sono completamente insensibili, dal punto di vista della risposta in frequenza, al carico collegato. Questo è un fatto estremamente interessante e decisamente inusuale per degli amplificatori in classe D. E’ reso possibile da alcune brillanti idee implementative e dal fatto che il filtro di uscita è all’interno del loop di controreazione. Ah, per chi non volesse andarsi a rileggere come funziona un amplificatore in classe D, ambedue questi elementi sono necessari, il loop di controreazione intrinsecamente, il filtro di uscita perché devono essere rimosse dal segnale in uscita le componenti ad alta frequenza del segnale di oscillazione e perché è necessario ricostruire la continuità dell’onda per pilotare correttamente i diffusori.

L’implementazione che mi è stata affidata in prova è la più economica possibile utilizzando i moduli Hypex. Sono infatti utilizzati i moduli "base", con un operazionale di ingresso economico (costano, come scrivevo sopra, 80 Euro l’uno; sono disponibili moduli con un operazionale più pregiato al prezzo di 110 Euro cadauno; l’operazionale è fuori dal circuito in classe D e un progetto per eventuali coraggiosi è quello di cambiarlo con un circuito a discreti…), l’alimentazione base (la LPWS standard, 78 Euro) e un trasformatore di alimentazione.

Il cabinet previsto da AVA per i moduli UCD è molto intelligente: permette di ospitare fino a sei canali di amplificazione ed è completamente modulare al suo interno. I connettori di ingresso (RCA e XLR) e di uscita sono di ottima qualità, il telaio robusto e ben finito.

 

Il suono

 

Devo dire che avevo grosse aspettative riguardo a questi moduli, anche in questa versione di base. D’altra parte il progettista è lo stesso della prima amplificazione in classe D che mi abbia pienamente convinto, i mono Kharma MP150.

Per certi versi le mie aspettative sono state soddisfatte. Ho trovato un suono molto "dolce", con poche caratteristiche in grado di ricordarmi di essere al cospetto di un’amplificazione a commutazione. La grana è sottile, la risposta in frequenza lineare, il suono costante a prescindere dai diffusori utilizzati (ho connesso anche le mie nuove — nuove per me — Quad ESL988, che sono un carico abbastanza strambo).

Si tratta di un’amplificazione che non fa nulla in modo "strano", come invece capita di sorprendersi a trovare con altri classe D. Non c’è ipercinesi, non c’è senso di eccesso di dettaglio o di particolare compressione dinamica, non c’è variazione del suono dovuta a differenze nello smorzamento man mano che salgono le frequenze riprodotte. Si penserebbe di essere al cospetto di una buona amplificazione lineare.

La dinamica è più che buona, la timbrica di ottimo livello, c’è una punta di dolcezza, ma non pare dovuta ad eccessivo smussamento di alte frequenze (cosa che con la classe D capita). La scena acustica è proporzionata, la solidità degli esecutori buona per un classe D (uno dei problemi tipici della classe D è la tendenza a costruire la scena per piani sovrapposti e a non sviluppare tridimensionalmente gli esecutori).

E allora cos’è che mi lascia un po’ perplesso? Il fatto che, probabilmente, vista la fama e vista la stima che ho del progettista, mi aspettavo di più. Gli Hypex, in questa configurazione, formano un ottimo, un eccellente amplificatore di livello entry per le amplificazioni separate. Inseriti nel loro contesto merceologico sono probabilmente entusiasmanti.

Ma non è che non si possa migliorare la loro prestazione. La scena, ad esempio è un po’ strettina, vincolata alla larghezza dei diffusori (e anche un po’ di più). Manca anche un po’ il senso di autorevolezza nel pilotaggio dei diffusori che si può sentire con amplificazioni di fascia più elevata. E’ tutto un po’ etereo, ma manca il senso di "illuminazione" che c’è nelle amplificazioni valvolari che, di solito, presentano caratteristiche simili di gentilezza. L’aria (e l’estensione assoluta verso le altissime frequenze) sembra un po’ al di sotto dell’ottimale. Quello che mi lascia un po’ di perplessità è una certa mancanza di presenza: mi aspettavo qualcosa di diverso da questo punto di vista, una presentazione di maggior forza. È vero che un tipo di riproposizione di questo genere può avere i suoi sostenitori, tuttavia. Non fatevi dissuadere dal fatto che, per me, oggi, la presenza è uno dei miei parametri prioritari.

E’ d’altronde vero che con i miei diffusori difficilotti la prestazione complessiva è di tutto rispetto e soprattutto costante. Voglio dire, mi è parso che con altre amplificazioni in classe D simili per prezzo e potenza come i Flying Mole si possano raggiungere, in abbinamenti specifici, prestazioni nel complesso preferibili — e magari con caratteristiche singole, quali la riproposizione di un mediobasso particolarmente piacevole, superiori. Ma il problema è che altre amplificazioni a commutazione, come i piccoli mono giapponesi, tendono ad essere più critiche negli accoppiamenti e a suonare non particolarmente azzeccate nel contesto errato, mentre gli Hypex sembrano non avere problemi con i diversi diffusori.

Confermo, comunque, che nel complesso la mia impressione su questa amplificazione è ampiamente positiva. Non sono la soluzione definitiva ai problemi dell’amplificazione, questo no. Ma per il prezzo richiesto, hanno pienamente senso se si cerca qualcosa di affidabile (mai un problema nel periodo di prova, nessun rumorino o rumoraccio, una bella impressione di affidabilità assoluta, insomma) e di corretto.

Peraltro, ho strappato al distributore italiano la promessa di una futura disponibilità di una versione con, a bordo, i moduli superiori (quelli con l’operazionale Analog Devices) e con qualche upgrade sulle alimentazioni. Non sono normalmente disponibili come amplificatori finiti, questi (nella linea di AVA i moduli forniti montati sono quelli base), ma si possono ottenere per l’autocostruzione, ad un prezzo di poco superiore a quello dei moduli montati qui (30 Euro in più a canale per i moduli di amplificazione). Valuterò — e vi saprò dire — se la valutazione cambia in modo significativo.


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